La talpa #3: Il confine oltre lo Stato

Un giorno, l’anno scorso, sono uscito dallo studentato di Amsterdam in cui vivevo. Ho percorso i trenta metri che mi separavano dalla stazione e sono salito sul treno. Sono sceso all’aeroporto di Schiphol, ho passato i controlli e sono salito sull’aereo attraverso un ponte mobile, identico a quello che ho usato per scendere a Linate. Lì sono salito sulla metro blu, per poi scendere in piazzale Susa. Mentre aspettavo la 90 mi sono reso conto che avevo percorso un tubo di centinaia di chilometri che mi ha portato dall’Olanda a Milano. Un’infrastruttura continua, senza neanche un metro percorso all’aria aperta. Un tunnel tra due Stati, mai interrotto da un ostacolo. Nessun posto di guardia, nessuna barriera di confine evidente. Eppure, non è che durante il mio spostamento io non sia mai stato controllato. Anzi, ogni mio movimento è stato tracciato: quando ho pagato il biglietto del treno con la carta di credito, quando ho scannerizzato il biglietto aereo, sia prima dei controlli che prima di salirci, e infine quando ho comprato il biglietto della metro a Milano. Ogni mio movimento ha lasciato una traccia, al momento dell’acquisto o della certificazione di possesso di regolare titolo di viaggio. Quindi il mio percorso potrebbe essere ricostruito con poco sforzo da parte delle autorità di qualsiasi paese europeo. Allora ho iniziato a farmi alcune domande sul significato di tutto ciò. In particolare, mi sono chiesto, qual è il ruolo che questo tipo di infrastruttura ha nella limitazione, morbida, nascosta e silenziosa, della mia autonomia personale? Ho pensato subito a quanto dice Shoshana Zuboff, cioè che le tecnologie di sorveglianza sono uno strumento intrinsecamente capitalistico, utile a difendere i diritti di proprietà sulle nostre informazioni personali attraverso il controllo di sistemi e infrastrutture informative critiche. Tutto vero, però più ci ripenso meno questa mi sembra la direzione giusta per dare risposta al mio problema. Io mi stavo interrogando sul controllo che ha su di me l’autorità politica, non il capitale. La questione sta nel rapporto tra la mia persona e il potere politico. Mi chiedo allora se le misure di controllo che avevo subito non abbiano a che fare con qualcosa di precedente all’economico, e di più profondo, cioè con il potere sovrano sul cittadino deciso all’iscrizione della nascita, e quindi della vita biologica dell’individuo, nell’ordine giuridico-politico dello Stato nazione moderno. 

No, no e no, mi dico, non scendere nel terreno scabro del biopolitichese, che ti confondi e basta. E poi, scusa, questo mio problema non ha direttamente a che fare con l’essere cittadino di uno Stato. Ero partito dai Paesi Bassi ed ero arrivato in Italia, e il controllo a cui ero stato sottoposto non era un atto di esercizio diretto del potere, ma una pura possibilità, quella di ricostruire i miei spostamenti, in base alle tracce da me lasciate, da parte di qualsiasi autorità di un paese dell’Unione europea. Il problema, quindi, sembra stare non tanto nell’atto di potere in potenza che avevo scorto, ma nel fatto che questa possibilità era resa tale dall’assenza del luogo del suo esercizio, cioè del confine, della separazione fisica tra l’ordine giuridico da cui stavo uscendo e quello in cui stavo entrando.

Era questo che mancava: il confine, inteso come linea di demarcazione che separa due entità sovrane. Cioè come soglia di quella differenza spaziale, che secondo Carl Schmitt costituisce la politica moderna, tra interno ed esterno, a cui corrisponde la distinzione tra nemico e criminale, tra pace e guerra, tra polizia ed esercito. É con questa separazione che lo Stato moderno ha neutralizzato la violenza politica al proprio interno, spingendola al di fuori dei propri confini. Ha creato una separazione tra i due luoghi di esercizio del potere sovrano dello Stato, detentore del monopolio della forza: l’interno, dove ogni atto di violenza politica viene ridotto a un crimine, e l’esterno, dove la possibilità della guerra può sussistere in una condizione di mutuo riconoscimento della sovranità. Una cesura che lo Stato è riuscito a creare e difendere nel periodo della sua efficacia politica, che va dal XVII secolo all’inizio del XX, cioè fino a che dalle due guerre mondiali è nato il sistema bipolare incentrato sull’internazionalismo delle due superpotenze. Da quel momento per lo Stato è iniziato il declino. 

Però qualcosa ancora ha fatto. Nel secondo dopoguerra, lo Stato, in Europa occidentale, si è affidato a un paradigma economico efficace, basato sulla spesa pubblica, la lotta contro la disoccupazione e la ricostruzione. Quello è stato l’ultimo momento in cui lo Stato ha mostrato di essere un ordine politico efficace. Poi, a partire dagli anni Settanta, si è imposta l’idea che l’economia, lasciata a se stessa, tende verso l’ordine. Per questo l’intervento politico viene visto come un disturbo. Grazie a questa spinta ideologica di autoregolamentazione, lo Stato è stato privato della sua sovrana capacità di dare ordine, da forze sempre più capaci di sottrarsi alla sua azione politica. Da quel momento, la gestione politica del territorio, che avviene attraverso strumenti tecnologici e dispositivi giuridici, presenta un dualismo tra la difesa da parte dello Stato delle proprie prerogative sovrane e numerose aperture che evidenziano l’obsolescenza della nozione moderna di confine. Infatti, se da una parte il problema del controllo migratorio palesa la crisi dello Stato come ordine politico efficace, in quanto i suoi apparati cercano disperatamente di affrontarlo seguendo una logica di sovranità strutturalmente fallimentare, dall’altra la ristrutturazione dei confini statali si è resa necessaria per permettere l’apertura di nuove frontiere per lo spostamento di capitali, merci e produzioni industriali.

