“You are all just perverts who are secretly horny for the apocalypse”. Siete soltanto pervertiti che sono segretamente arrapati per l’apocalisse. Apre a Berlino il primo bordello di bambole AI: c’è poco da dire, siamo sempre più soltanto dei pervertiti. E l’apocalisse è uno dei nostri feticci, non v’è dubbio. Bugonia, Don’t Look Up, Terminator, Io sono leggenda, 2012, Matrix, Mad Max, The Day After Tomorrow, Armageddon, La guerra dei mondi, L’alba dei morti viventi… e si potrebbe andar all’infinito di film apocalittici, post-apocalittici, distopici… invasioni aliene, disastri naturali, tsunami, meteoriti, pandemie, guerre mondiali, apocalissi zombie, distopie tecnologiche, olocausti nucleari, collassi ecologici, giudizi universali… Sono in qualche raro caso efficaci strumenti di critica, certo, ma pare che nella maggior parte dei casi siano una compiaciuta autorappresentazione del proprio annichilimento. È il celebre “è più facile immaginarsi la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Essendo incapaci di immaginarsi un concreto superamento della condizione attuale, ci arrapiamo nel figurarci la totale distruzione del sistema nel suo complesso. Capaci soltanto di arrenderci all’idea del “pilota automatico” che persiste nella sua inesorabile corsa, non vediamo altra via per liberarcene di un’apocalisse globale. Buttar via tutto per non doverci più pensare. Ed è una piega tipica della cultura nel suo complesso, negli atteggiamenti quotidiani, nei movimenti politici (un certo apocalittismo ecologico, o tecno-distopismo, o nei vari accelerazionismi). Ma ciò vuol dire chiaramente abdicare al tentativo di qualsiasi azione politica concreta o per lo meno al tentativo di costruire una visione realistica dei cambiamenti in moto; e vuol dire inoltre dimenticarsi che qualsiasi catastrofe ha come unico effetto quello di rafforzare chi il potere economico lo ha già nelle proprie mani, a scapito di chi dal sistema ne è già schiacciato – limitiamoci a pensare alle conseguenze economiche del Covid e della guerra in Ucraina. Pensare a questi scenari come ad un modo per liberare gli uomini dal giogo del sistema è pura fantasia – a meno di non augurarsi realmente uno scenario post-apocalittico dove ciò che rimane è la pura sopravvivenza materiale di ognuno per sé. E ci si dimentica, infine, che “this is the way the world ends / not with a bang but a whimper”, un piagnucolio, un pigolio, una fregnaccia: il mondo purtroppo non finirà colpito da un meteorite, ma finisce ogni giorno nei Labubu, nelle Ballerine Cappuccine, nelle brioche stracolme di pistacchio, nelle influencer tettone create in AI, nel perbenismo liberale, negli shampoo ai cookies, nei weekendini a Budapest, nell’ennesimo remake di Wuthering Heights, nei dispensa-sapone giapponesi… Il mondo finisce sommerso da stronzate pietose, non nelle epocali catastrofi hollywoodiane.
Insomma che si tratti di una fregnaccia o di un giudizio universale, l’apocalittismo tipico dell’ultimo mezzo secolo è il sintomo dell’incapacità di pensare il futuro. Non che un futuro non ce lo si immagini proprio, ma non si può che figurarselo come un’eterna riproposizione dello stato presente, costantemente aggiornato s’intenda, ma uguale a sé. Lo si immagina come un progresso senza fine, un progresso materiale e “morale” senza un fine determinato. Un progresso inarrestabile fine a se stesso. Un progresso, di nuovo, da un lato tecnologico ed economico (miglioramento delle condizioni puramente materiali di vita) e dall’altro “morale”, nello specifico senso occidentale, il che significa fondamentalmente a-morale: ovvero l’emancipazione individuale da ogni vincolo imposto o ereditato. Il progresso è questa infinita rincorsa della massima libertà individuale e del massimo sviluppo tecnologico ed economico (quest’ultimo, misurato da quel infallibile termometro della felicità pro capite che è il PIL): un’idea vuota di progresso, che non si interroga sui fini, sulla società buona che vuole creare. E di certo questo è il metro secondo il quale individuiamo le problematiche fondamentali nel resto del mondo, secondo i due feticci liberali della fame in Africa – arretratezza materiale – e del velo in Iran – arretratezza morale. Progressi questi paesi ne fanno soltanto quando si avvicinano ai nostri vuoti standard. Allora con stupore si parla del salto tecnologico cinese, mentre per tutto il resto non è altro che un tirannico autoritarismo; o ancor peggio, nel caso dell’Iran, un oscurantismo religioso. E lo si dice, tutto ciò, con la sicumera di chi non sa nulla di niente, di chi si chiede ancora, a proposito degli iraniani, se siano musulmani o arabi.
