La talpa #2: Sull’utilità e il danno del paradigma vittimario per la storia e per la vita

La vittima è l’eroe del nostro tempo. Al centro di ogni percezione di sé, di ogni narrazione legittimante, c’è la vittima e la sua superiorità morale. Caratteristica distintiva dell’eroe è la sua esemplarità. Egli definisce i comportamenti da seguire, i valori da adottare. La vittima, qualunque vittima, è tale non per propria scelta, ma perché altri le hanno imposto questo ruolo. La sua origine risiede nella sua passività. Il suo status deriva dall’azione altrui. La vittima è ciò che subisce. È il frutto dell’azione altrui. Qui risiede la sua anomalia: come è stato possibile che la vittima sia diventata il paradigma morale e comportamentale della nostra epoca? Per decisione di chi? Per quali ragioni? Rispondere a queste domande significa mettere in discussione e la narrazione postmoderna e l’egemonia economica neoliberista. 

Trent’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nel 1975, si tengono le commemorazioni per il trentesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, l’ultima occasione memoriale in cui il paradigma dell’eroe partigiano è stato egemone nella narrazione politica e pubblica. La sua fortuna sarà destinata in pochi anni a perdere presa sulla maggioranza della popolazione italiana (ed europea). Gli anni Ottanta la lunga gestazione del mondo nuovo, la caduta del Muro il definitivo colpo di grazia al sistema creato dalla lotta antifascista. Di questa storia ci interessa, in questa occasione, l’effetto che ebbe sulla sempre più impetuosa affermazione del paradigma vittimario. Morto l’eroe partigiano, relegato alla storia antiquaria e oscurato dalla dimensione politica, erge la vittima, conquista sempre più spazio e si rende egemone. Impossibile non considerarla. Non cogliere la portata rivoluzionaria del paradigma vittimario significa ignorare la struttura culturale su cui si è fondato il mondo globalizzato e la globalizzazione stessa.

Alcune parole chiave ritorneranno ciclicamente nelle argomentazioni che seguono: impotenza, irresponsabilità, identità, innocenza, passività. Attorno alle parole che seguono sta un’unica argomentazione che tutto regge. La vittima, simbolo dell’innocenza, ormai sentita come necessità per estraniarsi dal secolo della colpa novecentesco, è diventata desiderabile, in quanto garantisce identificazione, rispettabilità, consenso ed ascolto. L’unico modo per essere nella contemporaneità, è dotarsi delle categorie vittimarie, rinunciando all’azione creatrice preferendo passività, quindi irresponsabilità, in ogni campo della vita individuale e comune. Parola d’ordine: delegare il pensiero e l’azione, perché chi agisce è colpevole, è nel torto, non può che essere un carnefice.

