Immaginiamo di indossare per un attimo le vesti di un probo avvocato che lavora in un modesto, ma ben tenuto studio a Wall Street, all’epoca in cui questa strada, all’estremità di Manhattan, stava diventando l’epicentro della finanza in America. L’atmosfera nell’ufficio è placida, il nostro lavoro è scandito meccanicamente dalle vicende ordinarie, con i nostri due scrivani Turkey, un uomo corpulento, che talvolta cede alle lusinghe dell’alcol, e Nippers, un giovane venticinquenne i cui umori sono vincolati agli attacchi di dispepsia. Lavorando in uno studio dal discreto successo, ci rendiamo conto che forse i nostri due assistenti non sono sufficienti per ricopiare l’ingente mole di documenti, così scegliamo di assumerne un terzo. Ed è qui che entra nella nostra vita un uomo senza grandi particolarità, dal volto smunto e con una postura alquanto scialba, di cui conosciamo solo il nome: Bartleby. Inizialmente ci sentiamo soddisfatti: sembra proprio che questo nuovo impiegato sia uno stacanovista, copia ogni documento meticolosamente e in un religioso silenzio. Poco dopo, però, accade qualcosa che turba la “buona sistemazione naturale delle cose”. Mentre domandiamo gentilmente al nostro scrivano taciturno Bartleby di esaminare un documento, lui risponde: “Preferirei di no” (“I would prefer not to”). È così che si apre il racconto di Herman Melville Bartleby lo scrivano, pubblicato nel 1853. Dal primo “I would prefer not to” ne seguiranno altri, sino a quando l’eloquenza dell’avvocato si sfalderà in presenza dello scrivano:
Con chiunque altro sarei andato su tutte le furie; bandita ogni altra chiacchiera, l’avrei senza scrupoli cacciato via. Ma v’era qualcosa in Bartleby che, non soltanto stranamente mi disarmava, ma puranco, in modo assai sorprendente, mi toccava e sconcertava.
Ma cosa può dirci oggi questo strano individuo? Bartleby è senz’altro un personaggio paradigmatico, tante sono le interpretazioni che sono state fatte su di lui e sulla sua celebre locuzione. Una delle letture che ritengo più significative è quella di natura politica, che ben si concilia con alcune riflessioni sul concetto di protesta. Il“preferirei di no” di Bartleby si colloca in una prospettiva esterna, come una terza via, a quella che sembrerebbe l’alternativa inevitabile: accettare il complesso delle situazioni in cui ci troviamo o rifiutarlo antagonisticamente. La sua presenza nell’ufficio è minima e il suo silenzio, che non può essere spiegato o riempito con una risposta razionale, possiamo interpretarlo come una critica radicale alla struttura sociale e al sistema che si basa sull’azione e sul comportamento prevedibile. In un sistema volto a valorizzare l’azione a discapito del pensiero (“Don’t think, just do It!”), l’inazione di Bartleby si pone come una forma di resistenza senza desiderio. Egli sospende il suo coinvolgimento nel sistema di produzione. A tal proposito, sono illuminanti le riflessioni del filosofo sloveno Slavoj Žižek, secondo cui nel rifiuto dell’ordine del Padrone, Bartleby non nega il predicato, ma afferma un non-predicato: non dice, infatti, di non volerlo fare, piuttosto esprime la preferenza a non farlo. Questa sottile differenza è per Žižek particolarmente significativa, in quanto esprime il passaggio da una politica della “resistenza” o della “protesta”, che si parassita su ciò che nega, ad una politica che invece apra una nuova prospettiva, al di fuori della posizione egemonica e della sua negazione. La politica o filosofia del rifiuto di Bartleby non offre risposte positive ai problemi, ma ci permette di interrogarli e di svelare il gioco di quella politica di protesta, che talvolta finisce per alimentare dall’interno il sistema stesso che critica.
Della problematicità del concetto di protesta si è interessato il filosofo francese Alain Badiou, che viene citato da Žižek in The Parallax View:
Sono quindi tentato di citare la provocatoria tesi di Badiou: “È meglio non fare nulla che contribuire all’invenzione di modi formali per rendere visibile ciò che l’Impero già riconosce come esistente”. Meglio non fare nulla che impegnarsi in atti localizzati il cui obiettivo finale è rendere il sistema più fluido (atti come fornire spazio per la moltitudine di nuove soggettività, e così via). La minaccia oggi non è la passività, ma la pseudo-attività, l’impulso a “essere attivi”, a “partecipare”, a mascherare il Nulla di ciò che accade. Le persone intervengono continuamente, “fanno qualcosa”; gli accademici partecipano a “dibattiti” privi di senso, e così via, e la cosa davvero difficile è fare un passo indietro, ritirarsi da tutto questo. Chi è al potere preferisce spesso anche una partecipazione “critica”, un dialogo, al silenzio—semplicemente per coinvolgerci in un “dialogo”, per essere sicuri che la nostra passività minacciosa venga interrotta.