C’è poi una seconda tendenza che si rivelerà profondamente legata all’idea di progresso: la nostalgia, uno dei sordi sentimenti della nostra epoca, che mano a mano viene sempre più alla luce. Un sentimento tipicamente moderno, o forse ancor più precisamente borghese, che nella sua forma originaria assume la forma del mito del buon selvaggio, poi dei popoli polinesiani, poi del passato medievale europeo, poi della civilizzazione pre-industriale, o in generale di tutto ciò che di volta in volta viene identificato come pre-moderno. Una nostalgia per un’epoca più semplice, in cui l’uomo aveva un rapporto diverso con la natura, in cui era ancora possibile credere, dare un senso forte alla propria vita, trovare stabilità… al giorno d’oggi assume le forme dell’orientalismo, della nippofilia, o di quel caricaturale immaginario da slow life. Soprattutto nel corso del ‘900 la nostalgia ha iniziato a presentarsi a raggio ridotto, non più rivolta ad epoche lontane, più “naturali”, ma legandosi in modo sempre più esplicito al concetto di generazione e ad una scansione temporale per decenni: dalla Belle Époque, ai Roaring Twenties, agli anni ’70, poi ’80, poi ’90, poi primi 2000, fino all’ultimo inspiegabile mito del 2016 (i social sono da poco stati inondati dalle commemorazioni per il suo decimo anniversario: “2026 is the new 2016”). Con il consolidarsi della cultura consumistica, la nostalgia è poi entrata nel sistema di mercato: oggi soprattutto nelle forme del vintage, dei vinili, del telefono fisso, della macchina da scrivere, delle foto analogiche, dei video con grana pixellata, dei ristoranti dall’atmosfera autentica, dei bar in stile retrò ecc. Nonostante questo movimento ciclico di riproposizione del passato è ciò che il sistema della moda è essenzialmente, una sclerotizzazione del tutto nuova sembra presentarsi da qualche decennio a questa parte: il mainstream della moda non è più un passato rivisitato, ma è il passato stesso come immagine immobilizzata nel tempo. Ciò che è di moda è il passato in sé, le sue atmosfere, senza tentativo di celare che si tratta appunto di passato; al contrario, si calca soprattutto l’elemento che lo rende tale. Bisogna ricordarsi ad esempio come fino a tempi piuttosto recenti il second-hand avesse una connotazione spiccatamente negativa e non fosse invece il trend principale: quelli che fino a poco fa in Polonia erano chiamati Lumpeks (negozi di Lumpen, stracci) oggi sono gli Humana che fioriscono allo stesso ritmo dei McDonald’s di qualche decennio fa, e che dire poi dell’immancabile capatina domenicale al mercatino dell’usato? Ma ad ogni modo anche questo recupero puramente estetico del passato, recupero dei segni puramente esteriori, va inquadrato in quello spirito nostalgico della modernità. Questi oggetti sono il tentativo di maniera di mantenere un briciolo di ciò che tuttavia si sa irrimediabilmente perso, o che sempre più velocemente si sente sparire: una realtà persa (appunto i famosi luoghi autentici) o un rapporto diverso con essa (gli oggetti lenti, analogici). Quando indossiamo un vestito anni ’70 e ci guardiamo allo specchio ci sentiamo, per quei trenta secondi, una Raffaella Carrà del caso, o ascoltando un vinile un giovane sessantottino, e ancora in un locale retrò di far parte della bohème parigina. Una piccola recita, perché abbiamo l’impressione che a quei tempi fosse possibile una maggiore autenticità, e che lì sì che avremmo potuto essere pienamente noi stessi. Ecco se già tutto questo, un passato recente, lo sappiamo è perduto, figurarsi cosa ne è dell’‘800 (che sensazione di vecchiume e uniformi da guerra colorate e clownesche che ne abbiamo), o magari del ‘600 (con grosse parrucche bianche) e del ‘400, o ‘300 (che per quanto ci riguarda erano ancora sandali e toga). Con queste epoche di certo sentiamo di non avere nulla a che fare, e nella trasformazione della storia in cronologia della moda, poniamo una distanza incommensurabile fra noi e un uomo dell’antica Roma, o del ‘600 o dell’‘800, in base ad un fatto di puro stile: che sia la toga, che sia la parrucca, che siano i calzoni attillati. La distanza è totale e l’immedesimazione è impossibile, perciò il passato è passato, semplicemente perché mai potrei girare per strada con le palle solleticate dal vento che entra da sotto la toga. La biancheria intima diventa improvvisamente l’invenzione garante della nostra superiorità.