Innanzitutto, la dimensione psicologica. Una vittima, in funzione della gravità del trauma subito, sviluppa una spontanea propensione al silenzio. Il trauma vissuto porta la vittima a sviluppare meccanismi di difesa quali rimozione e proiezione. Mai la vittima, prima della contemporaneità, era stata portata a confessare, sbandierare apertamente al grande pubblico il proprio traumatico vissuto. I sopravvissuti della Shoah non parlarono per decenni, oppressi dal dolore e dal senso di colpa. Tacquero fino a quando, negli anni Sessanta, l’intellettualità del giudaismo iniziò a ripensare all’esperienza concentrazionaria riscoprendo l’orgoglio e la fierezza e rigettando la vergogna e l’umiliazione. Per gli storici, l’emergere di questo nuovo campo di ricerca è stato una benedizione, per l’intera comunità europea e occidentale una riscoperta che ha dotato la cittadinanza di maggiore consapevolezza e storicità. Il riemergere di questo tema memoriale e storiografico non è stato di per sé dannoso, è la sua strumentalizzazione politica, che poi ne ha variato la natura psicologica e ne ha fatto un mezzo di definizione dell’identità e dei comportamenti collettivi e individuali, da considerarsi negativamente. Da quel momento la vittima ha parlato e ha conquistato, con linguaggio e categorie facenti riferimento all’esperienza dei lager nazisti, il dibattito pubblico. Oggi è impossibile pensarsi al di fuori delle categorie identitarie della vittima. È quindi necessario, per ognuno di noi, ricercare e fabbricare una narrazione vittimaria convincente, immedesimarsi nella vittima, comportarsi come tale, quindi non agire, per legittimare la propria esistenza. Quale problema si presenta allora? Considerato il fatto che nella società attuale, occidentale e tecnologicamente avanzata, non si vivono più quelle grandi esperienze traumatiche che hanno lacerato le generazioni passate, come le guerre, le epidemie, le carestie, ci si chiede cosa ci azzecchi la vittima con la contemporaneità. Vien da sé che in una società senza traumi collettivi ma con moltissime vittime, alcuni traumi sono, se non inventati, quantomeno indotti dalla necessità d’identificazione. Essendo l’unico linguaggio a disposizione non rimane altro che pensarsi vittima: di un sistema, della storia, del governo, della società tutta, crudele e infermabile. Paradossalmente viene oggi da chiedersi se sia nato prima il trauma o la vittima. Il trauma si crea dall’incapacità emotiva e psicologica di elaborare un evento esterno, di combattere contro ciò che genera dolore. E da qui il ruolo di asservimento della terapia psicologica alla logica vittimaria, limitandosi all’ossessionata ricerca del trauma che ci affligge, anche quando non c’è. Fenomeno ADHD insegna.

In secondo luogo, necessariamente, la dimensione storico-culturale. Come già accennato, la dimensione storica della narrazione vittimaria ha assunto fin da subito un rilievo non indifferente. La vittima, determinata ad assicurarsi l’unanimità del dibattito pubblico, sbaraglia i contendenti e si aggiudica facilmente il posto principe nelle narrazioni storiografiche. La ricostruzione storiografica viene influenzata e non poco dall’emersione di un nuovo campo semantico e tematico gravitante attorno all’esperienza vittimaria del Novecento. A partire dagli anni Novanta, con la relativa rivoluzione politica e culturale che attraversa l’intera Europa, si è iniziato a riconsiderare l’esperienza novecentesca. Quello che nelle grandi narrazioni popolari era stato il secolo della lotta, dell’emancipazione, del raggiungimento di diritti più umani per una fascia sempre più larga di popolazione, era diventato ormai il secolo delle grandi stragi, delle esperienze totalitarie, delle guerre, della distruzione e della morte. Il Novecento non è più il secolo della modernità e del progresso, incarnati dal partigiano valoroso, ma il secolo della decadenza e della barbarie, il cui protagonista è la vittima inerme che subisce e nulla può di fronte alla grande storia che fa quel che vuole e che nessuno ha il potere d’arrestare. È venuta meno quella concezione della storia che fa dell’azione il mezzo necessario per il progredire del genere umano. Che dietro questa operazione ci sia un intento politico-economico è possibile scorgerlo da una più approfondita analisi delle manifestazioni letterarie e cinematografiche degli ultimi decenni. Se la cultura è specchio della politica, l’assenza più totale di prospettiva politica sul futuro delle opere letterarie e cinematografiche degli ultimi anni ci rivela l’essenza politica del paradigma vittimario. Partiamo dalla letteratura. “Un paese senza eroi”, l’ha definito Stefano Jossa ripercorrendo la storia letteraria italiana e non trovandovi, da Jacopo Ortis al partigiano Johnny passando per Don Abbondio, un eroe positivo che sia stato esemplare per gli italiani, identificando una prassi letteraria e culturale nostrana ben radicata e che l’affermazione del paradigma vittimario non ha fatto altro che aggravare. La letteratura ha sempre rispecchiato fedelmente la comune prassi delegatoria del popolo italiano. L’irresponsabilità, nelle pagine letterarie, è onnipresente. Essa è il sintomo più acclarato della vittima, di chi non è in grado di agire, di chi si sente impotente. Il caso italiano si innesta in un più ampio decorso letterario che ha visto la diffusione capillare di generi che hanno come ambientazione e tematica quel che Daniele Giglioli ha definito “il Reale”, ciò che sta al di fuori di ogni nostro tentativo di simbolizzazione. Ecco quindi la predilezione per la violenza, la morte, l’intrigo, il mistero, il tradimento e il complotto. All’inservibilità dell’esperienza quotidiana corrisponde una particolare affezione all’impresentabile, all’osceno, all’impensabile. La narrativa di genere si presta esattamente a questo scopo, proponendosi di ricostruire una controstoria dell’Italia contemporanea, raccontata attraverso il ricorso sistematico alla tematica del segreto e del retroscena che è essenziale in questo tipo di narrativa. Se il Novecento è diventato il secolo della barbarie e della violenza, se il dramma del Novecento ha generato sfiducia nella possibilità umana d’incidere sul proprio destino, la letteratura sviluppa un linguaggio in cui l’eccezionalità è di casa mentre la quotidianità perde di senso e d’interesse. Da qui la convinzione, trasferita nelle pagine di narrativa, secondo cui: le cose non sono come sembrano, da qualche parte c’è qualcuno che tira le fila, un grande vecchio, una centrale nascosta. Ancora Giglioli: “Esiste da qualche parte qualcuno che sa, può, agisce e decide: solo, non siamo noi. Ecco perché non contiamo nulla, non sappiamo nulla, non possiamo nulla”. La realtà che conoscono gli eroi/protagonisti è conoscibile solo nella misura in cui è inoperabile, inagibile, estraniata. La realtà a cui allude la letteratura contemporanea è diventata inservibile, ingovernabile, non è più egemonizzata, come nella modernità, dagli individui e dalle loro associazioni, ma da un’imperscrutabile razionalità sistemica. 

