Fred again e il volto del tardo capitalismo

Vedere gli Underworld suonare Born Slippy (Nuxx) fianco a fianco con Fred Again alla console, in un live che sembra uscito da una realtà distaccata da quella attuale, sempre più intrisa d’odio, mi ha fatto incazzare più di quanto mi potessi immaginare. Principalmente per non essere stato tra le migliaia di spettatori presenti la notte del 13 febbraio all’Alexandra Palace di Londra. 

Mentre mi domando la vera origine del mio improvviso fervore, appare sul mio telefono un video di Femi Koleoso che sembra chiarire tutto. Anche lui presente al sopracitato evento, durante la sua esibizione, pronuncia delle parole con una convinzione ed un tal ritmo sicuro che paiono come saltate fuori da un qualche libro di storia. Sulle note di Marea (We’ve lost dancing) del buon Fred, mentre monta il beat verso il suo apice, Koleoso si fa sentire, emozionando tutti i presenti: “La sentite quella sensazione di gratitudine che provate ora? E la sensazione di inclusività e sicurezza? E il senso di appartenenza e di poter essere chiunque vogliate essere? Ho bisogno che voi non lo perdiate… Sentite cosa dico family? Poichè ogni qualvolta voi leggiate un articolo di odio, ogni qualvolta ascoltiate un discorso di odio, ho bisogno che vi ricordiate questa sensazione che avete ora, perché questo sentimento è più forte dell’odio. Capite cosa intendo, family?” e via con il drop e tutti di nuovo a ballare e saltare, ora con la pelle d’oca, per la sensazione rinnovata di appartenere davvero a qualcosa. Tutti insieme, lì, nella stessa stanza, nello stesso posto condiviso, nella musica e nelle parole. Tutto sembra acquisire un peso ed una leggerezza al contempo. Una sorta di pace, una presenza di corpo e mente nel proprio ballo, insomma l’esperienza bramata da qualsiasi raver. Ma in questo caso ci si sente in pace anche con la propria coscienza. Per un secondo ci si sente dalla parte dei giusti, dei buoni, di coloro che resistono e lo fanno solamente ballando.

Tutto bellissimo, peccato non esserci stato, continuo a ripetermi. Poi il concerto finisce, certo. Anche quella gente è dovuta tornare a casa, mi dico. Nella casa che sempre meno gente può permettersi, anche nelle zone più fortunate e “sviluppate” del pianeta. Ed è qui che l’euforia collettiva del “rave” inizia a incrinarsi nella mia testa. Sì, perché sono recenti i dati che riportano che, solamente nel nostro Bel Paese, ci sono quasi 6 milioni di persone che vivono in povertà assoluta. Una persona su 10. In Inghilterra si parla del 18% della popolazione totale. Sono dati che fanno impressione, ancor di più se meglio inquadrati… Inseriti in un sistema che ormai da 40 anni si autoproclama vincitore indiscusso (senza valide alternative), il migliore, o quantomeno, l’unico possibile per il benessere dei più. Ma viene sempre più da chiedersi chi siano questi più?! Quelli del “Sud Globale” forse? Quelli dei Paesi che da secoli vengono sfruttati, espropriati, suddivisi tracciando linee con un righello? No di certo, non sono loro i più. Allora forse siamo noi, il popolo occidentale? Ma ripensando ai dati sopracitati viene da pensare che qualcosa forse sia andato storto, che per i più non è andata poi un granché bene. Certo… meglio che per i più più, i “dannati della Terra” che già settant’anni fa venivano invitati a sollevarsi da Frantz Fanon per tentare di costruire un “uomo nuovo”, ma che ad oggi pare debba ancora attendere.

Viviamo in un presente schiacciato e ridotto a piatta eternità. In un periodo storico che potremmo definire come “la fine del mondo dopo la fine della storia” (annunciata in maniera ottimistica già da Fukuyama nel ‘92, con l’affermazione del modello delle democrazie neoliberali capitaliste, che è sempre parsa come una terribile ironia cinica), sembra d’essere rimasti intrappolati in un lasso temporale in cui s’avvicinano minacciosi periodi bui e in cui la farsa della globalizzazione e del mondo multiculturale, multietnico e multipolare sembrano solo confusi ricordi a cui nessuno ha mai realmente creduto. “Ora tornano a parlare gli adulti”, questo è quello che vogliono comunicarci i leader delle grandi potenze mondiali. Il diritto internazionale si sgretola e pian piano si scivola verso disparate forme di autoritarismo, pugni duri di un sistema che è sempre più diretto al collasso. L’egemonia culturale degli States (incarnazione statale della narrazione neoliberale) sembra una nostalgia da cui ancora non siamo pronti ad assumere le debite distanze. La finzione del Grande Altro, di cui ci ha parlato tanto Lacan prima quanto Žižek e Fisher poi, sembra ormai non esser più necessaria al sistema cannibale che riversa, davanti agli occhi di tutti, le proprie dinamiche spietate e divoratrici che non lasciano più spazio a fraintendimenti.