Insomma, che i suoi segni esteriori siano commercializzabili o meno, ciò che caratterizza il nostro passato nel suo complesso, prossimo e remoto, è il fatto di venir considerato come irrimediabilmente superato. Non c’è possibilità di ritorno né di continuità con esso, è semplicemente un altro mondo. La nostalgia è quel sentimento che, pur consapevole dell’impossibilità del ritorno, continua a dolersi per la distanza: ne ricorda la semplicità della vita, la possibilità di dare un senso stabile ad essa, la possibilità di credere e di condurre un’esistenza soddisfacente. Si chiede come si facesse a credere a più dei, poi ad un Dio solo, poi a credere in generale, e come si faceva ad avere una moglie o un marito per tutta la vita, e come ad esser soddisfatti del proprio luogo natio senza la necessità di spostarsi… tutto ciò viene spiegato con la maggiore semplicità della vita e, in fondo, con la maggiore ingenuità dei nostri avi. Certo avevano fede, ma perché ancora non gli era stata spiegata la composizione atomica della materia, certo restavano sposati, ma perché il contesto e vetuste credenze ancora li forzava a ciò, e non volevano viaggiare perché ancora non conoscevano cosa ci fosse al di là del loro villaggio. Un misto di ingenuità, costrizioni culturali autoimposte, e arretratezza tecnologica. Circostanze, queste del passato, che sono state inesorabilmente superate dalla condizione moderna: la nostra epoca è stata illuminata dai progressi scientifici, morali (la scoperta dei diritti del singolo) e materiali. Ed ecco che viene quindi in luce cosa sia veramente questa nostalgia. Non è altro che l’altra faccia della concezione progressiva della storia. La luce della ragione ha svelato tutte le credenze religiose, morali, culturali, come illusioni. Siamo baciati, e condannati, dall’era del disincantamento: perciò quel passato poteva ancora vivere di una semplicità diversa poiché ancora viveva di quelle illusioni. Siamo progrediti, ma anche condannati al progresso, questo è ciò che pensiamo. Allora la nostalgia, che pur si rammarica per la perdita di quel passato, è caratterizzata da un certo senso di superiorità della nostra civilizzazione, dalla quale sarebbe impossibile uscire e tornare indietro poiché un ritorno sarebbe irrazionale; non ci si può ri-illudere. Come già accennato questo schema è anche proiettato sull’evoluzione storica dei popoli extra-occidentali, i quale piuttosto che essere visti come aventi un loro sviluppo storico-culturale autonomo dal quale poter imparare, vengono identificati con una fase più arretrata dello stesso percorso progressivo che ha portato al nostro presente – ne consegue che uno sforzo di comprensione è per noi del tutto inutile. Insomma, si compara la cultura iraniana con il nostro Medioevo, e si dà perciò per scontato che un corretto sviluppo storico li porterà a uscire da quella barbarie e giungere ad un sistema culturale e morale identico al nostro. Tutto ciò ovviamente nella totale ignoranza di chi questi popoli siano, poiché il contatto più diretto che ne abbiamo sono le voci della diaspora altamente occidentalizzata presenti nei media. Ma ovviamente l’incomprensione verso l’extra-occidentale non è che il riflesso dell’incomprensione verso il nostro stesso passato, e dell’incapacità di stabilire una continuità fra questo e il nostro presente.
