Non è la prima volta che prendiamo parte alle proteste in Serbia, eppure a Belgrado questa volta si respira un’aria meno vivace delle altre. Anzi, quasi l’opposto.
Di fronte al parlamento, fino a qualche mese fa accerchiato da decine di trattori distrutti, oggi ci sono alcuni grandi gazebo con all’interno schermi e proiettori, e all’esterno un canestro da basket e delle persone – poche – che chiacchierano sedute. “Cos’è?”. Chiediamo a un passante. “Una protesta”, ci risponde pacato, prima di fare una pausa. “Una protesta a favore del governo”, aggiunge sorridendo, e si allontana. Scattiamo qualche foto della scena, e subito si avvicinano due energumeni con fare intimidatorio che ci seguono, fissandoci incattiviti.
Ma come? Che fine hanno fatto le università completamente occupate e riorganizzate dagli studenti che abbiamo filmato nei mesi scorsi? Che fine hanno fatto gli studenti in perenne fermento, i cortei in ogni angolo della città, i clacson e i fischietti che risuonano costantemente per le vie di Belgrado? La risposta ci viene quando ci ricordiamo del perché siamo qui. Il primo novembre è l’anniversario del crollo della pensilina di Novi Sad, cioè dell’episodio che ha dato inizio a tutto questo. Per l’occasione, tante persone – tantissime – hanno lasciato Belgrado per raggiungere a piedi Novi Sad. La marcia è un elemento ricorrente di queste proteste, che hanno abituato gli studenti a camminare per decine e decine di chilometri da una città all’altra, con l’unico obiettivo di farsi ascoltare dal resto del popolo serbo. E ha funzionato. I 100 km che separano Novi Sad da Belgrado vengono percorsi da migliaia di persone, di qualsiasi età, a piedi, in macchina o con i bus che ancora funzionano. I treni, che coincidenza, sono tutti bloccati, forse per un allarme bomba riportato da fonti governative. Il nostro bus, dopo un paio d’ore di viaggio anche a causa del traffico molto intenso, si ferma proprio davanti alla stazione dei treni di Novi Sad.

Foto di Nicole Parente
L’effetto che ci fa vederla dal vivo, per la prima volta, è indescrivibile. Abbiamo visto migliaia di foto del suo tetto a zig zag o della facciata circondata da transenne, abbiamo filmato decine di manifestazioni che ricordavano l’1 novembre 2024, abbiamo preso parte decine di volte ai 15 (e poi 16) minuti di silenzio che ogni giorno fermano Belgrado per ricordare le vittime del crollo. A vederla quando arriviamo, il giorno prima dell’anniversario, il 31 ottobre, la situazione rende quasi poco onore alla tragedia e all’enorme mobilitazione – da molti definita la più numerosa della storia serba – che ne è seguita: qualche fiore rinsecchito, qualche foto appesa, un paio di transenne e i segni della pensilina ancora distrutta. Nient’altro.

Foto di Nicole Parente
Neanche 24 ore dopo, la sera dell’1 novembre, non c’è paragone. La stazione è ricoperta di fiori e illuminata da centinaia di candele. Davanti, ancora molte persone la fissano in silenzio, alcuni piangono a dirotto, altri sono semplicemente commossi. Per tutto il giorno la stazione è stato il fulcro della mobilitazione più grande che Novi Sad abbia mai visto. Molto più di un funerale, di un corteo o di un presidio.
Di ritorno da Novi Sad, mentre il bus ci porta nuovamente a Belgrado, leggo diversi articoli che parlano di “rivoluzione colorata” in Serbia. Mi chiedo anche io, quindi, se abbia senso usare questo termine.
Le proteste in Serbia sono una nuova rivoluzione colorata?
La domanda non intende svalutare le motivazioni che stanno portando nelle piazze del paese gli studenti e i cittadini serbi; piuttosto, intende provocare una riflessione sui possibili scenari futuri che si aprono davanti a un paese la cui identità politica e culturale è estremamente sfaccettata e di difficile comprensione.
