Thomas Bernhard odia: e si vuole anche sparare

Scrivere un lavoro su Bernhard vuol dire, come lui si esprimerebbe, sfruttare Bernhard per i propri scopi. Sfruttare ciò che ha scritto al fine del proprio lavoro, e laddove non si trovi qualcosa fra i suoi scritti, inventarlo, per violarne ulteriormente l’eredità. Il mio incontro definitivo con Bernhard non può avere nulla di casuale, dato che ogni evento casuale va di principio escluso, come si esprimerebbe Bernhard. Il mio incontro definitivo con lui era già stato a lungo preparato e già da tempo pronto ad aver luogo nelle debite circostanze. Di certo, nelle sue linee preliminari, tale incontro è stato per me abbozzato anni fa con un regalo fattomi da mio padre, Correzione di Bernhard. Rimasto sullo scaffale, lì non letto per anni, ad attrar polvere, lo sapevo solo scritto da questo tale austriaco, di cui non sapevo nulla e che al momento del regalo mai neppure avevo sentito. Tale nome è tuttavia ciondolato inosservato fra i pensieri per l’intero lasso di tempo intercorso fra quel primo incontro e quello che ho chiamato il mio incontro definitivo con Bernhard. Questo è avvenuto a Berlino, mesi fa, al Club der polnischen Versager, locale da polacchi, quelli falliti per l’appunto. Popolato da una generazione di artistoidi e ribellellastri, ora sui cinquanta, sessanta, perfino ottant’anni, che ha visto asfaltare e cementificare il piccolo parco giochi che si era costruita, e che ora, priva del benché minimo senso del ridicolo, ne continua ad inscenare la farsa da ormai trent’anni. Un locale tranquillamente definibile miserabile posto di merda, come si esprimerebbe Bernhard, ma ciononostante arredato con cura e perfino dotato di un certo carattere – come si addice ad un posto che valga la pena chiamare miserabile – con pavimento di piccole piastrelle opacizzate bianche e mattone, sovrastato nella posizione centrale da un grande naso di gesso, di un metro e mezzo d’altezza, appeso alla parete di faccia al bancone. Lì sotto quel naso sedeva un uomo sulla sessantina, di capelli bianchissimi, radi ma ancora voluminosi, con un elegante riporto che ben si addiceva al suo curato completo in tweed. Un uomo robusto con un viso ben modellato dall’età e perciò dalle precise e nette rughe, ognuna nel posto esatto per non delineare un confuso pasticcio epidermico, ma quelle risolute forme che invece ne componevano il viso. Medico: professione che se intrapresa da un uomo di cultura umanistica, quale lui era, e con spirito filosofico, conferisce a tale individuo la massima dignità e lo pone fra gli apici della gerarchia umana; e allo stesso tempo se intrapresa con intenzioni ottusamente scientifiche, trasforma un carattere nel più miserabile e rivoltante. Lui, in quel posto altrimenti relegabile al pattume della storia, era di certo fra i dignitari, e perciò lo ricordo con particolare rispetto. Mi raccontava delle sue vacanze in Italia, in Alto Adige, dei deserti tramonti fra le cime rannuvolate visibili dalla sua baita. Gli dissi che avevo intenzione di studiare il tedesco, al che mi rispose che valeva lo strazio soltanto per poter leggere Bernhard, quel nome che ora riemergeva, e soltanto per questo motivo. Colpito da questo personaggio che ora, a posteriori, posso veramente dire emerso da uno dei romanzi di Bernhard, forse Perturbamento, per invitarmi alla sua stessa lettura, mi dissi che proprio ciò non rimaneva che fare e non avrei dovuto rinunciarvi, poiché in qualche modo presagivo che quella sera si era trattato dell’incontro definitivo con Bernhard, che in qualche modo da tempo mi attendeva. Di Bernhard ho perciò letto, non quanto basta, ma ho letto, e ora, a partire da queste insufficienti letture, ne scrivo.