Quindi, sotto la suggestione dell’impetuoso progresso materiale (tecnologico ed economico), la nostra rappresentazione della storia è quella di uno sviluppo senza fine che sempre più spesso non sembra che portarci verso l’apocalisse, e di un passato con il quale abbiamo reciso il cordone ombelicale e da cui è insensato pretendere di ereditare qualcosa, ma per il quale al limite possiamo avere nostalgia. Ma ci diciamo, questo è il progresso, ed è inevitabile. Mai ci chiediamo quale sia il fine di tutto ciò, cosa sia imprescindibile conservare del nostro passato, quale sia la forma di vita alla quale miriamo e cosa sia la società buona che vogliamo. Aver abdicato a questi interrogativi vuol dire aver abdicato alla volontà di costruire una cultura in generale. La cultura con la quale ci ritroviamo, il pensiero con il quale ci ritroviamo, è perciò inesorabilmente stagnante e autoreferenziale, impaludato in un eterno presente e incapace di dialogare con il passato e di prefigurarsi un futuro. Quest’immagine dell’autoreferenzialità, stagnazione, narcisismo del nostro pensiero è particolarmente rilevante e cercheremo di illustrarne qui qualche dinamica tipica. Innanzitutto quelle di matrice economica e poi quelle interne alla cultura stessa.

Il capitalismo è una società del rischio e dell’innovazione in una misura molto inferiore di ciò che viene propagandato. In tutto ciò che esce dall’impetuoso e inaudito progresso tecnologico ed economico, domina in realtà pieno conformismo e autoreferenzialità. Pensiamo all’ambito musicale, cinematografico, artistico, letterario: avendo qui reso il mercato l’istanza dominante, l’industria non ha alcun interesse a portare qualcosa di nuovo rispetto a ciò che si prefigura confacersi ai gusti del pubblico. Il mercato non prende rischi, non è al servizio dello sviluppo interno delle varie tradizioni culturali (che spesso vorrebbe dire sperimentazione, incomprensione, lunghe attese perché ciò che è valido emerga da sé), ma mira a proporre ciò che già sa piacere al pubblico. Pensando già di conoscere i suoi gusti, lo imbocca proprio con quelli – e non è altro che una profezia che si autoavvera. E non c’è modo più semplice di sapere ciò che piacerà se non riprendere ciò che è già piaciuto, con qualche ritocco – ecco la ciclicità della moda. Perciò si finisce in una assoluta stagnazione e non si pretende dal pubblico nessuno sforzo di comprensione aggiuntivo – non perché manchi fiducia ma perché economicamente inefficiente -, quanto al contrario se ne alimentano in continuazione i desideri artificialmente creati. Ecco il diciassettesimo sequel di Star Wars o della Marvel, e le serie spin-off pure, o l’ennesimo ritornello “il nostro amore è come…”, l’ennesima autobiografia dell’influencer più mongoloide del momento o raccolta di poesie un po’ porche e scandalistiche… O si prenda invece il sistema neoliberale di finanziamento delle università pubbliche che trasla il meccanismo di competizione di mercato dall’ambito economico a quello dell’istruzione: lo Stato finanzia proporzionalmente alla performance dell’università, calcolata su statistiche quantitative senza minima considerazione di ciò che dietro ai numeri sta, ovvero tutto ciò che conta. Se un’università riceve fondi in base a quanti studenti fuori corso produce, alle bocciature agli esami, ai CFU conseguiti con regolarità, al tasso di occupazione dei laureati, l’efficientamento dei numeri sarà la prima priorità a scapito delle pretese educative – soprattutto se in competizione costante con le altre università. Una spirale al ribasso: per sostenere i numeri, ovvero la competizione di mercato, il sistema universitario diventa una finzione puramente autoreferenziale che