Prove d’egemonia pedagogica

Ogni rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico

Antonio Gramsci

La prima lezione che ho frequentato all’Università degli Studi di Milano era la prima lezione del corso di storia medievale tenuto dal professor Andrea Gamberini. L’aula 102 era stracolma di matricole eccitate e rumorose. Il professore entra in classe, tutti lo scrutano, pur continuando a parlare con i vicini di banco. Sistema le sue cose. Si toglie la giacca e rimane in maniche di camicia. È settembre, fa ancora caldo. Alza la voce, saluta, si presenta. Ci rivolge una domanda che non mi toglierò mai dalla testa: “qualcuno di voi sa dirmi che cos’è il medioevo?”. Non tanto per la domanda in sé, strana se rivolta da chi dovrebbe insegnartelo, ma per la risposta. Ci scervelliamo e qualcuno azzarda: “un’epoca storica”, “un periodo buio”, e altre risposte ugualmente banali e scorrette. Un collega però alza la mano e risponde correttamente: “Il medioevo è una convenzione”. Ed ecco che dopo anni e anni di studio della storia dalle elementari fino a quel giorno ho capito di non averci mai capito nulla. La storia è una convenzione. Tutto è una convenzione.

Perché questa storia personale? Mi ci ha fatto pensare la pubblicazione, da parte del Ministero dell’Istruzione e del Merito, delle Nuove indicazioni 2025. Scuola dell’infanzia e primo ciclo di istruzione (la prima bozza a marzo 2025 e la versione definitiva prima dell’inizio dell’anno scolastico). Il documento, approvato e firmato dal ministro Valditara, contiene le indicazioni generali per la definizione delle linee d’indirizzo dei nuovi curricula delle scuole dell’infanzia e delle scuole primarie. Oltre le indicazioni preliminari e generali pressoché ricevibili e condivisibili sull’insegnamento nelle sue caratteristiche fondanti e nelle finalità ultime, si giunge alla seconda parte del documento in cui si elencano, materia per materia, modalità d’insegnamento, finalità, programmi e competenze che lo studente deve acquisire. Come al solito si arriva alla storia, materia che più volte è stata al centro dell’attenzione dei rappresentanti di questo governo e più volte, causa dichiarazioni dello stesso Valditara, ha sollevato un dibattito molto acceso. Non è tanto l’accento spiccatamente nazionale che più volte viene messo in risalto all’interno di questa sezione (la cui stesura è stata da una commissione di storici guidati da, inevitabilmente, Ernesto Galli della Loggia). Sulla particolare affezione delle destre verso la storia e l’identità nazionale come fulcro dell’insegnamento, nelle scuole di ogni ordine e grado, si è già parlato e dibattuto. Non è mia intenzione dilungarmi su una polemica sterile fin dalla sua nascita. Mi sono concentrato invece su quelle espressioni che definiscono l’inaccettabilità di questo documento ministeriale per la concezione della storia che ne deriva e che, indirettamente, verrà instillata nelle giovani menti che la riceveranno nelle aule scolastiche. Da qui una riflessione, come precedentemente su questa rivista è già stato fatto parlando di filosofia, sulla metodologia di insegnamento della storia nelle scuole italiane. Come ci viene insegnata. Cosa ne pensiamo. Come la percepiamo. Cosa ci rimane della storia se non continuiamo a studiarla all’università.

L’incipit del capitolo dedicato alla storia è senza compromessi. Poche parole di fronte alle quali un laureato in Scienze Storiche come me rimane tanto incredulo da doverle leggere più volte, dubitando di non aver capito qualcosa, d’essersi perso un passaggio cruciale. La frase recita: “Solo l’Occidente conosce la storia”. Chiaro che la frase possa riferirsi alla tradizione tipicamente europea, solo più tardi definita occidentale, di percepirsi in senso storico cercando nel passato un senso e nel futuro un obiettivo; chiaro che possa riferirsi propriamente al metodo storiografico scientifico consolidatosi a partire dalla metà del XIX secolo; chiaro che si possa riferire ai dibattiti, alle diverse interpretazioni, alle infinite dispute e contese sul senso della storia, sul suo significato e sul suo progresso che particolarmente in questo continente hanno avuto luogo. Tuttavia, è altrettanto chiaro che sia questa una frase che cela e sottende un significato più profondo. Affermare che la conoscenza della storia sia monopolio occidentale è sintomo di manifesta protervia e superiorità morale e culturale, di chi si percepisce il solo depositario della conoscenza reale delle cose per come sono state e come sono. Al di fuori di questo continente e di questa tradizione: il vuoto, l’insipienza, l’ignoranza dei più basici principi gnoseologici e storici. Dopo decenni di trasformismo storiografico, di ridefinizione delle categorie che hanno abbandonato il loro carattere propriamente occidentale ed europeo, di scontri retorici sulla affermazione di una nuova concezione del mondo e quindi di una storia non più eurocentrica ma provincializzata, relativa, soggettiva, eccoci sbattuta in faccia la verità del ministro Valditara e del governo Meloni: l’Occidente conosce e impone, il resto del mondo ignora e subisce.