Il peso del passato è assolutamente sproporzionato. L’eredità è una massa inopportuna che nessun uomo e nessuna comunità ha forze adeguate a chiuderci i conti. Tuttavia è ciò che bisogna fare per tutta la vita, gestire e amministrare questa sconveniente eredità. La vita non è altro che questo rapporto con la nostra eredità, e persiste fintantoché adempiamo a questo obbligo. Bernhard ne fa il centro, forse nascosto e meno evidente di altri, ma pur sempre il centro fondamentale del suo pensiero. Espunto questo concetto dal suo pensiero non se ne possono affatto comprendere tutti gli altri elementi. Il suo rapporto con l’eredità è evidentemente di negazione, che mai vuol dire rinuncia, mai rinuncia all’obbligo che l’eredità gli impone. È anzi una presa di posizione risoluta per la distruzione di questa eredità. I suoi personaggi sono soffocati dalla meschinità del passato con il quale sono costretti a fare i conti, e perciò non vogliono altro che la sua distruzione. La generazione appena precedente consegna loro un’eredità bistrattata e abusata: i governi socialisti hanno mandato in bancarotta e perciò affossato l’Austria, i famigliari hanno in odio il proprio stesso patrimonio e i figli, che fin dalla nascita hanno soffocato e impedito in ogni maniera. Non resta altro, a questi figli, che mandare definitivamente a picco questa eredità mutilata in ogni punto: mandare in rovina i possedimenti di Altensam ereditati dal padre (Correzione), abusare del proprio talento pianistico al fine di sopraffare la propria famiglia (Il Soccombente). Il linguaggio di Bernhard è carico di questo odio, autentico odio e mai rinuncia, perché vede i colpevoli e le loro colpe. Definitivamente estranea alla sensibilità letteraria dell’Austria di inizio secolo, che con nostalgia guarda un mondo tramontare, come si dice, per forza di cose, estranea a questo commosso fatalismo, l’opera di Bernhard è insieme un veemente atto di accusa contro un colpevole, il quale gli ha reso insopportabile il patrimonio ereditato, e il coerente tentativo di volgere questa eredità contro sé stessa, per chiuderci finalmente i conti.

Ciò che ne segue è lo sforzo inumano di costruzione di un edificio integralmente nuovo. Il tentativo volontaristico di supplire all’eredità, di costruire un senso da sé, per non cadere nel nichilismo che la distruzione dell’eredità altrimenti comporta. I personaggi di Bernhard intraprendono per tutta la vita questo sforzo di costruzione: la fisiognomica di Koller (I mangia a poco), il virtuosismo di Glenn Gould (Il soccombente), il cono di Roithamer (Correzione). E si tratta di sforzi innanzitutto intellettuali, perché un’edificazione di questo tipo dev’essere innanzitutto un atto intellettuale. È una ragione preliminarmente distruttiva, come abbiamo già detto, che avendo appena reciso tutti i legami con gli elementi del mondo ricevuto, si trova ora, nel suo tentativo di ricostruire un senso, in una totale solitudine. Tutti i personaggi di Bernhard operano in un assoluto isolamento e in tale isolamento capitolano. Trovano un luogo adatto al loro isolamento e lo sfruttano finché questo può servire al loro lavoro: la CPV (I mangia a poco), il Café Sacher (Il nipote di Wittgenstein), la soffitta di Höller (Correzione), il castello di Hochgobernitz (Perturbamento). Ne drenano tutto ciò che può essere utile al loro lavoro, come, in generale, tutto ciò che ruota intorno alle loro vite viene ridotto e ricondotto a materiale per la loro opera: Koller frequenta quotidianamente i mangia a poco nella CPV, e similmente lo stesso narratore, solo per studiarne il carattere, unicamente al fine del proprio lavoro perciò (I mangia a poco); similmente, Glenn Gould ha dovuto conoscere i suoi due amici, Wertheimer e il narratore, per diventare il prodigio Glenn Gould, soltanto sovrastandoli con costanza, e perciò giorno per giorno umiliandoli fino al punto di annichilirne le carriere pianistiche, ha potuto diventare il genio Glenn Gould (Il Soccombente). Persino le macerie che ricevono come eredità vengono sfruttate, mai riusate, ma sfruttate senza alcun rispetto per ciò che erano. Vengono sfruttate, le macerie, come tutto ciò che ruota attorno alla vita di questi personaggi, al fine della propria opera, con il risultato di identificare tutta la propria esistenza con questa opera.

