Mr. Simpatia, il comprensivo

Ho ricevuto ieri sera un galante invito. Non che non mi andasse, ma insomma quel pene un po’ storto pendente a destra poco depilato… Ma sono andato, e ammetto che potevo risparmiarmelo. Mi ha bendato all’ingresso, come avevamo concordato, e mi ha portato in camera. Già dai messaggi, eccessivamente lunghi e ragionati, avevo intuito fosse sui trenta attardati. Immagino che il fiato corto e la vasta varietà di gargarismi mentre me lo dava non facciano che confermare. Ha a malapena parlato e mi ha baciato nemmeno una volta. Poi mi ha accompagnato all’uscio e mi ha chiuso dietro la porta ancora bendato. Tolgo la benda e vado a lavoro. Il mattino ha l’oro in bocca, come si suol dire.

–

Quattro giorni a Canazei

Neanche immagini le cose che potrei

Potrei spararmi un colpo in testa

Se mi sveglio una mattina di fianco a un gay

–

“Abbiamo combinato un bel pasticcio eh” con tono sardonico da padre che ti tira l’orecchie. Prova un certo piacere, il mio responsabile, a trattarmi come fossi un mentecatto, pur sapendo che non lo sono… perché lui lo sa.

“Si papino, ho fatto il cattivo. È grave?” (la prima l’ho pensata, la seconda detta

“Il capo ti vuole parlare.”

Lavoro nelle risorse umane. Credo che la percentuale di checche rispetto ad altri settori sia ben più alta, ché l’equazione è ancora gay = allegro, e ci vuole, si pensa soprattutto oggi, questo nelle relazioni umane, grande gentilezza e tatto. Io non ho tuttavia grande simpatia per persone gentili e delicate. Per lo più quando qualcuno mi degna di cerimoniosità fra sdolcinerie e umanissimi riguardi, mi vien da pensare solo una cosa, rammaricandomi poi che qualcuno, più letterale nell’uso delle parole, mi ci possa accomunare: che gran ricchione. Tuttavia mi voglio ora correggere, o per lo meno vorrei rettificare. Ciò che stuzzica la libido degli scout del settore, risorse umane per l’appunto, ancor più della nostra supposta emotività, è l’idea che dietro quella svolazzante gaiezza arcobaleno si celi una tagliente malizia, la caratteristica malizia di noi frocetti. Ogni traverso sguardo e salace, di quelli che – l’ammetto – anche io amo lanciare, è coperto a parole da apologie di tolleranza e amore universale. Le risorse umane, allora. L’abilità del doppio gioco è vitale. Chi crede realmente al team building e al conflict management merita poco più che la nostra, e loro, benevola compassione, non di certo un posto di lavoro. Un astuto cinismo è il non detto requisito di chi deve dirigere questa farsa: lavoro di squadra, rispetto reciproco, insieme per l’azienda… Non tanto il farsi ubbidire, nemmeno convincere i cuori, ma far recitare, pur sapendo tutti, superiori e colleghi, che si tratta di idiozie da mentecatti. E a questo fine bisogna essere subdoli, come noi frocetti.

“Si accomodi pure.”

Perciò mi accomodo.

“Mi è stato riportato l’accaduto. Apparentemente una violazione del codice etico aziendale. Gradirei da lei delle chiarificazioni.”

“Si riferisce a qualcosa di specifico?”

“Alle violazioni avvenute durante il training di ierlaltro.”

“Ho difficoltà a comprenderla.” (trovo molto intrattenente il tono, che io prendo sempre ad imitare, di assoluta formalità del mio capo).

“Mi riferisco al suo comportamento, nello specifico agli input da lei impiegati negli esercizi di trust and comunication strengthening. La situazione, come a me introdotta, ha contorni intollerabilmente sfumati. La situazione richiede chiarimenti. Questo vorrei da lei. Chiarimenti. Limpidità.”  

“Il training di ierlaltro non ha per me più punti oscuri di tutti quelli a lui precedenti.”

“Mi voglia intendere. L’incongruenza sta fra la percezione soggettiva dell’accusa, che pare per sé limpida, e la difficoltà di stabilire i contorni oggettivi dell’avvenimento. Solo una sua delucidazione permetterebbe di risolvere il tutto.”

“Questo lo comprendo. Tuttavia la notifica da me ieri ricevuta riguardo ad input in violazione del codice etico ha carattere per me talmente vago che ho difficoltà a dare chiarimenti a riguardo. Gli input da me utilizzati non presentavano scorrettezze di sorta.”

“Bene, l’immaginavo. Non essendo lei disposto a collaborare, procederemo con le usuali operazioni di ricollocamento e ammende ufficiali. Le prove contro di lei sono troppo tenui e la procedura più semplice e rapida risulta essere il disimpegno dal conflitto. Essendo la prima segnalazione ai suoi danni, la chiarificazione della situazione è un fatto di secondaria importanza: a questo punto del tutto trascurabile. A lei il reale svolgimento dei fatti è senz’altro ben chiaro, a me del resto del tutto indifferente, soltanto per la parte offesa una lacuna intollerabile. Niente a cui ammende ufficiali non possano porre parola fine. La saluto.”