Si torna a vedere distintamente che l’American Dream non è mai stato altro che un’istantanea allucinazione collettiva, durata qualche decennio. “Si può voler essere chiunque si voglia”… sì… solo se ci si trova sulla minuscola e scintillante punta dell’enorme iceberg, sulla cima della spietata scala sociale. In un addobbato safe space, come il concerto di Fred a Londra, in cui i biglietti si aggirano tra i 250 e i 500 euro. Ma non si tratta propriamente di ciò… il problema concreto è nell’irreale possibilità di scalare la gerarchia socio-economica, dell’impossibilità per i nostri cari più di poter davvero modificare significativamente le proprie condizioni economiche e soprattutto di mutare in qualche modo il potere nelle proprie mani e di guadagnare una concreta incisività sulla propria realtà. Gira e rigira, la rotella che rimane bloccata è sempre e comunque la stessa: il celeberrimo status quo. Ed i dati ancora una volta tornano a parlare più puntuali che mai: dodici persone detengono un potere economico equivalente a quello di circa metà della popolazione mondiale più povera. 12 persone al cospetto di 4 miliardi. Nella mia testa compaiono immediatamente i reels che spopolano su Instagram (o quantomeno nella mia strana bolla social), nei quali vengono schierati due eserciti contrapposti. Si fanno collidere queste due armate e si spera in qualche colpo di scena, di essere contraddetti nelle proprie previsioni. Nella maggior parte dei casi rimango deluso dal risultato, che in maniera scontata e noiosa conferma le mie aspettative. Un esempio chiaro riassume la meravigliosa, folle e misera fantasia dell’Internet attuale: 1 milione di Ye vs 2 milioni di canguri. Lasciando da parte la suggestiva immagine, tornando alla realtà non virtuale, provate a figurarvi 4.000.000.000 di persone, in maggioranza povere, schierate di fronte a 12 super egocentrici ed abbastanza odiosi miliardari. Penso ora che forse, alcune volte, possa risultare anche piacevole e soddisfacente formulare delle previsioni ed azzeccarci. Cerco di fermare le suggestioni ed il desiderio di far saltare in aria qualcuno o qualcosa e torno alle parole concise e dirette di Femi Koleoso. Ora riguardo quel video e sento uno strano distacco. Forse inizio a capire cosa mi ha fatto incazzare. Vedere quella gente ballare, sudare e divertirsi prima sulle note di Born Slippy (Nuxx) e poi sul crescendo del discorso d’amore del fondatore degli Ezra Collective, mi ha in fin dei conti attirato, perché, come detto, vorrei sentirmi anch’io parte… Anch’io vorrei sentire di appartenere con tutto me stesso ad una realtà che crede nella forza dell’amore senza nessuna remora; ma dall’altro verso, proprio la medesima visione, mi ricorda, come un schiaffo, che non ci riesco. Non mi è possibile, nonostante io non sia né un bombarolo né un attivista anti-sistema, credere con tutto me stesso che davvero basti solamente ballare.

Leggendo la biografia ed il messaggio che Koleoso ha più volte cercato di far passare, anche attraverso il titolo dell’ultimo album pubblicato dal suo collettivo nel 2024, Dance, No One’s Watching, mi è chiaro che non posso avere alcuna voce in capitolo senza risultare agli altri e a me stesso odioso e pedante. Nessuno ti guarda, “questo disco dice che puoi essere chi vuoi essere, indipendentemente da ciò che ti circonda, indipendentemente da ciò che dice la gente, perché a un livello più profondo, nessuno ti sta guardando. Non lasciare che la prospettiva di qualcun altro ti rubi la gioia”. Sembra parlare direttamente a me il caro Femi. Allora forse mi tocca ballare. Tacere e ballare, lasciar perdere quelle che sono solo paranoie moralistiche di un privilegiato-ventenne-occidentale. Cosa voglio in effetti? Che Fred Again, gli Ezra Collective e Bad Bunny diventino partigiani proletari e comincino ad urlare a squarciagola nelle proprie canzoni lo schifo internamente costitutivo di questo sistema socio-economico e del suo funzionamento propriamente basato sullo sfruttamento? Cosa spero? Che l’arte torni ad assumere una funzione profondamente politica, mi aspetto forse un ritorno di Gaber e Pasolini? O mi aspetto che quantomeno torni a creare spaccature anti-sistemiche (vedi i Nirvana, il movimento punk, il grunge, il movimento Hip Hop alle origini profondamente politico e sociale, la follia estetica e sonora di Aphex Twin, la musica elettronica, la dubstep e la UK Garage di Burial, tanto per citarne un paio)?

