La talpa #4: Tecnosovranità. Sovrano è chi il sovrano fa

Presupposto fondamentale di questa rubrica è che i concetti e le categorie che utilizziamo, tanto nella nostra quotidianità quanto in ambito giornalistico o accademico, non sono più in grado di descrivere il mondo che ci circonda. Questo vale in primis nella riflessione politica, in qualsiasi luogo e da qualsiasi parte o fazione venga fatta: democrazia e autoritarismo, lotta di classe e capitale, capitalismo e comunismo, rivoluzione, nazione, libertà… l’elenco di termini che non vogliono più dire niente è vastissimo. Attenzione, con questo non s’intende che essi non hanno un significato, quanto, piuttosto, che non sono più in grado di descrivere ciò che si pongono di descrivere e, soprattutto, non sono più in grado di rappresentare una visione del mondo. Non sono in grado, in buona sostanza, di andare oltre una lunga parentesi del pensiero politico e delle comunità umane che ha definitivamente tirato i remi in barca: l’epoca moderna, con il suo linguaggio politico e i suoi valori fondanti. D’altronde, i concetti e le categorie che utilizziamo appartengono ancora al secolo scorso, e l’intero Novecento, a sua volta, altro non è che riattualizzazione e risemantizzazione di concetti e categorie ottocentesche e illuministe. Insomma, siamo ancora troppo moderni per capire il mondo di oggi.

L’inconcludenza semantica della terminologia politica moderna colpisce in primis tutto ciò che vuole essere una critica dell’ordine costituito, dello status quo, del “sistema” (parola che andrebbe bandita da qualsiasi discorso). Ancora di più, ha colpito l’elemento più storicamente rilevante dell’epoca moderna, cioè lo Stato (sia ben chiaro, il nostro discorso si applica solamente a quei contesti in cui lo Stato, perlomeno, è esistito: nello specifico, quasi soltanto in Occidente, se non addirittura solo in Europa). Ebbene, è di questo aspetto, e specificamente del concetto di sovranità, che cerchiamo di occuparci.

Il potere sovrano, così come è stato concepito dalla modernità, non esiste più: non ha più un riscontro nella realtà delle cose, in quanto non ha più la struttura che gli viene tradizionalmente assegnata e di cui ha bisogno per esistere. Se la sovranità moderna risiede nello Stato, ma la forma statale non è più in grado, di fatto, di esercitare un potere sovrano, allora è tanto urgente quanto necessario ripensare il concetto stesso di sovranità.

Il cambio sostanziale di paradigma della sovranità è evidente tanto all’interno quanto verso l’esterno delle comunità politiche odierne.

Per quanto riguarda l’interno, molte competenze che lo Stato si è tradizionalmente attribuito vengono lentamente soppiantate da servizi offerti dall’iniziativa privata, spesso – e per definizione – più efficiente: l’istruzione, la sanità, i trasporti proposti dagli enti pubblici sono modelli ormai economicamente insostenibili, sempre meno competitivi all’interno del mercato. Persino la sicurezza non è più appannaggio esclusivo dello Stato: anche in questo campo, la mancanza di fondi e di personale rendono le forze dell’ordine europee sempre più inadatte a garantire sicurezza ai cittadini, al punto che sono sempre più diffuse le agenzie di sicurezza private: per fare un esempio fra i tanti, se qualcuno di voi ha mai preso un Flixbus da San Donato, avrà notato che di notte la stazione della metro da cui partono i pullman è controllata non da una pattuglia della polizia, bensì da sicurezza privata. Lo Stato si trova insomma in una situazione di lenta e inesorabile rinuncia persino a quello che è uno degli elementi fondanti della sovranità moderna, cioè il tanto citato monopolio della violenza legittima: ricordiamoci che è soltanto chi detiene il monopolio della forza che vede la sua forza diventare legittima; e che, come ci insegna Hobbes, quando la sovranità cessa di essere effettiva cessa anche di essere legittima. Gli Stati odierni, privati della loro forza e della loro legittimità, si sono ridotti a semplici baricentri di strutture di governance allargate, legittimate politicamente attraverso strumenti extra-costituzionali (memorandum, proclamazioni, ordini esecutivi) sempre più diffusi e particolarmente esemplificativi dell’obsolescenza della struttura statale. Lo Stato non è più entità politica decisionale, bensì mediatore fra interessi privati, non avendo più capacità di intervento diretto. Neanche in materia militare, come dimostra il riarmo europeo di questi anni, cui Sottosuolo ha dedicato il quarto numero della sua rivista.

