Un canovaccio di video autocelebrativo in tendenza qualche mese fa: generico video-selfie su canzone sottotono, in sovrimpressione Plan A: married by 26, house by 28, kids by 30. Stacco sincronizzato sul drop. Remix accelerato della canzone, in sovrimpressione Plan B: become the cool uncle e una serie rapida di transizioni video sincronizzate sui beat: orologi placcati, auto sportive, pantaloni attillati e camicie sbottonate, colossali bilancieri o tricipiti in pump, paesaggi caraibici, massaggi thai, tuffi in bungee jumping, ritiri monastici, viaggi, molti viaggi, su ogni mezzo di trasporto immaginabile. Un canone più o meno esauriente del solito buon consumismo, da quello materialistico di vecchia data fino a quello new age delle esperienze di vita – proprio della nostra generazione sostenibile, più matura spiritualmente, meno ossessionata dalla vile merce. E si tratta, in questi video, soprattutto di questo secondo – di certo non meno distruttivo, conformista e vuoto del primo.
Notiamo innanzitutto il punto di vista: evidentemente parlando di cool uncle – e non di amico, cugino, celebrità ecc. – il quadro di riferimento generale è quello familiare, e in particolare la prospettiva del nipote. Evidentemente se c’è uno zio dev’esserci un nipote, il quale è anche, per definizione, figlio. Un nipote-figlio che seduto al pranzo di Natale fronteggia il padre e suo fratello, e li compara. Il buon padre, responsabile, amorevole, garante dell’ordine e di una certa compostezza a cui fatica a sottrarsi, che ride impacciato alle battute e strattoni del fratello che lo vuol mettere fuori posto. E quindi lo zio: che lo si vede un paio di volte all’anno, di ritorno da un viaggio o da qualche impegno lavorativo, che porta quel leggero squilibrio nell’ordine quotidiano della casa, piccole trasgressioni del costume. Viene con un regalo e ha per il nipote una battuta sempre pronta, forse un po’ piccante, forse un po’ prematura per la sua età, ma che perciò ne titilla i primi, nascenti, istinti erotici. Il fascino dello zio è innegabile, apre il primo spiraglio ad un mondo oltre la famiglia. Qualche decennio fa tuttavia il nipote, pur indubbiamente affascinato da quel carattere eccentrico, sarebbe stato riattratto, nella maggiore età, verso i doveri famigliari, verso la via percorsa dal padre. Oggi, invece, l’aura del cool uncle, così squisitamente contemporanea, appare al nipote sempre più come l’unica opzione appetibile qualora non voglia giocarsi le più succulente opportunità che la vita gli offre. Quest’aura, dominante l’immaginario collettivo, è il preciso prodotto dell’industria pubblicitaria, cinematografica, editoriale e oggi social, che cavalca l’odierna ideologia libertaria.
Ecco tuttavia una questione. Il Plan B è il da tutti favorito, certo. Ma oltre a ciò, quanto ha ancora senso parlare in generale del Plan A? Sembra che oggi le condizioni sociali ed economiche siano sempre più antagoniste all’istituzione familiare. Questa sembra tutt’al più un fantoccio tirato su per l’occasione, e reel come questi non sono altro che sparare ad un corpo morto, o per lo meno prossimo al decesso. E chi spara, questo importante chiarirlo, è tanto di sinistra – di quella sinistra in varia misura libertaria, antitradizionalista, femminista e antipatriarcale – quanto di destra – di quella destra imprenditorialista, che nonostante qualche gridato appello alla famiglia tradizionale non fa che alimentare le precondizioni sociali ed economiche del suo sgretolamento. Quello zio lo si può immaginare tanto un ex-sessantottino quanto un businessman di successo.