Lo sforzo di creazione per tutta la vita di un’opera perfettamente tonda, levigata in ogni infinitesimo punto, e non pensare ad altro che a questa opera di costruzione per tutta la vita. Il carattere ossessivo e totalizzante di questa edificazione è l’unica via percorribile, poiché fallire, e cadere nel dilettantismo (Il Soccombente), vorrebbe dire perdere tutto, perdere quel senso che si è distrutto distruggendo la propria eredità e che ora si cerca di ricostruire dalle fondamenta. Fallire vuol dire precipitarsi nella disperazione. L’opera diventa opera ossessiva, e tutti i personaggi bernhardiani sono affetti da questa ossessione monomaniacale. Pensano un unico pensiero con precisione millimetrica: costruire un cono al centro esatto del Kobernausserwald come residenza permanente per propria sorella, unico familiare amato perché reso proprio possesso senza scarto (Correzione).

Se perciò l’eredità è il centro nascosto dell’opera di Bernhard, l’ossessione è il suo centro palese. Niente sfugge all’esattezza scientifica con cui ogni pensiero viene espresso e ogni dettaglio deciso. L’opera, che è come dire l’intera vita, dei suoi personaggi dev’essere decisa in ogni infinitesimo dettaglio, senza che nulla venga lasciato al caso. E anche laddove il caso intervenga, come nella repentina decisione di Koller di non andare al vecchio frassino, come d’abitudine, ma invece alla vecchia quercia, facendo così riemergere alla memoria i mangia a poco ormai dimenticati da anni, anche laddove questo evento casuale, come qui, si inserisca nel naturale decorso degli eventi, questo va assimilato, metabolizzato ossessivamente, ricondotto alle sue cause e conseguenze, quasi a volerlo rendere oggetto di una decisione volontaria. Tutto dev’essere deciso a seguito di un attento calcolo, e continuamente corretto se errato.

Correggiamo in continuazione e correggiamo noi stessi con la massima durezza, perché a ogni istante riconosciamo che abbiamo fatto (scritto, pensato, eseguito) tutto in modo falso, che tutto fino a questo momento è una falsificazione, per cui correggiamo questa falsificazione e ricorreggiamo la correzione di questa falsificazione e correggiamo il risultato di questa correzione della correzione e così via, così Roithamer. (Correzione)

La struttura della narrazione segue questa stessa ossessione. È una continua ripetizione del medesimo. Dati gli elementi fondamentali nelle prime pagine, ci si torna e ritorna sempre di nuovo, apportando variazioni e correzioni ad ogni nuova ripetizione, per andare sempre più a fondo e sempre con maggiore precisione. In questo andamento a spirale ad ogni giro si riduce progressivamente l’errore di approssimazione, si va sempre più precisamente al cuore di quest’unico pensiero. È un’unica variazione su tema, con un’unica progressione armonica che sempre viene ripetuta variandola. Vengono individuate delle parole fondamentali e si fa girare la narrazione attorno ad esse: Soffitta di Höller, virtuosismo, Soccombente, disperazione, mangia a poco, gola dell’Aurach, il cono al centro esatto del Kobernausserwald… Le stesse parole, espressioni e pensieri vengono concertati in modo che ad ogni ripetizione acquistino un significato più preciso, più ricco di coimplicazioni e rapporti con tutti gli altri elementi. Le voci dei personaggi, pochi, due o tre tipicamente, vengono costantemente intrecciate e ripetute, senza alcun discorso diretto, ma in un sistema di riportare riferire e citare – così Roithamer, così si esprimeva, così mi aveva detto più volte, così diceva pensavo io, come diceva, come ebbe ad esprimersi, faceva notare Koller, a detta di Koller, come lui, Koller, aveva potuto subito constatare, così diceva, pensai, pensai, pensai, mi dissi, così lui – con la precisione compositiva di una fuga a due o tre voci di Bach – che Bernhard tanto amava. Si ottiene in conclusione una tessitura dettagliata di tutti i rapporti reciproci che formano il mondo che ogni romanzo sviscera, e che tutti girano intorno a quell’unico pensiero ossessivo.