All’esterno della comunità politica, invece, la situazione è ancora più scoraggiante per gli statalisti. La forma-Stato è sempre più incapace di fronteggiare l’instabilità strategica dell’attuale momento storico: mentre gli eserciti nazionali si appoggiano sempre più ad aziende private, al punto – quasi – da dipenderne, sono soltanto gli imperi a poter effettivamente decidere dove e come posizionarsi sul piano internazionale. In tal senso, la sovranità è tornata ad essere prerogativa degli imperi, che si riaffermano come i veri e unici soggetti della politica internazionale, ed è, al contempo, un lontano ricordo per la maggior parte degli Stati di medie e piccole dimensioni, costretti a barcamenarsi fra interessi più grandi di loro e, quindi, a esercitare una sovranità de facto (e talvolta de iure) limitata.

Arriviamo quindi alla vera questione che vogliamo affrontare. Se non più esclusivamente negli Stati, dove risiede la sovranità oggi, e dove risiederà domani? Quali sono i soggetti politici in grado di esercitare un potere sovrano nel vero senso del termine, cioè un potere qui nulli subest e superiorem non recognoscens? Scusate l’inutile latinismo.

La risposta è presto data. E non la diamo noi, bensì i diretti interessati. Nell’ultimo periodo sono giunte all’ordine del giorno (o meglio, dell’algoritmo – o, meglio ancora, del mio algoritmo, non so del vostro) due questioni di grande interesse: la prima, il manifesto programmatico che Palantir ha pubblicato su X e, la seconda, l’intervista rilasciata da Jeff Bezos alla CNBC. Sono due esempi dell’oligarchia tecnocratica che pensa se stessa sovrana e si afferma come tale. Non si tratta dei semplici, soliti capitalisti che, guidati dall’intento di accumulare capitale, creano una narrazione “etica” attorno al loro progetto economico con lo scopo di influenzare la politica. Si tratta, invece, di soggetti politici a tutti gli effetti che raccontano il loro progetto e costruiscono una nuova forma di potere e di dominio.

L’oligarchia tecnocratica si trova già, in effetti, in una posizione di dominio, conquistata in maniera graduale e, soprattutto, impercettibile: l’illusione della gratuità – o perlomeno di costi ridotti all’osso – dei servizi offerti, così come la capacità di prevedere il comportamento della massa e indirizzarne l’interesse, insieme a un’infinità di altri fattori – su cui non ha senso dilungarsi – sono solo alcuni degli elementi che si stanno rivelando decisivi nel consolidamento di questa nuova forma di sovranità. La quale si legittima nella sua concreta realizzazione – parafrasando Hobbes: quando una sovranità diviene effettiva, diviene anche legittima – e senza bisogno di alcun monopolio della forza. Il progresso tecnologico ha modificato le strutture sociali in maniera così profonda da aver aperto un nuovo spazio, una nuova dimensione (il Metaverso, di cui si è parlato ossessivamente per qualche settimana, non è altro che questo) su cui esercitare potere reale e da cui il potere politico tradizionale è stato bandito: è in questo spazio che le Big Tech esercitano la loro forza, mentre è nel mondo reale e materiale che si sono rese indispensabili.

Uno dei campi determinanti su cui le multinazionali tech hanno surclassato gli Stati è, sicuramente, quello della progettualità: mentre l’indirizzo politico di uno Stato democratico cambia, giocoforza, ogni qualche anno, quello di una grande azienda rimane sostanzialmente invariato per decenni. Basti pensare ai singoli individui che le guidano (Bezos, Musk, Zuckerberg, e via dicendo) e al numero di diversi capi di Stato e presidenti con cui si sono interfacciati. Non a caso, questa ricollocazione della sovranità appare meno evidente nel caso di quei paesi che non sono strutturati democraticamente e che, grazie a ciò, possono giustapporre una propria visione politica sul lungo termine. Questa superiorità è stata insomma costruita con il beneplacito degli Stati, troppo lenti nel regolare con le leggi l’avanzata dell’economia della sorveglianza e costretti, a cose fatte, a sedersi al tavolo con gli interpreti del nuovo modello sociale. Niente di diverso rispetto a quello che il neoliberalismo, esplicitamente, si pone di fare da decenni.

Un momento di svolta su cui vale la pena soffermarsi ci viene raccontato da Shoshana Zuboff in un interessante articolo del 2019, Surveillance Capitalism and the Challenge of Collective Action: risale a quando Google, un semplice, seppur molto utilizzato, motore di ricerca, si rende conto che l’enorme quantità di dati comportamentali accumulati grazie alle ricerche degli utenti poteva essere reindirizzata per creare surplus. Qui nasce quello che Zuboff chiama behavioral value reinvestment cycle, cioè la traslazione di esperienze umane private, collocate al di fuori del mercato, in dati comportamentali che circolano all’interno del mercato. È a partire da questo momento, e all’interno del campo delle capacità predittive, che le grandi compagnie tech cominciano prima a servire, e poi a surclassare, le già indebolite entità statali.