La storia della famiglia nell’ultimo secolo e mezzo è la storia di una progressiva perdita di funzioni. Le funzioni produttive vengono naturalmente meno con l’imporsi dell’organizzazione capitalistica: qui avviene la prima scorporazione delle funzioni familiari. Si stabilisce una netta divisione fra il mondo pubblico e quello privato: il primo è lo spietato mondo degli affari, il secondo è il luogo sicuro, incontaminato della serena vita familiare. La famiglia borghese è il “rifugio in un mondo senza cuore”: luogo degli affetti e dell’educazione della prole, non più, come nel mondo pre-industriale, unità di produzione. Tuttavia questo rifugio, oggi è evidente, non è più tale: le spietate logiche di quel mondo senza cuore hanno portato alla quasi totale cancellazione dell’istituzione familiare. Le funzioni educative erose dal sistema pubblico di istruzione, asili nido, moltiplicarsi di influenze esterne quali televisione e tecnologie di varia natura, famiglie a doppia carriera, scomparsa della famiglia estesa, delegittimazione della struttura gerarchica fra generazioni e dei valori trasmissibili. Funzioni affettive sbiadenti sulla scorta del moltiplicarsi di divorzi, dell’assenteismo genitoriale più o meno colposo, dei legami di fedeltà e responsabilità costitutivamente più fragili. Per non dire infine della possibilità, non così remota, della scomparsa della funzione riproduttiva sulla scorta di sviluppi tecnologici quali fecondazione in vitro, gestazione per altri e utero artificiale.
Quale si dice essere perciò il fondamento della struttura familiare odierna? L’amore. Oh, fantastico, magnifico. Oh, l’amore coniugale, oh l’amore filiale (certo un po’ meno). Meraviglioso. È permesso dire che la santificazione dell’amore romantico, di quell’Omnia vincit Amor, è uno dei più patetici segni di decadenza. Quella morbosa fede nell’amore contro tutto, noi due contro il mondo, l’amore per l’amore. Meraviglioso, e Fantastico per di più. Per poi, con regolarità farsi vittime del partner, che ha tradito l’amore, che non sa amare. Oppure, come seconda opzione per trovare un senso nelle moderne forme relazionali, quell’universo di strane invenzioni di poliamore, non-monogamia, situationship, fluidità relazionale. Qui lo sfaldamento dei legami, l’indecidibilità che giunge a situazioni da scaffale del supermercato – con lui per il sesso, con lei perché è stabile, con l’uno perché mi diverto, e l’altra perché è profonda -, è pienamente accettata, persino acclamata come più naturale, ed attraverso una radicale mistificazione spacciata per libertà ed emancipazione del desiderio, in una finemente concertata operazione di autoindulgenza.

Perciò, che si tratti della bella favola dell’Omnia vincit Amor o delle mistificazioni del poliamore, tutto ciò è largamente insufficiente a dare un senso all’istituzione familiare dopo che tutte le sue basi sociali, economiche, morali sono svanite. La famiglia, come ogni cosa d’altronde, è resa possibile da un conglomerato di condizioni oggettive e il fatto soggettivo dell’amore non basta a compensare per la perdita di tutti gli altri elementi Una gestazione per altri (in futuro magari per intero artificiale), in una coppia di impiegati a tempo pieno, o magari, dopo un divorzio, un genitore single, che affida il figlio a tempo pieno a professionisti in asili nido, babysitter o surrogati tecnologici, dove il supporto materiale e morale di una famiglia estesa è lontano ricordo, questo nucleo al quale spetterebbe la trasmissione delle prime forme di solidarietà, responsabilità, valorialità che vadano oltre l’individualismo etico, si può pensare possa sopravvivere sotto l’ombrello dell’amore soltanto? Quest’ultimo è certo uno degli elementi, evidentemente necessario, ma largamente insufficiente a sorreggere in toto la forma-famiglia. Al di là di idiote romanticherie e sdolcinatezze non esiste società – e la famiglia evidentemente è il nucleo originario di una società – che si possa fondare sull’amore fra me e te soltanto. Anche laddove si voglia ancora indulgere nell’antico rituale del finché morte non ci separi – ma il posto di Dio sia assente – tale cerimonia non è che un vuoto fatto estetico. Che sia Dio, o l’idea di una continuità col passato verso cui si sia responsabili, o di un ruolo educativo della famiglia all’interno della società, necessariamente perché l’istituzione familiare abbia un valore dev’esserci un’idea di mondo che vada al di là di te e me e del nostro infinito e commovente amore. E sarebbe anche il caso di lasciare da parte quell’idea progressista della famiglia come sistema di costrizioni: sia che le si veda negativamente, come oppressive del desiderio, sia positivamente, come limite agli impulsi naturalmente egoisti e disordinati. Con il venir meno della famiglia non si liberano gli impulsi naturali dalle loro catene, ma si modificano alla radice quegli stessi impulsi. I desideri e le aspettative individuali sono ben diversi in una società frammentata e nichilista piuttosto che in una che creda che la famiglia abbia un luogo nel quadro più ampio della società e forse del cosmo – con conseguenti responsabilità individuali. Basti pensare, e qui concludo le mie considerazioni da oscurantista, alla differenza fra l’onnipresente “Voglio una persona che mi faccia ridere” su Hinge – ricerca innanzitutto dell’intrattenimento – con i pedanti temi di università della terza età di mia nonna: umiltà, responsabilità, senso del dovere sono i valori cercati nel partner.