Così come la letteratura, il cinema. Partendo sempre dalla stessa idea per cui la realtà è per l’uomo ingovernabile, che da essa viene controllato e manipolato, il futuro, la prospettiva che l’uomo elabora per il proprio divenire, non solo non può essere positiva, ma è costretta ad essere disastrosa, è obbligata a dipingere un mondo sull’orlo della catastrofe, nel quale il suo unico compito è quello della sopravvivenza. Se la realtà più ampiamente intesa è diventata inservibile, l’unico spazio di azione che compete all’uomo è quello limitato e impellente della lotta per la sopravvivenza, specialmente contro quei disastri naturali o umanamente creati che portano l’intero globo terrestre sull’orlo della catastrofe. È l’Apocalisse, il solo momento in cui riguadagniamo la nostra capacità di agire. Tuttavia, il fatto che l’intelligenza umana porti in alcune di queste pellicole alla scongiurazione del pericolo, alla salvezza dell’intera umanità, o solo della sua parte più meritevole, non significa che il cinema non adotti quella visione della società e del mondo pessimistica e priva di fiducia nel progresso tratteggiata sopra in ambito letterario. Che ci si possa salvare dall’Apocalisse non elimina l’Apocalisse stessa. Non avere altra capacità immaginifica se non quella di inscenare la fine ingloriosa del genere umano è segno evidente dell’egemone paradigma vittimario. Che sia uno tsunami, Godzilla, un terremoto, l’invasione degli alieni, l’impatto con un meteorite, un’epidemia o un disastro nucleare, il genere umano è destinato all’Apocalisse. Non è possibile immaginare un mondo diverso senza il passaggio obbligato della distruzione globale in cui gran parte dell’umanità paga il dazio con la vita. La redenzione è fuori portata, l’emancipazione fuori tempo massimo. In assenza di traumi collettivi, ancora una volta ci appelliamo all’immaginazione per creare traumi fantasmatici che ci consentono di legittimarci: senza di essi non saremmo nulla, con essi, siamo vittime, quindi abbiamo diritto all’ascolto. Emblematico del cinema è l’immaginazione di contesti in cui il disastro non viene dalla umanità stessa. Nella maggioranza dei casi, a scanso di quelli in cui la distruzione proviene da quel gruppo di burattinai brutti e cattivi che muovono il mondo intero e ne fanno ciò che vogliono, il pericolo dell’Apocalisse proviene da fenomeni naturali, inspiegabili, incontrollabili. Solo attraverso il ricorso all’eccezionalità e all’emergenza l’uomo riesce a riacquisire capacità d’azione. Il cinema è diventato ormai lo specchio delle nostre più recondite paure: l’inverosimilità della situazione drammatica chiamata in causa per fronteggiare l’incapacità di agire e il senso di impotenza attuali dimostra ancor di più l’inservibilità della vita quotidiana, la nostra incapacità di racchiuderla entro categorie di pensiero e di azione come abbiamo fatto nella modernità.