La tesi di Žižek-Badiou ci porta a riflettere sulle modalità e le ragioni della protesta. Questa distingue quando essa può costituire un reale tentativo di scardinare le strutture di potere fondamentali e quando invece sembra farlo solo ad un livello superficiale, attraverso una pseudo-attività, che consente al sistema di apparire democratico, aperto e plurale. Anche Mark Fisher, in Realismo capitalista, afferma che ciò a cui partecipiamo è una visione del controllo e della comunicazione simile a ciò che descrisse già il filosofo francese Jean Baudrillard, secondo cui l’assoggettamento non si presenta più come subordinazione ad uno spettacolo esterno, tutt’altro, essa ci invita a interagire e partecipare.
Dalle letture di Žižek e Fisher discende la necessità di ripensare le nostre azioni, anche alla luce dei reali risvolti politici che esse possono generare. Secondo Žižek, non fare nulla non è un segno di passività, ma un modo di ritirare il proprio investimento libidico dal gioco complessivo del sistema. In questo senso, il rifiuto di partecipare attivamente alla protesta che non cambia nulla è, di per sé, un atto di resistenza radicale, poiché non si limita a rifiutare l’illusione della “libertà” che il sistema ci offre, ma sottrae anche energia e attenzione alla sua perpetuazione. Ciò riporta al tema centrale del saggio, il concetto di “spostamento di parallasse”:
L’atteggiamento di Bartleby non è semplicemente la prima fase preparatoria per un secondo lavoro più “costruttivo” di formazione di un nuovo ordine alternativo; è la stessa fonte e il fondamento di questo ordine, la sua base permanente. La differenza tra il gesto di ritiro di Bartleby e la formazione di un nuovo ordine è — ancora una volta, e per l’ultima volta — quella di parallasse: l’attività frenetica e impegnata di costruire un nuovo ordine è sostenuta da un “preferirei di no” implicito che riverbera in essa per sempre.
Che cosa intende qui Žižek per “parallasse”? Si tratta di un concetto che egli prende in prestito dalla geometria e dall’ottica. Esso rappresenta il divario che si genera tra due posizioni che non possono essere conciliate, uno spostamento di prospettiva che ci consente di vedere il mondo al di fuori delle categorie usuali. La parallasse cui si riferisce il filosofo sloveno è quella tra la Legge, ossia tutte le regole esplicite e implicite, e il suo supplemento osceno superegoico, gli atti specifici di trasgressione intrinseca, alla quale le nostre pulsioni si agganciano, ma queste attività sovversive funzionano solo nella misura in cui perpetuano il sistema a cui resistono. Se la Legge incarna il potere, il suo supplemento osceno sarà una resistenza intesa come potere travestito. Non si tratta di due parti distinte dell’edificio giuridico, sono lo stesso “contenuto” — con un lieve spostamento di prospettiva. Pertanto, la terza via, per svincolarsi da questa impasse, può per Žižek essere rappresentata dal gesto di Bartleby. Esso va inteso come esercizio necessario per costruire una protesta che sia più consapevole di sé, superando le posizioni ideologiche.
Ma allora il gesto di Bartleby può davvero rappresentare una scelta rivoluzionaria? Bartleby e la sua posizione non possono che esercitare un forte fascino su chi ha il piacere di incontrarlo fra le pagine di un libro. Credo che incarni una nobile posizione etica, un rifiuto che dovrebbe riecheggiare nelle nostre vite come forma di consapevolezza. Ciò che però genera una contraddizione è la conclusione del racconto, i “preferirei di no” che si susseguiranno nel racconto porteranno progressivamente Bartleby verso la morte in carcere. Simbolo di una potentissima resistenza negativa, non riesce e forse non può trasformarsi in una forza positiva e collettiva. Il suo scetticismo radicale non trova il conforto dell’appartenenza, della condivisione e, di conseguenza, non si articola in una dimensione intersoggettiva. Questa condizione non riguarda solo il nostro personaggio letterario, ma può suggerire anche qualche prospettiva su alcune dinamiche correnti. Limitandosi al contesto italiano: la crescente percezione che molte proteste si concentrino principalmente su una dimensione simbolica, per quanto significativa, ha alimentato l’idea che non sia possibile perseguire alcun cambiamento reale. Le forme oggi più diffuse di protesta e rivendicazione politica spesso si occupano di un singolo tema: ambiente, diritti civili, parità di genere che, per quanto nobili, non fanno altro che generare un vasto mercato di soluzioni contingenti. Per questo motivo Žižek parla di pseudo-attività, di proteste che non riescono a pensarsi oltre il sistema capitalistico, che, in virtù della sua plasticità, riesce a sussumerle sino a depotenziarle. Questo meccanismo ha generato un diffuso senso di impotenza e ha acuito il senso di sfiducia nell’azione collettiva. Occorre dunque domandarsi in che modo sia possibile tornare a costruire delle proteste politiche che abbiano una maggior presa sulla realtà.