Assieme alla famiglia, lo stesso destino subiscono tutti gli altri luoghi dove si sviluppano senso di appartenenza, fiducia reciproca, valori e storia: ovvero comunità locali, “luoghi terzi”, comunità religiose, partiti, sindacati… perfino lo Stato-nazione, che ha a suo tempo sradicato le varie sottostanti appartenenze regionali, perde ora sempre più di senso. Tracciare la storia e risalire alle cause del collasso di tutti questi organismi è questione evidentemente sproporzionata per questa sede. Tuttavia si può cavare il senso della scomparsa di questi corpi intermedi – termine usato in senso lato – e tracciare il profilo dell’individuo che ne emerge.
Innanzitutto il perché parlare di corpi intermedi, intermedi fra quali poli. Essi costituiscono la mediazione fra individuo e mondo, o totalità, come ci si voglia esprimere. Venuta meno questo passaggio la relazione unica e fondamentale diventa quella io-mondo, finalmente diretta, autentica e liberata da costrizioni mentali. Questa totalità assume varie forme ed è l’orizzonte entro il quale si muove l’individuo contemporaneo. Si può parlare di globalizzazione, quindi della possibilità generalizzata di spostamento fisico sull’intero globo, della disponibilità di merci provenienti da ogni dove, della rete globale di transazioni finanziarie. Oppure dell’istantaneità delle comunicazioni, da internet ai social, fino al minestrone di pensiero del multiculturalismo – dai Carnevali per la diversità, all’ora scolastica di religioni, alle infinite varietà di orientalismo da fricchettoni. E notiamo infine, come anche dal punto di vista del pensiero si registri un’accentuazione di questo contatto im-mediato fra io e mondo, che in questo caso è soprattutto io-cosmo: teosofia, astrologia, tarocchi, junghismo dozzinale non sono che espressioni di questa immediatezza fra individuo e ordine cosmico. E anche quando guardiamo ai padrini filosofici ora tanto di moda, troviamo fra le letture favorite – anche, e forse innanzitutto, dai finance bros – gli stoici, Seneca e Marco Aurelio innanzitutto: fra le filosofie antiche che più hanno scavalcato l’aspetto politico-sociale per giungere direttamente al rapporto individuo-totalità.

Dal finance bro nella rete globale di transazioni finanziarie, al turista di piacere fino al comune utente social, l’individuo è in contatto diretto con il mondo, sempre meno mediato, nell’idea e di fatto, da quella serie di appartenenze intermedie di qui sopra. Ma ora, chi è questo individuo e quale il suo archetipo. Vorremmo qui provare a sviluppare l’idea che l’artista sia la figura di riferimento e il modello di vita nell’era contemporanea. Di certo indizi di carattere sociologico non mancano. Il proliferare, ad esempio, dei cosiddetti creativi: quanti conoscenti ha ognuno di noi fra emergenti del rap, aspiranti DJ, chitarristi, registi, o atelier privati, mostre collettive e riviste varie, quanti poi che si esprimono pienamente soltanto al corso di teatro o con due sbavature su tela, e quante ancora carrellate di foto sul secondo profilo artistico di Instagram. Tutto ciò è salutare, liberatorio, perché bisogna esprimersi, è vitale esprimersi! E poi le eminenze e notabilità: un proliferare di artisti su vari ranghi fino alle semi-divinità: Picasso e Dalì, Taylor Swift e Brad Pitt, Warhol e John Lennon… di cui ancora prima delle opere, e forse al di là delle opere, si ammira la personalità e la storia di vita – sembra oggi ossimoro parlare di artista anonimo. Ed anche, in prospettiva storiografica, il feticcio per le biografie dei grandi artisti del passato remoto: sempre dipinti, al limite del possibile, come ribelli e grandi precursori della nostra mentalità progressista. Questa psicologizzazione, dimostra ulteriormente che è in primo luogo la vita dell’artista a cui si aspira, ancor più che alla loro opera.