In terzo luogo, la dimensione politico-economica. Che dietro l’affermazione del paradigma vittimario ci sia uno scopo politico è già stato detto. È anche evidente che, dietro le tempistiche di questa nuova egemonia culturale e narrativa, vi sia una ragione di fondo anche economica. La privazione del primato della politica da parte dell’economia è stata anch’essa una scelta politica, una cosciente e studiata azione che ha delegittimato l’azione politica popolare e ha favorito l’azione economica. Probabilmente l’azione politica più riuscita nella storia moderna: far credere la morte della politica usando la politica stessa. Delegittimare la politica facendosene contemporaneamente gli unici detentori. La svolta neoliberista e postmoderna ed il paradigma vittimario sono parte dello stesso schema, sono le tre colonne portanti della stessa struttura politico economica egemone. L’affermazione dell’ordine liberale globale in Occidente, ad alto indice di esportazione nel mondo, con l’imposizione del libero mercato  e dello stile di vita e del consumismo individualistico, ha sbaragliato la concorrenza politica: il linguaggio si fa laconico e perentorio: al “there is no alternative” thatcheriano, non c’è risposta. La semantica si fa riflesso del nuovo paradigma dominante. Se il vocabolario della modernità era essenzialmente composto da nozioni che indicavano movimento, quindi azione e rivoluzione, il vocabolario della postmodernità è intriso di concetti che hanno il fine ultimo di delegittimare l’azione politica. La distanza tra “spazio di esperienza” e “orizzonte d’aspettativa” si riduce fino ad annullarsi, il futuro diventa a tal punto prevedibile da essere immodificabile, inevitabile. La morte del progresso e la fine della modernità. È vero un fatto: mai nella storia dell’umanità la forbice tra governanti e governati si è ridotta come nel periodo dei gloriosi trenta, tra 1945 e 1975. A questo è seguita la reazione padronale, la quale non si è accontentata di reprimere e contenere con la forza, ma ha intaccato le radici dell’alternativa al sistema, ha tolto loro il linguaggio, i luoghi fisici di aggregazione, nonché la capacità di costruire e immaginare un mondo differente. Il paradigma vittimario, una narrazione egoriferita ed esclusiva di quelle altrui, o quantomeno in concorrenza con esse, è composto dall’insieme di passività, accusa morale verso colui che agisce, il quale viene prontamente etichettato carnefice, e la più ipocrita “condanna della violenza” che l’ideologia dominante chiede come lasciapassare per ogni soggettività che si solleva: questo è diventato negli ultimi decenni il più efficace e introiettato strumento di dominio dei governanti sui governati. Alla rivoluzione promessa e mai mantenuta della modernità e del progresso si è fatto spazio per il suo contrario. La vittima, strumento nelle mani del potere, è sprovvista di ogni potere autonomo: può solo accettare quello che le viene imposto. L’ordine regna a Varsavia.

