Parlare di riarmo oggi significa parlare di un lento processo più promesso che attuato, più annunciato e propagandato che effettivamente realizzato. Per questo è difficile soffermarsi sulle conseguenze materiali dello stesso, proprio perché non verificabili. Ciò che possiamo invece analizzare è l’impercettibile, l’etereo. Come viene propagandato il riarmo? Come conosciamo le guerre che vengono combattute nel mondo? Quanto le immagini di una guerra distante ce ne rendono davvero partecipi? Del riarmo ci interessa sapere quale narrazione viene costruita per noi. Il linguaggio sdoganato, la cultura rivoluzionata, la mentalità stravolta del cittadino europeo di fronte al mondo che cambia. Il riarmo previsto è di dimensioni preoccupanti.
Le parole precedono le armi in arrivo. Lente, ma arrivano, e in un’Europa strapiena di proiettili a qualcuno verrà in mente di sparare quelli che ci porteranno alla catastrofe.
La guerra tra Russia e Ucraina e le sue conseguenze hanno definitivamente seppellito il Novecento, morto che cammina da molti decenni. Il mondo che abbiamo conosciuto, quello che ci hanno insegnato a scuola, con salmodianti formule, date e nomi simbolo, non esiste più. Il mondo di ieri è svanito: all’orizzonte ci aspetta l’ignoto. La guerra, “impensabile” fino a poco tempo fa, è tornata sul continente che per decenni l’ha aborrita, ripudiata e condannata, pur spesso ipocritamente.
Il nostro futuro ne risentirà.
La formula è semplice. Il riarmo è necessario per combattere la guerra in arrivo, e per rendere giustificabile il riarmo bisogna persuadere dell’ammissibilità della guerra, della sua legittimità. Senza l’azione propagandistica atta a convincerci della incombenza della guerra, il riarmo non può essere spiegato. Si agisce così sulle nostre menti per adeguarle alle necessità economiche e politiche della classe dirigente. Non dobbiamo quindi chiederci se andremmo mai in guerra per il nostro paese o per l’Europa in una guerra immaginaria contro un nemico non credibile. Dobbiamo chiederci invece come la guerra entra in noi, lentamente e inesorabilmente. Come nella nostra mente vengano riabilitati lo scontro, il conflitto, la violenza.
Non siamo noi che stiamo andando al fronte, è il fronte che viene da noi.
La macchina propagandistica agisce capillarmente. Si rende onnipresente, martellante, non si ferma mai e mai dà tregua. I giornali si occupano di creare un clima terroristico. Diffondono paura e diffidenza verso le “minacce” che incombono. Usano toni apocalittici, violenti. Restituiscono al lettore un quadro preoccupante, quello adatto a giustificare folli spese militari. La classe dirigente europea innalza il livello di scontro retorico adottando un linguaggio marziale. Si è tornati a parlare di “eserciti convenzionali” e “leva obbligatoria” (Merz). Si parla nuovamente della Bomba, della sua necessità, della sua efficacia e potenza. Ci si chiede se l’Europa avrà “the stomach to fight” (von der Leyen) in quest’epoca di grandi cambiamenti, in questo mondo in cui “per essere liberi bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna essere potenti” (Macron). È evidente l’intenzione dell’élite europea: convincerci, più che a combatterla davvero, di pensare di potere, e un giorno dovere, combattere una guerra.
Prima della comunicazione ufficiale dei potenti e degli organi di stampa che ne fanno da pappagalli, si diffondono le immagini delle guerre a noi vicine, sempre più vicine, a portata di notifica. Scrollando sui social, video di indiani che costruiscono piscine e di neo imprenditori, geni incompresi della finanza, offerte di lavoro nelle miniere in Australia sono intervallati da devastazioni e genocidi. Una bomba su Gaza di qua, missili iraniani di là, soldati russi uccisi di su, di giù, a destra e a manca, bambini morti ovunque. La sovraesposizione visuale alla morte e alla sofferenza che la guerra provoca ci anestetizza al dolore, allo scandalo, allo sterminio. Le immagini ci lobotomizzano, ci abituano.
Accettando gli effetti della guerra, accetteremo la guerra stessa, quindi il riarmo necessario a combatterla.
Ma quanto è credibile l’allarmismo e la persistente diffusione di notizie che volutamente generano l’escalation? La minaccia russa esiste davvero? Noi crediamo di no. Mai nessuno verrà ad attaccare i confini dell’alleanza militare più potente della storia (non vediamo l’ora d’essere smentiti). Come mai allora questa narrazione? Difficile spiegarlo. Velleità economico-industriali, revanscismi nazionalisti, cosmesi bellicista e, quasi sicuramente, incapacità di immaginare un futuro migliore e quindi, nel dubbio, andiamoci ben armati. Le ragioni sono tante e non si escludono l’un l’altra. Si rende presente una guerra che non c’è e si individua un nemico che tale non è. Si proclamano stati d’emergenza e di crisi per mantenere un potere sempre più difficile da giustificare. Si annunciano investimenti miliardari per illudersi di poter risanare un’economia sull’orlo della bancarotta. Si diffonde lo spauracchio di un nemico immaginato per spaventare, quindi controllare, dirigere, manipolare la massa e asservirla ai propri fini.