Ma è importante ora capire un fatto: l’archetipo di cui stiamo parlando è quello contemporaneo, ben diverso da ciò che l’artista è stato in passato. In continuità con la centralità inaudita della persona-artista a scapito dell’opera – opposto al suo storico (semi-) anonimato – sta la moderna concezione del ruolo dell’artista. In passato ciò che era centrale era il fatto che nell’opera si incarnasse un principio più alto, spesso religioso o comunque valoriale, condiviso dalla società, di cui l’artista fosse intermediario, in continuo e reverente dialogo con la tradizione formale di appartenenza. La concezione oggi prevalente è del tutto diversa: l’opera è emanazione della geniale creatività dell’artista, della sua singolarità. L’artista è il creatore, dell’opera e della propria persona nell’interezza. In questo senso va interpretato quel ritornello popolare “fai della tua vita un’opera d’arte”, una magnifica creazione individuale: a questo è chiamato l’artista e l’uomo contemporaneo. Il valore primo è l’autoespressione: come per l’artista la sua opera, così per l’uomo la propria vita dev’essere libera espressione della sua interiorità. I suoi valori, e qui sta un punto importante, sono liberamente scelti, e perciò radicalmente soggettivi. I valori hanno come radice ultima il desiderio individuale, l’io desidero così: e questo è il senso fondamentale della parola libertà come usata oggi. Notiamo appunto come su argomenti di carattere etico questa sia l’argomentazione di ultima istanza, alla quale una volta ricorso si pretende di chiudere il discorso: lui se la sente così, e ognuno può fare quel che vuole finché ciò non danneggia in linea diretta qualcun altro. Repliche non sono ammesse, perché il valore è per definizione soggettivo (come il gusto del resto), e in quanto soggettivo, inappellabile. Di qui la tolleranza come primo ideale sociale – antipolitico per eccellenza -, e di qui il terrore panico di offendere, di giudicare – e se lo si fa solo costruttivamente, si raccomanda – e conseguentemente la nostra tipica suscettibilità verso chi si impiccia dei fatti nostri. In definitiva quell’aura di sacralità e inattaccabilità che circonda, nel discorso pubblico, la figura della vittima – il victim blaming.
A questo punto si tocca la seconda caratteristica dell’archetipo-artista, che è l’anticonformismo. Essa è in fondo conseguenza logica della prima. Laddove il valore della propria vita sia un fatto individuale, tutto ciò che pone limiti alla mia scelta individuale è innanzitutto percepito come costrizione. Allora, ciò che viene ereditato, precedendo la mia nascita, che impone un orizzonte più ampio rispetto ad essa ed è incarnato in quel sopracitato canone di corpi intermedi, viene ora percepito come costrizione. È un limite alla mia possibilità di scelta, alla definizione autoespressiva dei miei valori e della mia identità. Fondamentalmente l’anticonformismo rispetto alla, così ora percepita, ristretta mentalità familiare, allo sciovinismo nazionalista, alle superstizioni religiose, alle gerarchie scolastiche e generazionali ecc. A tutto ciò che impone valori oggettivi, nel senso di socialmente oggettivi, e si esprime in gerarchie e principi d’autorità. È lo spirito di ribellismo che nasce nella bohème parigina di metà Ottocento e che trova una delle sue più potenti espressioni nel movimento del ’68. Questo si opponeva, al fondo, al concetto stesso di autorità e tradizione, con l’idea che questi fossero l’avamposto a difesa dell’ordine capitalistico che si voleva smantellare. Distruggerli era un passo inaggirabile per colpire il sistema di sfruttamento economico. La liberazione era perciò concepita nei termini di qui sopra, della promozione dell’autoespressione individuale e dello smantellamento delle costrizioni esterne alla libertà personale – ciò che viene chiamato libertà negativa, libertà da… L’equivoco di fondo tuttavia è stato proprio questo, non comprendere come le tradizioni e valorialità ereditate, quelle strutture che abbiamo chiamato corpi intermedi, fossero precisamente l’ultimo argine contro le dinamiche competitive, disgreganti e nichiliste della dinamica capitalista.