La vittima ha quindi un’origine che affonda le sue radici nella genesi della ragione neoliberista e che si sviluppa nutrendosi delle insicurezze identitarie e valoriali da essa stessa generata. Ma lo stratagemma vittimario ideato e diffuso ad hoc dalla classe dominante, fulgido esempio di Rivoluzione passiva, non è qualcosa di cui la classe dirigente stessa poteva fare a meno per legittimarsi. Se solo la vittima è un valore, la possibilità di dichiararsi tale è una fortificazione, una posizione strategica da occupare a tutti i costi. La vittima è sempre innocente, non detiene responsabilità, è impossibile da contraddire. Quale forma di potere non vorrebbe desiderare queste caratteristiche? Generando leadership, la vittima diventa una condizione desiderabile. Il potere, inventatosi come vittima, deve inventare anche il suo corrispettivo opposto: il carnefice, che, nel caso dell’opposizione al potere, è stato identificato dagli anni Settanta in poi con il “terrore”. Facilmente affibiabile a qualsivoglia associazione contraria al potere e impossibile da sconfiggere definitivamente. La creazione del terrorista è stato uno strumento per mantenere i dominati inerti, irresponsabili e soggiogati alla politica del potere, vittima dell’aggressione terroristica e quindi intitolata alla repressione, al dispiegamento di un potere sempre più capillare, securitario, sorvegliante. Con la scusa del terrorismo il potere fonda la sua stabilità sulla paura di un pericolo fantasmatico. Le vittime del terrorismo diventano quindi il fondamento di ogni potere e di ogni sua azione politica: dall’Italia che celebra ormai più le vittime dello stragismo e del terrorismo (rosso o nero che sia) piuttosto che dei martiri antifascisti, agli Stati Uniti d’America che hanno rifondato la propria visione del mondo attraverso la lente dell’attacco dell’11 settembre 2001, scontro definitivo tra vittime e terrore, civiltà e barbarie. Per non parlare dello Stato d’Israele, il cui premier Netanyahu ha fondato la sua fortuna politica da un lato sobillando il terrorismo islamico, finanziando diverse organizzazioni paramilitari, tra le quali anche Hamas, per giustificare il mantenimento della tensione interna e legittimare stati d’eccezione; dall’altro l’utilizzo di una retorica vittimaria sia quando nessun terrorista ha attaccato Israele, quindi ecco l’attacco preventivo verso la minaccia fantasma che “mina la nostra esistenza”, sia quando un attacco terrorista c’è stato, e quindi ecco un rinnovato dispiegamento di forze per vendicare il torto subito (vedi Afghanistan e Iraq). La guerra in Iran iniziata a fine febbraio è solo l’ultimo esempio. Ingigantire la minaccia per giustificare l’attacco preventivo. Vittimismo d’anticipo: mi potrai distruggere, quindi ti distruggo prima io. 