Il documento parte con il botto per poi scartare di lato adottando una visione crociana della storia. “La storia consiste nel pensare i fatti”, nella sua accezione più ampia che prevede una innumerevole serie di significati. Tra tutti quello di comprendere la storicità del vivere collettivo e individuale. È attraverso questo storicismo che “la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo”. Ennesima apologia della nostra superiorità morale, intellettuale e culturale. Come se non avessimo conosciuto, conquistato e modellato il mondo attraverso l’utilizzo della forza militare ed economica che l’un l’altra si sostengono e proteggono. Nessun senso storico della nostra esistenza terrena ci ha dotato della capacità e, soprattutto, della legittimità a diffondere in tutto il mondo il nostro stile di vita e di pensiero. Lo abbiamo fatto con i cannoni e i banchieri. Solo successivamente abbiamo espresso uno storicismo che giustificasse il nostro agire.

Un passaggio merita poi d’essere menzionato per intero. Per rispetto dell’impegno di chi lo ha ideato e di chi lo ha controfirmato.

Come ogni sapere umano pure la storia offre il destro di essere piegata al pregiudizio e alla discriminazione. Anche in questo modo nella cultura dell’Occidente la storia è divenuta, ed è restata fino ad oggi, l’arena per eccellenza dove post factum si affrontano il bene e il male variamente intesi. Dove rimane memoria delle imprese degli individui e dei popoli, e si compie in qualche modo il loro destino finale: una sorta di inappellabile tribunale dell’umanità. […] La storia si è sempre accompagnata anche a un giudizio morale su quanto era oggetto del suo racconto.

Diverse parole sopracitate sono inaccettabili quando si parla di storia e storiografia. 

Inaccettabile è il ricorso all’argomentazione per cui la storia e la sua conoscenza assumono una finalità e un significato morale. Nel passato, come nel presente, non esistono bene e male. Le categorie morali devono essere escluse dall’insegnamento e dall’apprendimento del procedere storico. Il passato e i suoi protagonisti, individui, idee, movimenti collettivi o istituzioni che siano, non sono incasellabili entro categorie che ci impediscono la reale e autentica comprensione dei fatti e delle loro conseguenze. Troppo spesso esse sono state utilizzate per definire quel che andasse studiato e approfondito e quel che invece andava dimenticato e oscurato, o ancora peggio demonizzato. L’utilizzo della morale nell’analisi storica preclude ogni strada che possa portare alla complessa e composita coscienza della realtà, o meglio, delle diverse interpretazioni storiografiche che questa realtà definiscono. 

Inaccettabili sono altre parole. In particolare il “destino finale” di individui e popoli giudicati da un tribunale la cui sovrana sanzione è “inappellabile”. Parole che trasmettono un senso di immutabilità, di fatalità e provvidenza che sono contrari ad ogni insegnamento che io abbia mai ricevuto sul senso e sulla metodologia storica. Gli eventi storici sono per natura, e deontologia: ingiudicabili, nel senso morale di cui sopra; e appellabili, nel senso che ogni storiografia contesta, modifica, eccepisce quella precedente: la storiografia è revisionismo. Nessun fatto storico, contrariamente al senso comune che della storia si è erroneamente diffuso, è immutabile e inappellabile. Questa è la miglior qualità della storia: la sua imprevedibilità. Ogni fatto conserva in sé stesso la possibilità d’essere osservato da numerose differenti prospettive. Ogni fatto viene compreso e conosciuto dalle lenti che sono in grado di osservarlo. Vedere un versante della montagna non significa che vediamo tutti i versanti e tutta la montagna. 