Qui tocchiamo l’ultimo punto, il comprendere come il sistema artista-mondo, che qui abbiamo illustrato, sia fondamentalmente in sintonia con la dinamica capitalista al suo cuore, e come infine questa abbiamo incorporato al proprio interno l’idealità sessantottina. Punto chiave per il perpetuarsi dell’accumulazione capitalista è la massima mobilità di persone, merci e capitale. Tale fluidità permette la massima efficienza nella divisione del lavoro e nell’allocazione di risorse: meccanismo chiave del sistema capitalistico. Laddove manodopera è richiesta dev’esserci possibilità per lavoratori di raggiungerla, laddove c’è la possibilità di aprire un mercato fruttuoso le merci devono poterlo raggiungere a basso costo, laddove ci siano occasioni di investimento il capitale deve poterle sfruttare, al di là di confini nazionali, barriere giuridiche, doganali, politiche e culturali, al fine della formazione di un efficiente mercato globale. Il mercato ha quindi una tendenza intrinseca a superare e cancellare i confini nazionali. Oltre ad una legislazione nazionale volta a preservare un equilibrio sociale ed economico interni, anche le altre tipologie di corpi intermedi costituiscono freni alla dinamica globalizzante e liquida del capitale. I doveri familiari e genitoriali sono un potente disincentivo alla costante necessità di spostamenti. Allo stesso modo un radicamento territoriale. Oppure, ancora, pregiudizi morali e sistemi di valori possono essere inutili rigidità e resistenze sulla via della comprensione razionale del proprio utile economico. Limiti alla propria carriera, limiti al consumo di certe merci, limiti alla spregiudicatezza e produttività, limiti alle novità proposte dal mercato. Tali valori, appartenenze e fedeltà sono inutili resistenze alla dinamica capitalistica, ed ogni loro erosione è ulteriore facilitatore all’imporsi della frammentazione e nichilismo inerenti al capitale.
In linea con questi sviluppi si vede un fondamentale mutamento nell’immagine dell’individuo di successo. Alla tradizionale figura borghese, associata alla pesantezza (come si vede dalle caricature che lo dipingono in genere come grasso), o all’operaio di fabbrica che spende la sua intera carriera professionale nello stesso stabilimento, si sostituisce la snella, sportiva e un po’ casual corporate girly, fra conferenze internazionali e weekendini all inclusive. La flessibilità viene elevata a qualità fondamentale per il successo professionale e di conseguenza la tendenza all’affitto piuttosto che alla proprietà (dall’abitazione, all’automobile fino alle varie forme di abbonamenti), alla convivenza piuttosto che al matrimonio, all’aborto piuttosto che alla natalità. Tutte condizioni necessarie, pare, per quella completa realizzazione di sé sul modello dell’artista – la cui in-stabilità esistenziale costituisce una delle sue caratteristiche più affascinanti. Ma oltre a ciò lo stesso mondo del lavoro ha subito una profonda trasformazione sulla spinta, qui piuttosto esplicita, delle contestazioni del ’68. La così denominata “critica artistica” propria del movimento, puntava ad un’umanizzazione della vita lavorativa: allo smantellamento delle gerarchie di fabbrica, alla contestazione della specializzazione in favore della creatività e dell’intuizione visionaria, al supporto per l’autonomia sul posto di lavoro, all’importanza del networking, delle abilità relazionali e di convivialità. Questi mutamenti portano alla cancellazione della tradizionale divisione fra la persona e la sua forza lavoro (quando si parla di competenze personali sostituitesi al sistema delle qualifiche riconosciute ufficialmente) e tra le relazioni gratuite e quelle interessate (come nel networking, dove il confine fra amicizie gratuite e relazioni d’affari si fa sempre più sfumato).