Il filosofo sudcoreano Byung-Chul-Han, in Perché oggi non è possibile una rivoluzione, sostiene che il neoliberismo abbia modellato, a partire dall’operaio oppresso, un imprenditore di sé stesso: oggi, ciascuno è un operaio che si sfrutta da solo, un dipendente di sé stesso. Ciascuno è al contempo servo e padrone, per cui la lotta di classe si è trasformata in una lotta interiore. Chi oggi fallisce si dà la colpa e si vergogna: individuiamo il problema in noi stessi, piuttosto che nella società. Il passaggio da lotta di classe a conflitto interiore, oltre a far emergere come il neoliberismo sia penetrato anche nella dimensione personale-esistenziale, risulta utile per mettere in luce un ulteriore aspetto: la progressiva marginalizzazione della lotta di classe. Potrebbe oggi risultare un concetto desueto, si tratta infatti di una categoria storica che ci porta a fare delle associazioni piuttosto circoscritte, ma è necessario qui considerarne il nucleo concettuale. La conflittualità di classe ha ceduto il posto a quella che la studiosa Lidia Undiemi, in La lotta di classe nel XXI secolo, definisce “pace sociale”. Questo concetto è stato utilizzato come strumento per minimizzare la conflittualità tra capitale e lavoro, presentando gli interessi del capitale come quelli di “tutti” e subordinando le esigenze dei lavoratori all’interesse superiore della nazione. Questo approccio ha portato a politiche che favoriscono il capitale ed erodono i diritti dei lavoratori e le tutele sociali. Per questo motivo “garantire la conflittualità significa assicurare anche la sopravvivenza dei sistemi democratici” e da qui nasce l’esigenza di riportarla al centro delle proteste. Nel dibattito pubblico “l’attenzione viene spostata su problemi sociali alternativi, rispetto a quelli del rapporto lavoro-capitale”, come ad esempio: immigrazione, parità di genere, politiche ambientaliste. Secondo Undiemi, sul fronte dei rapporti socio-economici, i contorni dell’identità politica della sinistra sono talmente sfumati e ambigui da rendere pressoché irrilevanti le differenze con la destra. Di conseguenza, il campo di confronto tra le due fazioni si sposterà su tematiche politiche alternative, tra cui, in primo piano, il tema dell’immigrazione, che si configura come uno dei principali riferimenti identitari tanto per la sinistra quanto per la destra.
Il conflitto non è più tra il capitale e il lavoro, ma tra lo straniero immigrato e il cittadino della nazione […]. Dalla guerra tra ricchi e poveri per una più equa redistribuzione della ricchezza si passa così alla guerra tra poveri per una spartizione, comunque iniqua e ingiusta, delle briciole concesse dal capitale.
Qui Lidia Undiemi porta un esempio molto chiaro di come alcune tematiche spesso centrali anche negli attuali movimenti di protesta, vengano strumentalizzate generando mistificazione e separazione fra gli individui. Ciò non significa che non si debbano portare avanti rivendicazioni politiche su temi di diversa natura, bisognerebbe però collocarli all’interno di una cornice più ampia, quella della conflittualità tra lavoro e capitale, per rendere la stessa azione politica più orientata.
Il primo passo per costruire una partecipazione politica che non perda la sua energia consiste proprio nello stimolare una lettura complessiva e strutturale della diseguaglianza, così da favorire il riconoscimento di un terreno di lotta comune. A chi dice “There is no alternative”, ricordiamo che le alternative non sono simulacri, sono più reali di quanto si possa pensare. Il primo passo è quello di non cedere allo sconforto che genera il realismo capitalista. Come ci ricorda Fisher: “da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpo torna possibile”.
Illustrazione di Andrea Calisi.