Penso d’aver trovato un nodo. Credo che sì, forse Burial è il grande fantasma che si cela dietro al mio amore per Fred Again ed al contempo alla mia repulsione nei suoi confronti. Il produttore britannico che per anni è rimasto volontariamente nell’anonimato, che tutt’ora dopo più di vent’anni di carriera si mantiene nascosto e misterioso, profondamente e radicalmente underground è proprio l’ombra di Fred Again. Non solo perché ne è l’origine segreta, la radice intima a livello musicale o perché vi siano dei fili esposti di questo legame (come il buon Four Tet, tedoforo tra queste due realtà), ma perché sono uno la nemesi dell’altro. 

In Burial è stata chiara fin dall’inizio la tensione anti-sistemica e la volontà di creare uno spazio sonoro costellato di alternative, tanto da essere stato ingranaggio essenziale nell’analisi tagliente di Realismo capitalista di Mark Fisher (Bibbia della critica culturale tardo-capitalista), mentre Fred Again sin dal principio si è mostrato come un prodotto interno alle logiche e alle dinamiche del sistema stesso, nonostante non l’abbia mai esplicitamente desiderato. E forse sì, è proprio lo spettro di Burial ad aggirarsi all’Alexandra Palace di Londra. C’è quasi tutta la scena UK dell’elettronica (e non solo), ma la musica dell’oscuro produttore di Croydon non viene né suonata, né tantomeno citata. Quindi torno a pensare al quadro generale. Cosa mi aspetto in fin dei conti? Che i rapper di oggi tornino a fare i Public Enemy o che i Tamango si trasformino in una reincarnazione dei CCCP? Oggi che Lindo Ferretti stesso sembra prendere le distanze da una partecipazione politica e sociale, che in un mondo post-rivoluzionario, in ogni suo angolo ha portato solamente ad una riproduzione del sistema stesso in annacquate e misere forme alternative? Mi aspetto che Fred Again si faccia portatore di una musica oscura, mistica e profondamente anti-sistemica? O forse che Bad Bunny molli l’impero fondato sulle proprie radici culturali reggaeton per iniziare a propinare al più ampio pubblico mondiale una lezione morale sull’attuale situazione mondiale? Magari dal palco dell’Half Time Show del Super Bowl? Come parecchi hanno iniziato già a notare forse il compito di quest’arte sistemica è di modificare lentamente il colosso dal suo interno, senza lottare contro di esso a muso duro, ma trasformandone gli algoritmi e le dinamiche da dentro. Insomma, far sì che l’egemonia culturale si inceppi autonomamente, attraverso alcuni “soggetti-sistemici” che tuttavia, sono nati all’interno di dinamiche culturali e consapevolezze identitarie specifiche e intatte.

Ci si può quindi immaginare una follia? Una diffusione a macchia d’olio e in sordina di una nuova cultura che sorga sotto il panopticon del sistema, invisibile negli intenti. Cellule dormienti che di notte colorino il volto del mostro cannibale appisolato. Quest’ultimo rimarrà comunque in uno stato indispettito di sonno profondo, sazio del capitale accumulato dai loro stessi prodotti. E che un bel giorno tutti s’accorgano della faccia ridicola del sistema e capiscano che tutto quel colore non può che esser stato originato in un altro luogo… In uno spazio e in un tempo in cui il capitale non ha divorato l’umanità, una stanza ben più preziosa ed illuminata della falsa protezione e del marcio benessere di questa grigia prigione. Perciò credo che sia tempo di tenere gli occhi ben aperti, prendere le distanze dall’ultra-omologazione culturale a cui siamo ogni giorno esposti e riconoscere che oggi più che mai siamo di fronte a un re nudo che continua ad agitarsi per sopravvivere… Riuscirà a farlo se i più resteranno solamente a guardare? Sarebbe bello avere la certezza che questa follia prima o poi accadrà. Ma per ora è certo solo che la cosmologia sta cambiando rapidamente negli ultimi anni e questo 2026 sembra aver dato una nuova accelerata all’intero processo.

Eppure, mentre riguardo quel video, il dubbio resta.

Forse hanno ragione loro.

Forse questo sentimento è davvero più forte dell’odio.

Forse, per adesso, non ci resta che ballare.

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                                                                                             «[…] Ma nebuloso e tremulo dal pianto Che mi sorgea...