La [passata] taylorizzazione del lavoro consiste, è vero, nel trattare gli esseri umani come macchine. Ma il carattere rudimentale dei metodi messi in opera, proprio perché vanno nel senso della robotizzazione degli uomini, non consente di porre direttamente al servizio della ricerca del profitto le proprietà più squisitamente umane degli esseri umani, i loro affetti, il loro senso morale, il loro onore, la loro inventiva. Invece i nuovi dispositivi, che richiedono un coinvolgimento più completo e si fondano su un’ergonomia più sofisticata, che integra gli apporti della psicologia postcomportamentista e delle scienze cognitive, proprio perché in un certo senso sono più umani, penetrano anche più profondamente nell’interiorità delle persone, da cui ci si aspetta che si “consacrino” al loro lavoro e rendano possibile una strumentalizzazione degli uomini nelle loro dimensioni più umane. (Luc Boltanski, Il nuovo spirito del capitalismo)
Il “saper essere” prende il posto del “sapere” e del “saper fare”. Allo stesso modo, sul lato del consumo, il capitalismo post-’68 ha proceduto alla mercificazione di beni che fino a quel momento erano rimasti al di fuori della sfera del mercato, penetrando in alcuni settori (turismo, attività culturali, servizi alla persona, divertimenti, sessualità) fino ad allora rimasti relativamente estranei ai grandi circuiti commerciali e interni alle logiche dei corpi intermedi. Così, sulla scorta della “critica artistica”, il capitalismo a partire innanzitutto dagli anni ’80, attraverso l’imperativo della flessibilità e dell’”umanizzazione” di lavoro e consumo – e perciò in nome dell’autoespressione e dell’infrazione delle costrizioni – ha proceduto a capitalizzare su ciò che è propriamente umano, minando ulteriormente le basi del sistema valoriale dei corpi intermedi, il quale di principio non funziona secondo logiche di profitto ma ha una sua valorialità indipendente.
Possiamo infine, tornando al punto di partenza, pensare al cool uncle come al coacervo di tutto ciò che abbiamo presentato. Un esteta, alla continua ricerca di nuove esperienze unicamente in nome dell’esperienza, che rifiuta i legami ereditati in nome dell’autoespressione e autorealizzazione, un cittadino del mondo dedito ad una vita in movimento, radicalmente flessibile. L’illusione è che tale cosmopolitismo apra la via ad un uomo nuovo, mentalmente aperto e realizzato. Ciò che sfugge tuttavia è il meccanismo di formazione di un’identità individuale. Questa può giungere certo ad orizzonti globali ed abbracciare un dialogo interculturale, ma lo può fare in modo significativo solo se parte da un radicamento particolare. I vari passaggi intermedi non sono aggirabili. Un’identità non si sostiene su sé stessa, ma può essere tale quando partecipa a qualcosa che la trascende. Quei corpi intermedi, dalla famiglia al bar al sindacato alla parrocchia, hanno ognuno un oggettivo sistema di valori e una specifica autorità morale di riferimento, il confronto con questo è imprescindibile per la formazione di identità individuali. Tale contatto, che è anche inaggirabile confronto con gli altri membri, richiede tempo e necessita di una certa stabilità. La costante possibilità di fare exit non appena qualcosa non ci torni, mantiene la nostra posizione tragicamente superficiale. I corpi intermedi insomma sono lo spazio fisico e di pensiero nel quale si esercita la nostra abilità a superare le differenze ritrovando terreno comune. Possibilità sia di scoprire contrasti che abilità a conciliarli. Lo “sparlare”, il confronto quotidiano su vicende a noi vicine, il raccontare storie e il dialogo critico su di esse sono il processo attraverso cui una valorialità oggettiva si costituisce. Questa eccede la nostra pura e semplice autoespressione. La partecipazione a queste tradizioni, la comprensione delle nostre responsabilità nei loro confronti – il dover “render conto” delle nostre azioni – e l’incontro-scontro con standard di comportamento condivisi danno profondità e solidità ad un’identità personale. Specularmente, l’individuo cosmopolita, fluttuante in un universo non-giudicante, non dipendente da nulla e perciò privo di responsabilità, è un’individualità costitutivamente fragile, costantemente esposto alla mancanza di senso.