Quindi? Qual è il rapporto tra queste dinamiche e il confine nascosto, ma ubiquo, che ho notato spostandomi tra i Paesi Bassi e l’Italia? Se i confini dei paesi dell’Unione europea non sono più demarcazioni territoriali che esprimono sovranità e giurisdizione, che cosa sono? Ormai è da un po’ che rifletto su questa cosa, senza riuscire a uscirne.

A un certo punto mi è capitato tra le mani un libro, Borders as Infrastructure di Huub Dijstelbloem. Sperando che potesse risolvere il mio problema, ho pure seguito il suo corso all’università di Amsterdam. E in effetti almeno in parte lo ha fatto. Nel libro descrive ciò che chiama le infrastrutture di confine dell’Unione europea, un concetto con cui vuole mostrare la connessione tra i confini digitali, fisici e naturali, i sistemi di controllo e i meccanismi di circolazione, inclusione ed esclusione. Così, la risposta che lui ha dato al mio problema è la seguente: i confini dell’Unione europea sono un sistema di filtraggio in cui varie forme di registrazione, monitoraggio e sorveglianza sono implementate materialmente e tecnologicamente. Partendo da questa idea, descrive lo sviluppo storico dei confini dell’Unione europea come l’ascesa di un sistema infrastrutturale, il quale sfrutta giurisdizioni e tecnologie, ma che è prima di tutto un veicolo per la politica. In effetti stiamo parlando di un’unione di entità statuali, ognuna delle quali spinge per l’integrazione quando questa favorisce i propri interessi, in particolare un migliore accesso ai mercati mondiali ed europei, ma che tentano di continuare a comportarsi sovranamente nella gestione dell’immigrazione. Per questa ragione, Dijstelbloem dice che la cooperazione e l’integrazione europea sono state guidate dallo sviluppo delle infrastrutture di confine. Il progetto dell’Unione europea sarebbe allora il risultato di negoziati continui all’interno di un contesto storico e tecnologico in evoluzione, piuttosto che il risultato di un processo di integrazione pianificato. Il sistema di confine sovranazionale (e nelle intenzioni post-statuale) dell’Unione europea è quindi il prodotto, verrebbe quasi da dire dialettico, di interessi politici ed economici, tra loro in equilibrio instabile, di cui è essenzialmente uno strumento infrastrutturale tecnologico e giuridico. E fin qui grazie al cazzo.

Andiamo avanti, mi sono detto, che forse qualcosa di interessante Dijstelbloem la dice. A differenza di uno Stato, l’Unione europea non è responsabile dell’attuazione della propria legislazione, che per la maggior parte delle materie politicamente rilevanti è affidata a organismi e organizzazioni gestite dai paesi membri. Importanti eccezioni sono la politica della concorrenza, i sussidi, in particolare quelli agricoli, la Banca centrale europea e, sempre più spesso, la sorveglianza delle frontiere esterne. In effetti, la costruzione del mercato comune si è fondata sulla libera circolazione di merci e persone, raggiunta tramite il diritto acquisito comunitario, l’acquis di Schengen, che è cresciuto fino a racchiudere i paesi dell’Unione in un confine esterno comune, e nel mentre ha abolito le frontiere interne. Poi, la richiesta da parte dei paesi membri di un maggiore controllo sull’immigrazione ha fatto sì che, a partire dai dettami del regolamento di Dublino, gli accordi sulle infrastrutture di confine tra i paesi dell’Unione abbiano portato alla creazione di hotspot nei paesi di prima accoglienza, all’esternalizzazione del controllo delle frontiere e all’organizzazione di meccanismi escludenti di circolazione, gestiti da agenzie come Frontex con l’aiuto di banche dati e sistemi informativi. È quindi per queste ragioni che i confini dell’Unione Europea vanno oltre il paradigma dello Stato sovrano: non possono essere considerati delle semplici soglie tra l’interno e l’esterno di un territorio. Ciao Schmitt.

Questa cosa mi ha fatto incazzare. Alla fine di una descrizione minuziosa, al punto da essere snervante, degli sviluppi “tecnopolitici” (puah!) dei confini dell’Unione europea, la risposta che mi dai è semplicemente in opposizione all’orizzonte categoriale del moderno? E io che me ne faccio?  Il mio problema resta insoluto. Niente da fare. È da decenni che l’egemonia dello Stato moderno sul politico è finita. Eppure, il modo in cui pensiamo a queste cose è ancora attraverso le categorie che la modernità ci ha lasciato, in particolare quella di sovranità. Alla fine, è per questa ragione che ancora non riesco ad afferrare il senso dell’infrastruttura che ha gestito il mio viaggio da Amsterdam a Milano. Vabbè, pace. In ogni caso resta vero che l’Unione Europea è un’entità politica strana, in cui il potere politico non è né centralizzato come nello Stato, né gerarchico come nell’Impero. È un’unione di entità statuali, nessuna delle quali è più dotata di sovranità in senso moderno. Ma non è nemmeno una federazione, non essendo essa stessa sovrana. È un’entità politica ibrida, che ci fa capire quanto la categoria di sovranità sia obsoleta per il contemporaneo, e che si presenta come il laboratorio di creazione di una nuova forma di potere diffuso, sempre più difficile da rintracciare e definire.