Non a caso, la filosofia della Silicon Valley si regge su quei princìpi fortemente libertari che hanno grande attrattiva nel contesto occidentale attuale, in cui il tessuto sociale è completamente sfaldato e l’identificazione individuale con la comunità, soprattutto se politica, pressoché inesistente. Quella autoritaria e destrorsa “alla Musk” o “alla Thiel” non è infatti una deviazione dal progetto iniziale, bensì la sua continuazione su nuovi termini. La Silicon Valley ha sempre percepito lo Stato come un ostacolo, come una macchina pesante e obsoleta da rimuovere, se non da rimpiazzare. In questo senso, è una filosofia che si sposa perfettamente con il contesto culturale neoliberale e che riesce a sfruttarlo al meglio.

In termini prettamente filosofici, si tratta dell’ennesima dimostrazione che la tecnica non è strumento neutrale né, tantomeno, un fine, ma è invece ciò attraverso cui agiscono forze economiche e politiche. In questo momento storico, le nuove forze in ascesa sono in grado di prevalere su quelle precedenti, al punto da riscrivere la struttura stessa. È questo il messaggio sotteso agli interventi sopracitati di Palantir e di Jeff Bezos. Ed è anche il motivo per cui non siamo in grado di capire la portata epocale di certi cambiamenti, o non siamo stati in grado di capirlo per tempo: le innovazioni tecniche degli ultimi decenni in ambito digitale non sono piovute dal cielo, non sono “accadute”. Lo spaesamento che proviamo di fronte ad esse deriva dalla nostra incapacità di concentrare l’attenzione sull’origine e sul fine di queste innovazioni, e cioè sulla loro natura strumentale: che siano i social, il metaverso o l’intelligenza artificiale, ogni innovazione domina il discorso pubblico – nelle università, nelle aziende, nei bar e sui social – e sembra destinata a cambiare tutto. E puntualmente ci dimentichiamo che queste innovazioni, recepite con terrore da alcuni e con entusiasmo da altri, sono state pensate, progettate, realizzate e finanziate in seno a forze economiche e politiche specifiche: sono asservite a interessi reali e identificabili, e non sono un semplice e inevitabile prodotto del progresso. Lo spaesamento collettivo mostra e dimostra che non sappiamo cosa fare, come reagire e cosa aspettarci dal futuro prossimo.

Dall’altra parte, invece, c’è chi sa benissimo cosa fare e cosa aspettarsi. E lo dice anche.

Il 18 aprile 2026 l’account X di Palantir pubblica un post di 22 punti programmatici, estratti dal saggio The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, scritto da Alexander Karp (CEO di Palantir) e Nicholas Zamiska. Il primo punto spiega molto dell’approccio di Palantir – e di molte altre aziende tech statunitensi:

Silicon Valley owes a moral debt to the country that made its rise possible. The engineering elite of Silicon Valley has an affirmative obligation to participate in the defense of the nation.

Questo è il presupposto che informa i successivi ventuno punti del manifesto, e dell’intero libro da cui questi sono estratti. Riconoscono il declino morale e politico dello Stato (in questo caso, quello statunitense) e propongono delle soluzioni che, apparentemente, dovrebbero salvarlo. Per rendere il messaggio attendibile e comprensibile agli standard del discorso pubblico attuale, si fa ancora riferimento ai concetti di nazione, di libertà, di democrazia, come nel quarto punto:

The limits of soft power, of soaring rhetoric alone, have been exposed. The ability of free and democratic societies to prevail requires something more than moral appeal. It requires hard power, and hard power in this century will be built on software.

Ma si tratta di una visione molto più ambiziosa di quanto possa sembrare. Palantir non vuole solo salvare lo Stato, auspicando l’affermazione di vaghi princìpi etico-comportamentali. Vuole ripensare la struttura statale stessa, il senso della comunità politica e le obbligazioni ad essa connesse. È la stessa missione che traspare dalle dichiarazioni di Jeff Bezos, rilasciate a maggio 2026 in un’intervista alla CNBC e riguardanti questioni di interesse nazionale (statunitense). Quella che ha stupito maggiormente riguarda il sistema di tassazione: Bezos ha affermato che la metà meno abbiente della popolazione paga all’incirca il 3% di quello che lo Stato ricava dalle tasse, auspicando invece un sistema in cui i più poveri siano liberati dal fardello fiscale: più che tax the rich, untax the poor. Con tanti saluti allo Stato.