Come sappiamo – poco o niente, a causa dell’assenza di notizie nei nostri media – da mesi e mesi lo Stato serbo è scosso da un’ondata di proteste, perlopiù non violente, guidate in primis dagli studenti universitari e dirette, più che contro il Presidente Vucic, contro la corruzione sistemica che domina l’amministrazione statale, l’urbanistica e le grandi opere, il mondo del lavoro e l’istruzione. Lo spettro di una rivoluzione colorata, insomma, aleggia inevitabilmente su Belgrado, come hanno avvertito in diverse occasioni sia lo stesso Vucic sia il Ministro degli Esteri russo Lavrov. La ricetta sembra la stessa applicata a suo tempo in Georgia (2003), in Ucraina (2004) e in Kirghizistan (2005): proteste di piazza contro il potere costituito, autoritario e considerato filo-russo, scaturite dalla denuncia di brogli elettorali e destinate a portare a un “cambio di regime” in grado di garantire l’ingresso nella sfera d’influenza americana, nel libero mercato occidentale e, con cautela, anche nel novero delle democrazie liberali.
La situazione, però, non è così semplice, come ha approfondito Alessandro Andronico nel sesto appuntamento della rubrica Zeitnot. In primis, il ruolo della Serbia all’interno degli equilibri di potere globali non è paragonabile a quello dei paesi coinvolti nelle rivoluzioni colorate: Belgrado, infatti, si pone al centro di un intreccio di relazioni che coinvolge Russia, Cina, Stati Uniti e Unione Europea; quest’ultima è da anni la destinazione prescelta della Serbia, che mantiene allo stesso tempo stretti legami – culturali e politici – con la Russia da una parte e con gli Stati Uniti, seppur in misura minore, dall’altra. Il quarto (e non per importanza) attore in gioco, la Cina, è protagonista di un ingente quantitativo di investimenti nel paese. Le istanze anti-russe (o meglio, anti-filo-russe), centrali nelle rivoluzioni colorate di inizio millennio, hanno quindi sicuramente un peso minore nel contesto politico e culturale serbo, per non parlare di quelle filo-americane, pesantemente limitate dal ricordo, più fresco che mai, dei bombardamenti NATO su Belgrado. Parlare di rivoluzione colorata, insomma, sembra una semplificazione di alcuni e una speranza di altri.
Allo stesso tempo, questa espressione può indicare, in maniera più generica, l’appoggio da parte dell’Occidente (e quindi, vale sempre la pena ricordarlo, dell’impero americano) a proteste anti-governative in paesi che ancora non appartengono pienamente al contesto occidentale stesso. Questo appoggio – che può essere fornito a livello di intelligence, diplomatico o anche soltanto mediatico e di soft-power – nel caso serbo, però, non sembra esserci ancora stato: fra le tante motivazioni, troppe per essere affrontate adeguatamente in questa sede, una delle più interessanti si riscontra nella struttura e nella volontà degli studenti serbi. Che, strutturatisi in una sorta di democrazia diretta plebiscitaria, hanno consciamente ed esplicitamente deciso di svincolarsi da qualsiasi riferimento a compagini politiche appartenenti tanto al contesto politico serbo quanto al panorama internazionale: a differenza, per esempio, delle proteste scoppiate nello stesso periodo in Georgia, a Belgrado non sventolano bandiere dell’Unione Europea, e tantomeno degli Stati Uniti d’America. Gli studenti hanno per mesi rifiutato qualsiasi tipo di affiliazione ai partiti d’opposizione serbi e non mancano mai di sottolineare come le loro proteste non siano anti-governative, quanto piuttosto dirette al sistema di corruzione su cui si fonda la gestione del paese.
Questa creazione di una nuova simbologia politica, da parte degli studenti serbi, ha reso difficile per l’Unione Europea e per i media occidentali inserirsi nella questione, e ancora più difficile rivendicare una paternità sulle proteste. Di conseguenza, il racconto fornito da giornali e televisioni europee è stato, se non del tutto assente, perlomeno parziale. La lettera che alcuni studenti serbi hanno portato fisicamente (in bicicletta) a Strasburgo, all’attenzione degli europarlamentari, ha cambiato poco o nulla dell’atteggiamento dell’Unione Europea, impegnata da problemi ben più evidenti e poco entusiasta di fronte alla possibilità di ulteriori sconvolgimenti nei Balcani. E allo stesso tempo, forse, ha costretto gli studenti serbi a continuare sulla linea scelta all’inizio delle proteste: costruire un nuovo linguaggio politico, in grado di rappresentare gli interessi di una popolazione poco disposta ad essere dominata, tanto dall’interno quanto dall’esterno.
Parlare di rivoluzione colorata, per quanto ponga un dubbio legittimo, diventa quindi un modo di trascurare colpevolmente aspetti inediti di un movimento di massa che rivendica per sé uno spazio degno dell’unità d’intenti e della maturità politica e culturale dimostrata dagli studenti serbi.