smette di esercitare pretese educative sugli studenti, ma si adatta a strategie e semplificazioni varie per far tornare i numeri. Oppure il noto problema delle bolle di pensiero generate dai social, da internet, dalle app di dating: in generale il mondo digitale è strutturato, sempre per incrementare prospettive di guadagno, in modo da fornire agli utenti solo e soltanto ciò che ci si aspetta che loro già desiderino – l’ennesima profezia che si autoavvera – senza lasciar spazio all’elemento di scontro con il diverso, con l’imprevisto, con ciò che richiede un confronto e una riflessione complessa. La formula è la seguente: “ti è piaciuto questo allora ti piacerà anche quest’altro”: quindi influencer con le nostre stesse idee politiche, pubblicità con prodotti simili a quelli già acquistati, il match perfetto per te, la canzone nel tuo stile… Considerazioni simili si potrebbero fare riguardo al funzionamento dei moderni fondi di investimento, come ad esempio la piattaforma di gestione del rischio Aladdin di BlackRock, la cui funzione principale è l’allocazione sul mercato degli investimenti al fine di mantenere il sistema stabile nel suo complesso. Un sistema fondamentalmente conservatore, volto alla preservazione dello status quo e dei principali giganti sul mercato, e sempre meno fondato sulla propensione al rischio. In generale perciò, quando la dinamica di mercato prende il sopravvento nell’ambito del pensiero e della cultura – che risponde a meccanismi diversissimi rispetto a quelli di mercato – non porta ad altro che alla stagnazione, al ribasso qualitativo e all’eliminazione di qualsiasi contenuto innovativo che richieda uno sforzo aggiuntivo rispetto al desiderio immediato dei consumatori. Il gusto, l’educazione, il pensiero vengono appiattiti sulla propria narcisistica autoreferenzialità, gli si propone solo ciò che si crede loro vogliano.
Tuttavia, come accennato, accanto a queste dinamiche economiche, all’interno della stessa cultura ci sono uguali tendenze anti-culturali. La moralità, profondamente a-morale, dell’Occidente si incardina sul fondamentale comandamento dell’emancipazione individuale. La vocazione è quella di liberare il desiderio dell’individuo da ogni costrizione esterna perché possa prendere liberamente le sue vie. Si crede che la società migliore possibile nasca poi dalla somma di questi comportamenti autointeressati, dalla somma del comportamento di individui che seguono ciò che privatamente credono giusto. Vengono in questo modo erose le basi di tutto ciò che ha un’esistenza nella sfera sovra-individuale. Vale a dire, tutto ciò che fornisce un senso di radicamento: da una tradizione, ad una storia comune, alla religione, alle varie istituzioni tradizionali quali la famiglia, le comunità locali, nazionali con tutte le pretese comportamentali e morali del caso. Ogni sistema di valori assume una tinta oppressiva. Tuttavia assieme a questo sradicamento da orizzonti sovra-individuali viene meno la possibilità di conferire senso anche all’esistenza individuale, perché il senso è una struttura prettamente intersoggettiva… a questo punto rimane unicamente narcisistica autoreferenzialità, costante comparazione con il prossimo, competizione senza limite, conformismo, autoindulgenza innanzitutto, indulgenza verso i propri volatili desideri. La psicanalisi è la figura di questa tendenza: non-giudiziale, senza pretese morali e comportamentali, non propone orizzonti più ampi con i quali scontrarsi. A-morale anch’essa, è volta unicamente all’introflessione, quando, lo abbiamo visto, una cultura si basa sulla costante necessità dell’individuo a confrontarsi e sottostare a responsabilità verso ciò che è sovra-individuale: a essere giudicato.