No, Jeff Bezos non si è riscoperto maoista-leninista. Semplicemente, l’ideologia californiana ha sempre provato un grande, grandissimo fastidio di fronte all’idea di dover dare soldi allo Stato. Se una famiglia di reddito medio-basso deve pagare decine di migliaia di dollari all’anno in tasse, sono soldi che vengono effettivamente tolti dal circolo del mercato. E, per di più, sono spiccioli. Quello californiano è, invece, il sogno degli abbonamenti, liberati dal dispotismo fiscale dello Stato: invece che una sanità pubblica, finanziata con le tasse dei cittadini, molto meglio una società in cui non ci sono tasse e, se per caso devi fare una visita, te la paga la tua assicurazione. Invece che venderti una macchina, meglio fartela pagare a rate per tutta la vita. Invece dell’istruzione pubblica, meglio farti indebitare a vita per pagare quella privata. Invece che farti comprare una casa, meglio fartela affittare.

Su questa illusione egalitaria (la “democraticità” di questo modello: le perdite vengono socializzate, si auspicano meno tasse per tutti, ognuno vive in base a ciò che si può permettere, la proprietà privata viene di fatto abolita, anche se solo per le fasce meno abbienti della popolazione) si fonda l’attrattività del modello neoliberale. Le dichiarazioni di Jeff Bezos e il manifesto di Palantir sono solo due piccole dimostrazioni di un processo che si sta affermando da decenni, e le cui conseguenze sono molto più nefaste di quanto non pensiamo. Eppure, se ne parla pochissimo.

Quella tecnocratica non è un’utopia, bensì un progetto politico che sta portando con sé un cambio di prospettiva di portata storica, recuperando capacità di pensare la realtà per come è, e non per come vorremmo che fosse. Non è un caso che i riferimenti culturali espliciti di molte figure tecnocratiche – Leo Strauss e Carl Schmitt su tutti – appartengano proprio a quell’insieme di esperienze di riflessione sul reale.

È giunto il momento, anche per chi non condivide questa visione tecnocratica del mondo, di mettere definitivamente da parte concetti e categorie derivanti dalle utopie moderne. Non necessariamente perché non condivisibili, ma perché rei di portare la nostra attenzione su strutture che, nella realtà delle cose, mantengono soltanto un ruolo formale o teorico. Finché resteremo rinchiusi nella gabbia del moderno, incapaci di vedere come il mondo intorno a noi sia cambiato, coloro che il mondo lo stanno effettivamente cambiando – e in peggio – non incontreranno alcun ostacolo. Finché non decideremo di mettere finalmente da parte ideali e categorie che ci guidano da secoli e che non hanno fatto altro che favorire l’ascesa di questo nuovo modello societario, continueremo a non avere alcuna capacità di ostacolarne l’effettiva realizzazione. Assumere una posizione realista, senza che questo comporti abbandonarsi a un’accettazione delle strutture esistenti o, peggio ancora, a una semplice rassegnazione apocalittica, è l’unica strada: fissare i nostri valori e i nostri ideali all’interno del campo del Reale è l’unico modo di impedire che vengano assorbiti dalle strutture di potere già esistenti.

La sfida che ci si pone davanti è di natura epocale. Alle nostre spalle se n’è chiusa una plurisecolare, di epoca, dettata dallo Stato-nazione, dalle strutture sovranazionali, dall’universalismo politico e da tutto ciò che conosciamo e critichiamo. Il progetto tecnocratico, come a suo tempo quello illuminista, è una forza che si alimenta anche – se non soprattutto – del potere reale che già detiene, e non solo della sua solidità teorica. Certo, al pensiero di Thiel&Co, più che a quello di Bezos o di Zuckerberg, bisogna riconoscere il merito di aver tematizzato alcune questioni e, ancora di più, il tentativo di ripensare le strutture e i fondamenti delle comunità politiche. Quello che, colpevolmente, manca ancora al di fuori dell’ambito tecnocapitalista. Ed è proprio per questo che limitarsi a contrastare l’avanzata tecnocratica dal punto di vista legislativo non può essere considerato sufficiente. Sfide epocali come questa devono essere affrontate con la gravità che richiedono e meritano, e il compito di ripensare le comunità politiche richiede e merita, a sua volta, uno sforzo intellettuale a cui la maggior parte di noi è tristemente poco abituata. Andare oltre le categorie illuministe, moderne e postmoderne significa anche accettare di guardare ai problemi del futuro entrando nel merito delle questioni, privandoci delle strutture di pensiero che ci limitano da decenni.

IFDR #24: Il sapore della vita in Abbas Kiarostami 

                                                                                             «[…] Ma nebuloso e tremulo dal pianto Che mi sorgea...