Ci stringiamo cordialmente la mano. Arrivederci.

–

chiedo un prestito a un collega e ci compro una 33

Da spararmi in testa in ufficio quando il mio capo non c’è

Metà cervello, brutto stronzo, te lo spruzzo sul parquet

–

A cosa si riferisse è per me del tutto evidente. Uno dei giochi consigliati dalla manualistica aziendale ai fini del rafforzamento della comunicazione di squadra è il telefono senza fili. Ogni tanto perciò lo adotto anch’io nella mia scaletta. Spesso, come l’ultima volta, lo complico facendo indossare cuffie isolanti. Le frasi che sussurro all’orecchio del capofila sono delle più varie, compresi proverbi, modi di dire, scioglilingua, sempre tuttavia lievemente modificati per giocare sulle inconsce anticipazioni uditive. Ierlaltro sussurro: trentatré tripolini entrarono a Trento tutti e trentatré trafficando. Superato l’iniziale imbarazzo il primo collega sussurra la frase al seguente, e lentamente il messaggio va, rallentato rispetto al solito dall’incredulità e dai dubbi, fino ad arrivare ad Ahmed Abbas. Lo sventurato a lui precedente, si ferma un istante aggiuntivo, combattuto fra la fiducia nei propri sensi, e perciò nella buona riuscita della dinamica comunicativa, e l’ubbidienza verso le direttive etiche aziendali da poco notificateci. Ancora un attimo di esitazione e lo sento sussurrare. Trentatré trentini entrarono a Trento tutti e trentatré trotterellando. Da lì in avanti la parola scivola d’orecchio in lingua liscia come l’olio. Finché l’ultimo la ripete ad alta voce. Trentatré trentini entrarono a Trento tutti e trentatré trotterellando – un po’ dubbioso per l’apparente semplicità dell’esercizio, ma decisamente sicuro della propria esperienza uditiva. “Bene, corretto, passiamo al prossimo”. Nessuno contesta il risultato.

Nel complesso un gioco di parole di bassa lega, piuttosto mal riuscito devo dire, ma non ho mai avuto un ingegno di grande inventiva. Così anche il mio responsabile: “prossima volta qualcosa di meglio, se proprio ti devi giocare il posto”. Ma è stato un miraggio, una Fata Morgana, di quelle che il padre di Ahmed vedeva attraversando il Sahara, o un brutto sogno, di quelli che il figlio ha dopo un’abbuffata di carne all’argentino. Me li immagino tutti indignati nel dopolavoro: “Sisi, l’ha proprio detto”, “è veramente troppo”, “scherzare sì, ma ci sono dei limiti” … ma le parole fuggono, le si dice e subito volan via: solo un testimone affidabile le può salvare, ma qui non ce ne sono che tengano. I meccanismi aziendali fanno poi il loro corso, le procedure forse non danno soddisfazione agli offesi, ma sono le procedure. La piccola escrescenza tumorale è stata quindi riassorbita senza particolari intoppi. Esco d’ufficio e mi metto sui mezzi piuttosto sollevato.  

Fra il fracasso della metropolitana, guardo agli altri passeggeri. Chissà che quel viscido mattiniero non sia fra loro. Nel complesso fra le dick pic di ieri sera e tutta la situazione di stamattina mi sono fatto una certa immagine del suo volto. Ben poco allettante, ammetto, anche se forse eccessivamente cruda. Penso a quanto sia stato semplice e diretto il tutto, e di pochissimi convenevoli. Penso poi a ciò che m’ha detto un amico qualche tempo fa: che da poco aveva compreso i motivi del tripudio di promiscuità fra omosessuali – lui ci tiene ad esprimersi correttamente – alla fine siete anche voi uomini, solo che avete la fortuna di scopare con altri uomini. Un sillogismo di rara chiarezza. Mi inizio a chiedere perché io abbia accettato, ieri sera… potrei andare in tante direzioni, questionare, chiedermi l’ultima volta che abbia fatto del sesso vero – se mi si capisce – magari se l’abbia mai fatto… ma come spesso m’accade quando inizio, i pensieri s’aggrovigliano, vanno in panne e in questa confusione s’annullano l’un l’altro, fino al punto d’arrivare ad una piana fosca e brumosa, la nebbia digrada pian piano e quando è svanita non ci sono più idee, e l’attenzione improvvisamente dai pensieri va alla realtà. La prima cosa che s’impone è la musica nelle cuffiette. Ovviamente non la stavo ascoltando. È Mr. Simpatia di Fabri Fibra, che mando a palla ormai da settimane. Mi vergogno un po’ del fatto. Mi son sempre ritenuto superiore, intellettualmente superiore, a quella imbarazzante sbobba che smarmella sulle basi. Ma c’è qualcosa che m’attira. È grossolano, rozzo, s’sprime, insulta, scherza in modo infantile… squallido quanto un film di De Sica. Bambinesco e immaturo, nel peggiore dei modi, questo mi attrae. E a tal proposito sbircio l’ora, dovrei fare a tempo per la Pimpa. È il mio appuntamento giornaliero e mi viene un gran sconforto a mancarlo.