Perciò l’applicazione delle dinamiche capitaliste e concorrenziali alla sfera dell’educazione e del pensiero, assieme ad un’infrastruttura etica fondata sull’individualismo morale portano a quella pseudo-cultura autoreferenziale, stagnante e narcisistica di cui sopra parlavamo. Viene meno la struttura sovra-individuale della cultura, la quale deve esercitare sempre pretese e richiede giudizi, per fare spazio unicamente all’accondiscendenza verso i desideri individuali. Questa cultura puramente autoreferenziale, che sistematicamente cancella ciò che ha un’esistenza collettiva, ovvero culturale e morale, insieme non può che perdere il senso del proprio passato e del proprio futuro, il primo in quanto fonte di senso e di eredità, il secondo in quanto luogo dei fini. Questa radicale sterilità è l’idea stessa di progresso fine a se stesso, incapace di trovare una continuità con l’eredità tradizionale del passato, e condannata perciò alla nostalgia.
Detto ciò, rispetto a questo tipo di problematiche ogni soluzione individuale è inefficace, perché le criticità sono di natura strutturale: il “fare ognuno la sua parte”, che sia riciclare, comprare prodotti bio, voli con 6% di emissioni in meno, o i ben più nobili furtarelli al Carrefour e da Zara, o qualche scritta sul muro, conta poco o nulla. In campo economico, la soluzione individuale è un imbellettamento di marketing. L’illusione che viene alimentata è che il consumatore sia sovrano, che con il suo potere d’acquisto indirizzi la produzione. Quando è evidentemente l’esatto contrario: il sistema mentre produce ha bisogno di indirizzare i consumi verso ciò che produce, e il greenwashing, queste tali soluzioni individuali, sono una delle strategie impiegate a questo fine. Ma uscendo dal campo economico, qualsiasi soluzione individuale in generale è assolutamente parziale. “Come migliorare il proprio stato mentale, fisico, finanziario” di Anthony Robbins (consiglio di cercarsi qualche sua foto). La retorica della salute mentale… del trattare tutti con rispetto e tolleranza… nient’altro che pressapochismo liberale. Ciò che non si capisce è che non si crea una società giusta semplicemente se tutti fanno la propria parte, se tutti sono autoconsapevoli e rispettosi, se tutti sono risolti e aware. Invece, “Il vero è nell’intero” dice Mourinho, citando un tale. Comprendere la struttura della società nella sua interezza. Comprendere l’intero, e avere perciò una visione politica. Perché una società giusta non è semplicemente la somma di individui buoni, una società è giusta se la sua struttura è giusta. Guardare alla struttura perciò. Il capitalismo è un problema di struttura, la competizione capitalista è una dinamica alla quale anche l’imprenditore soggiace, pena la bancarotta. L’efficientamento non è un qualche illuminato imperativo etico o un disdicevole vizio, quanto l’unica strategia di sopravvivenza possibile in un tale sistema: non si tratta di tirar su per le orecchie i mariuolini, le mele marce – che sarebbe la “tentazione etica” – che si “approfittano” del sistema, che sfruttano, che sottopagano, che speculano, ma capire che è il sistema competitivo stesso a generare quegli abusi. Altrettanto l’incapacità di dare senso alla propria esistenza è un problema di struttura, poiché il senso è un fatto collettivo: si trova un senso radicandosi in un terreno sovraindividuale (familiare, religioso, comunitario, storico ecc.). Laddove esso manchi, e oggi manca per specifiche dinamiche strutturali appunto, gli sforzi individuali verso una “salute mentale” sono sempre meno efficaci. Infine, per tornare dove abbiamo iniziato, la fuoriuscita dall’ideologia del progresso fine a se stesso, di cui l’apocalittismo e la nostalgia non sono che sintomi, richiede la ricostruzione di un’infrastruttura culturale, che porterà con sè un rapporto di continuità con il passato e la possibilità di individuare dei fini buoni per il futuro… ma anche questo è inequivocabilmente un fatto collettive, per il quale non è sufficiente la self-awareness o la tolleranza reciproca – che tra l’altro è spesso solo maschera per l’indifferenza. Rispetto a tutto ciò è necessaria una visione dell’interezza, una visione politica perciò, e fintantoché una forza politica corrispondente non emergerà sarà del tutto inutile ogni raccolta differenziata.