Infine, una chiosa sulla forma dei rapporti umani. Come detto, venuta meno l’eredità del passato quei rapporti realmente umani che le corrispondono perdono di capacità connettiva.

[…] quando parlava dei propri genitori si rifiutava sempre di parlare di genitori, non diceva mai madre o padre, anche se naturalmente sua madre era sua madre e suo padre suo padre. Disprezzava il concetto di genitori, odiava tutto quello che per sua natura ha a che fare con la famiglia e provava effettivamente sempre più disgusto di fronte alla parola origine. Non era mai riuscito ad entrare a far parte di una famiglia, non lo ha mai fatto per tutto il tempo che l’ho conosciuto. Disprezzava più di qualsiasi altra cosa il cosiddetto senso di appartenenza reciproca. (I mangia a poco)

In odio la propria patria per intero, disprezza, Koller, anche la società che la compone: ugualmente in odio i tipi, intellettuali, da Café Zögernitz, quanto la volgarità dei tipi da taverna l’Occhio di Dio. Tuttavia, mancano del tutto quei rapporti precari e volatili di una società, la nostra, che ha perso appartenenza a ogni terreno superiore, familiare territoriale morale sociale, questo poiché i suoi personaggi sono già precipitati nella solitudine più radicale, già giunti alle estreme conseguenze della suddetta perdita o, in Bernhard, distruzione intenzionale. Le poche volte che l’amore trova un posto, assume la forma perversa di un ossessivo possesso senza scarto. E se qualcosa di autentico si può rintracciare, è solo un’amicizia, forse una sola, come Paul Wittgenstein (ne Il nipote di Wittgenstein). Un’amicizia intellettuale, artificiale, di pensiero, che non ha nulla dell’abitudine, del tempo, della comunanza, dell’appartenenza, ma che pur sempre rende una vita possibile. Non riduce realmente la distanza fra i due, è solo specchio reciproco della propria disperazione e del fallimento, ma in qualche modo lega, come due solitudini che si toccano.

Avevo fatto la conoscenza di Paul, adesso la penso così, nel momento in cui lui nella maniera più palese ha cominciato a morire, e io, come questa annotazione dimostrano, ho seguito passo passo il suo morire per più di dodici anni. E da questo suo morire ho tratto beneficio, ho sfruttato il suo morire come meglio ho potuto. In fondo, penso, non sono stato nient’altro che testimone del suo morire per dodici anni di seguito, il testimone che da questo morire dell’amico ha tratto, nel corso di quei dodici anni, gran parte della forza che gli è servita per sopravvivere, e non credo che sia stato del tutto fuori luogo pensare che l’amico doveva morire per rendere più sopportabile la mia vita, o almeno la mia esistenza, quando addirittura per lunghi periodi il suo morire non è servito semplicemente a renderla possibile. (Il nipote di Wittgenstein)

Non si sbaglia chi legge Nietzsche in tutto ciò, dalla testa ai piedi, come si dice. Bernhard è l’autore che inscena il tentativo ossessivo e solitario di costruire, in una società che ha distrutto la propria eredità e reciso il proprio passato, un senso. E tali vite non possono che essere solitarie e analiticamente ossessive, lo sono necessariamente una volta distrutto ogni quadro collettivo e storico più ampio. Bernhard è questo tentativo edificatorio e insieme il suo fallimento, il quale sfocia alternativamente o tutt’insieme nella disperazione, nella pazzia e nel suicidio.

IFDR #24: Il sapore della vita in Abbas Kiarostami 

                                                                                             «[…] Ma nebuloso e tremulo dal pianto Che mi sorgea...