–

Ti comporti da donna perché hai già sviluppato

Ma io le ovaie te le attappo e te le strappo in un prato

Perché volevi anche un figlio che mi assomigli in un lato

E invece adesso se lo vuoi ti prendi un figlio adottato

Che gli venderò il fumo in modo che cresca un drogato

E poi gli insegno a cantare “Viva La Mamma” di Bennato

Se facessimo un figlio nascerebbe handicappato

E tu già lo sembri con quel culo deformato

–

Accendo la TV. Bene, ancora pubblicità. È piuttosto avvilente guardare le pubblicità televisive: puzzano di naftalina e alitosi senile. Ancora più avvilenti sono quelle su Rai Yoyo, ad esempio: chi glielo spiega che il target non sono più i cacaddosso degli anni ’70? Chi glielo spiega che gli ultimi prodigi della tecnica non sono gli scatoloni a tubo catodico, ma che ora – udite un po’ – gli schermi si possono toccare, e strane cose succedono – se li tocchi nei punti giusti t’arriva un panino a casa, ad esempio, o un bel video di un transessuale che si masturba. Ma ecco che inizia la Pimpa. Corro a sedermi sulla poltrone in pelle rossa e allungo le braccia sui braccioli, spingo indietro con il torso e insieme si alza il poggiapiedi. Àlla mattina, càsca dal letto… fa una pugnétta… còrre in cucina, dà stra di matto, ésce strillando, svéglia le viole… scioglie un pezzétto, con il cagnétto… all’ippopotamo dà dello zozzo, lo stesso a tutti quelli ché ha intorno… non ha amìci, neanche tré… perché pippa ecco perché. È autunno, la Pimpa si affaccia alla finestra e le cade in testa una foglia, a voce stridula e piagnucolante: “sono caduta dall’albero”. “Non piangere, ci penso io” dice la Pimpa. Va dall’albero e gli fa: ti è caduta questa, Gigi. “Mi sono cadute tutte… con questo freddo… non puoi ospitarla tu fino a primavera?”. Certo! Torna a casa, posa la foglia del cassetto del comodino, si infila il maglione di lana e andrò a mostrarlo all’agnellino. L’agnellino, rosicone: “che bel maglione che hai!”. È fatto di lana, lo informa la Pimpa. Ulteriore rosicata: “Però è colorato… la mia lana è bianca…”. Solerte, la Pimpa, tosa l’agnello, fila il tutto e tinge. Ed è fatto, un magnifico maglione colorato. Grazie! E se l’infila. Ma la Pimpa continua a lavorare… “E quella?” chiede l’agnellino. “È una sciarpetta, la porterò all’orsetto”. E l’agnellino muto. Soddisfatta per il plusvalore estratto, corre dall’orsetto. Sta per andare in letargo… si toglie la pelliccia prima di mettersi a nanna. La Pimpa non perde un attimo e sgraffigna pure quella. “Ciao famiglia Pigrotti!” salutando mamma e figlio orso dormienti. Il danno e la beffa. Torna a casa e l’Armandone la mette a letto. Si gira verso la foglia, buon letargo anche a te, e chiude gli occhi mentre fuori nevica.

–

Mi sfondo casa mentre guido il furgoncino di mio zio

Perché sono in depressione, ho crisi di persecuzione

Voglio più prostituzione intorno alla mia abitazione

Prima che esploda in aria per difetti di progettazione

–

È conciliante, la Pimpa. Ogni episodio finisce su quel dolce e rallentato movimento delle palpebre che si chiudono. Una simile calma mi si trasmette, caccia i brutti pensieri quella lieve prefigurazione del sonno e del suo oblio. Vorrei dormire anche io, e dimenticare. E poi la neve, cade la neve incessante in quel cartone, a massicci fiocchi, a bianchi palloni, e si posa sulla stanca terra, candida e uniforme, e ne custodisce il sonno senza sogni, per mesi, fino al crudele Aprile – se Aprile arrivasse. Ma non è. Quei quattro brevi minuti – il lasso di un episodio – sono quattro minuti d’inverno, di un inverno eterno, che serra gli occhi per sempre. Sono quattro perfetti istanti, e non ci si chiede mai “e poi?”. Questo mi consola.

IFDR #24: Il sapore della vita in Abbas Kiarostami 

                                                                                             «[…] Ma nebuloso e tremulo dal pianto Che mi sorgea...