È il caso di evidenziarlo nuovamente: il paradigma vittimario, inteso come instrumentum regni che acquieta le masse e giustifica lo stato emergenziale, è emerso come precisa strategia politica che promuove individualismo, egocentrismo, pietismo, passività, irresponsabilità e indolenza. Un potere che riesca a trasformare i propri cittadini in docili vittime sull’orlo della depressione è un potere che controlla facilmente il destino di ognuno e contro cui è quasi impossibile dotarsi di una semantica oppositiva. Una delle massime espressioni di questo depauperamento semantico è dimostrato dall’aspetto umanitario. Il mondo attuale si fonda sulla globalizzazione delle merci e dei costumi; l’esportazione della democrazia e del modello economico liberale sono le fondamenta dell’egemonia occidentale; la proiezione globale delle aspirazioni politiche ed economiche dell’Occidente ci ha portati, adottando le categorie vittimarie, ad osservare il mondo e le sue popolazioni con sguardo paternalistico, privando loro di ogni diritto se non quello al soccorso. Il credo umanitario è paradigmatico dell’intera ideologia vittimaria perché è più che mai possibile riconoscere la inoffensività del linguaggio da noi utilizzato, specchio delle categorie che utilizziamo per comprendere la realtà. Il credo umanitario ci porta ad essere complici delle vittime, ed è ben diverso solidarizzare con le vittime che con gli sfruttati, gli oppressi, gli esclusi, con cui potremmo avere degli interessi comuni. Il credo umanitario mantiene inermi i disarmati e lascia intatti gli arsenali dei forti. Questo è quello che essenzialmente produce l’adozione dello spettro categoriale vittimario: giusto e sbagliato perdono di senso, la contrapposizione di interessi divergenti diventa irrilevante di fronte all’adesione naturale e spontanea al fronte della commozione verso chi soffre. L’unica coppia di concetti asimmetrici tra i quali oggi possiamo scegliere è quella che distingue tra vittime e carnefici, e chi può stare con i carnefici quando i media ci mostrano la sofferenza e il dolore delle popolazioni lontane? Ma l’adesione aprioristica ad una delle due parti, quella offesa, mette in discussione l’intera pratica politica, quella che valuta vantaggi e svantaggi e agisce di conseguenza. Quando smettiamo di scegliere, delegando le nostre responsabilità alla politica che decide al posto nostro, obbligandoci ad aderire passivamente a chi già passivamente agisce, e tale è nella sua essenza, allora perdiamo ogni possibilità di emancipazione, di rivendicazione sociale, di miglioramento, concetti ormai desueti, scomparsi dalla comunicazione politica. La perdita della reale possibilità emancipatoria è anticipata dall’impoverimento semantico e immaginifico per cui, nella contemporaneità, è comune pensare che “ci hanno tolto la possibilità anche solo di pensare un mondo diverso”. E come lo si può pensare diverso se ci si continua a concepire come vittime perpetue, inevitabilmente e fieramente vittime? Come si cambiano le cose se la passività è il valore fondante del mondo? Non si può. 

È da tanti anni che si parla della regressione umana allo stadio dell’animalità, della scomparsa della razionalità in favore dell’emotività, della perdita del primato della politica in favore di quello dell’etica. Ripensare al paradigma vittimario fino a rigettarlo può essere uno dei modi attraverso cui l’uomo e le sue associazioni possono riacquisire potere d’azione. Il mondo tornerebbe ad essere pensato, immaginato e pianificato diversamente da come lo stiamo vivendo ora. La ripoliticizzazione dell’economia passa dalla sua rinnovata territorializzazione e temporalizzazione, dal dotarla di uno spazio e di un tempo d’azione. Essere vittima produce un vuoto di soggetto che non si protende più progettualmente verso il futuro e non vuole chiamarsi responsabile del suo passato. La posizione vittimaria, in ultima analisi, rifiuta il conflitto, lo rigetta come componente essenziale della storia, da cui la vittima vuole rifiutarsi di partecipare. Il vittimismo è quindi la rinuncia esplicita ad ogni possibilità di farsi unità politica attiva. Diserzione aprioristica al principio di violenza, conflitto e dialettica. Il vittimismo è rinuncia alla politica e alla vita: prima ci si accorge della sua artificiosa invenzione, prima ce ne si libera.

Un riferimento diretto alle parole, ancora, di Daniele Giglioli in Critica della vittima: 

La prosopopea della vittima rafforza i potenti e indebolisce i subalterni. Svuota l’agency. Perpetua il dolore. Coltiva il risentimento. Incorona l’immaginario. Alimenta identità rigide e spesso fittizie. Inchioda il passato e ipoteca il futuro. Scoraggia la trasformazione. Privatizza la storia. Confonde libertà e irresponsabilità. Inorgoglisce l’impotenza, o la ammanta di potenza usurpata. Se la intende con la morte mentre fa mostra di compianto per la vita. Copre il vuoto che soggiace a ogni etica universale. Rimuove e anzi rigetta il conflitto, grida scandalo alla contraddizione. Impedisce di cogliere la vera mancanza, che è un difetto di prassi, di politica, di azione comune.

La consapevolezza della contingenza specificamente contemporanea del paradigma vittimario dovrebbe consentirci di riacquisire il diritto del fare, e non dell’essere attraverso il subire. Soprattutto da quando il paradigma nato in funzione di difesa della subalternità è divenuto strumento della perpetuazione del dominio.