Questo inverosimile dispendio di energie finanziarie e propagandistiche porta con sé una vera e propria svolta epocale che segna il cambiamento di passo nella storia. I residui politico istituzionali del Novecento non hanno più la legittimità e il consenso per continuare ad esistere. Il riarmo e la propaganda per giustificarlo assumono valore esistenziale per un’Europa che sopravvive per inerzia, consapevole della sua illegittimità politica e identitaria, costruita negli anni dal calo delle affluenze elettorali, dalla frantumazione delle tutele sociali, dal privilegio concesso ai ricchi di arricchirsi e ai poveri d’impoverirsi, dall’erosione del diritto all’eversione. Il re è nudo e cerca nuove vesti militaresche, un po’ per nostalgia, un po’ per mancanza di alternative. Quando la morte si avvicina, e la si sente fiatare sul collo, quando la fine è ormai prossima e nessun’altra scelta sembra poterla evitare, la bestia scalcia, si dimena con le sue ultime forze sperando così di scongiurare il peggio. Eppure, il peggio arriva ugualmente.
L’Occidente attraversa una crisi senza precedenti. Il ritorno della guerra e della violenza come strumento politico e sociale ne è, più che conseguenza, sintomo più evidente. L’eversione è la risposta più razionale all’incapacità dell’élite di progettare il futuro e all’indisponibilità della massa ad accettarne la mancanza.
La guerra e il conflitto sono le uniche prospettive per una società che non è più in grado di rinnovarsi.
La svolta epocale riguarda quindi la rivoluzione culturale in atto nelle nostre menti, annebbiate da decenni di indolente e serafico pacifismo che ci ha portato a credere che la storia fosse fatta di pace, e placido miglioramento delle condizioni di vita, e riforme sociali e diritti civili. Ma la storia è altro, e noi ce lo siamo dimenticati per troppo tempo. La pace l’abbiamo mantenuta tra noi perché monchi della possibilità materiale di fare una guerra. Senza eserciti è difficile combattere. Eppure, l’abbiamo sempre combattuta al di fuori dell’Europa, ipocritamente candidandoci a paladini della giustizia e della moralità. Abbiamo fatto i pacifisti con le guerre di altri. Abbiamo condannato i genocidi altrui e non i nostri. Il nostro pacifismo è stato passivo, conservatore, prono alle necessità dei potenti, incoerente. L’incompatibilità delle visioni del mondo, per come si sta trasformando e come lo si vuol trasformare, porteranno indubbiamente allo scontro. Quando le proprie ragioni non vengono ascoltate nasce frustrazione, rabbia, disprezzo. Quando il linguaggio del dissenso diventa illegittimo e viene vietato, la prassi conformista abolisce ogni contrasto, sopito ma mai spento del tutto, che si risveglia ora superando il senso di impotenza e riabilitando l’azione disgregatrice.
La rinascita in Europa del senso della storia comporta quindi l’abbandono della categoria storiografica e identitaria su cui essa ha basato le narrazioni di sé, e che possiamo additare come motivo della nostra passività: il vittimismo. Noi europei ci siamo narrati come vittime del Novecento. Delle due guerre, del fascismo, del nazismo, della Shoah, del comunismo sovietico.
Le vittime subiscono e non agiscono.
Le vittime sono indolenti.
Il ritorno della guerra in Europa significa essere disposti ad essere carnefici e non più vittime. Per cambiare il mondo c’è bisogno di questa rivoluzione, culturale e mentale innanzitutto. Tornare a uccidere, o a pensare di poterlo fare, è imprescindibile per affrontare il mondo che avanza.
È quindi questo riarmo accettabile perché inevitabile, necessario? La condanna di questo riarmo deve essere irrevocabile e non rinviabile. Le nazioni europee fanno il loro gioco, agiscono per come sono sempre state abituate a fare: impongono, depredano, violentano. Quando sono in fin di vita ogni prevaricazione sembra loro insindacabile, ogni decisione è legge imperativa a cui adattarsi. Per noi individui reali, che nazioni non siamo, è ormai inaccettabile aderire a questa irrazionalità. Vogliamo dominare il caos, non subirlo. Il riarmo di oggi rimette in gioco la logica del rapporto servo padrone. I ruoli tornano riconoscibili e la loro dialettica necessaria. Se la guerra viene sdoganata, ogni conflitto riottiene la sua legittimità.
Non vogliamo negare quel che sta succedendo nel mondo. Non stiamo pronunciando formule di aprioristico pacifismo che serve solo a contestare e a non capire. Nel mondo che cambia e nella rivoluzione culturale che si diffonde si rivela una strada che apre spazi di azione impensabili fino a pochi anni fa. La guerra che entra in noi non lo fa solo come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli stati nazione, ma come possibilità del conflitto, come necessità dello scontro. Questo sistema marcescente prova a convincerci della inevitabilità della guerra, quindi della giustezza del riarmo, per evitare un oblio annunciato. Riammettendo la guerra riammettono però il conflitto sociale. Ognuno ha le sue ragioni. Sta a noi scegliere a quali aderire. Sta a noi questa scelta di vita.
Il mondo di ieri è finito e va seppellito con tutti i suoi miti, le sue leggende, le sue glorie e le sue atrocità. Chi non accetta il tempo che cambia compra le armi e indica il nemico all’orizzonte.
Il conflitto sta arrivando, a ciascuno il suo.