L’ultimo illuminante passaggio da evidenziare riguarda propriamente la metodologia da utilizzare nell’insegnamento della storia.

Anziché formare all’obiettivo, del tutto irrealistico, di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente magari alla luce delle diverse interpretazioni storiografiche, è consigliabile percorrere una via diversa. E cioè un insegnamento/apprendimento della storia che metta al centro la sua dimensione narrativa in quanto racconto delle vicende umane nel tempo.

La storia deve essere (in particolare per i bambini!) una bella favoletta, un racconto di fantasia e non un metodo di ricerca fondato sulla comprensione delle fonti, sulla loro lettura, interpretazione e valutazione critica (magari alla luce delle diverse interpretazioni storiografiche). Bisogna trasmetterle fin da subito le cose importanti: la storia non si fa sulla valutazione delle fonti. La si fa sul manuale, leggendo la pappetta inutile fatta di eventi che nulla significano se non vengono inseriti in una conoscenza radicata e profonda delle fonti su cui quell’interpretazione si è consolidata e giustificata. La si fa imparando la canonica periodizzazione delle grandi epoche storiche. Dalla nascita di Roma alla sua caduta, da qui alla conquista dell’America, e poi alla Rivoluzione francese e alla caduta del muro di Berlino. Quattro date e hai capito la storia del mondo che non è altro che una semplice narrazione di quel che è accaduto, e quel che è accaduto è quello, punto e basta. Ci penseranno poi al liceo a insegnarti la vera storia. Ma se arrivi alla Seconda Guerra mondiale sei molto fortunato. Non è importante su quali presupposti si fondi la metodologia, la ricerca e la conoscenza storica, noi te la insegniamo in un altro modo. Se sarai così fortunato da arrivare all’università (e così stolto da scegliere di studiare storia), solo allora capirai che la storia è tutt’altro. Scoprirai che si studia in modo diverso, scoprirai che è diversa da come te l’hanno sempre raccontata, nel contenuto e nella forma. Scoprirai che non è sempre uguale ma che è sempre diversa e non smette mai di stupire, di sorprendere. Scoprirai che tutto quel che è storia è una convenzione, un’invenzione posteriore ai fatti, che li inserisce in un racconto sempre modificabile (e da modificare).

Da qui alcune considerazioni su come il Ministro Valditara, in rappresentanza di tutto il governo, intenda l’insegnamento della storia e su come, nell’Italia che conosciamo, viene insegnata. La storia necessariamente deve essere uno strumento, il più utile, per comprendere il contesto in cui ci troviamo e, ancor di più, che esistono infiniti contesti differenti. È il più utile strumento per interiorizzare e applicare alla realtà il principio della relatività. Da anni chi mi chiede cosa studio reagisce tra l’inorridito e lo spaventato e se ne esce con la frase: “Vabbè almeno è quella!”. Intendono ovviamente che la storia è una sola, gli eventi sono quelli, le date non le puoi mica spostare. E come contraddirli? La conquista di una città, la pubblicazione di un libro, la decapitazione di un re e un matrimonio tra casate alleate sono fatti accaduti in un certo momento e in un dato luogo. Ma se per studiare la storia ci si potesse limitare a ricordarsi queste cose basterebbe un’ottima memoria e poco altro. Allora mi viene l’impulso di far capire, di dilungarmi in una spiegazione che consenta loro di cambiare la prospettiva sulla storia, sul cosa sia in realtà, sul cosa significhi studiarla davvero. Ma mi rendo conto, purtroppo, che forse spreco il mio tempo. Non perché non consideri i miei interlocutori degni o abbastanza intelligenti per capire, ma perché so che a loro difesa ci sono 13 anni di scuola pubblica che hanno consolidato una visione e una concezione ottusa e semplicistica della storia. Le indicazioni del ministro Valditara non fanno altro che perpetrare questo schema riduttivo e limitato. Chissà se nelle indicazioni generali al secondo ciclo aggiusterà il tiro. Anche se fosse, non sarà sufficiente per eliminare il danno creato dall’insegnamento di una storia così parziale, così morale, così incompleta nella definizione delle sue strutture portanti. Fin da subito viene insegnato ai bambini delle elementari che la storia la si studia sul manuale e che è quella che è. Non stupisce che il tiro non venga corretto alle scuole medie e superiori. Non stupisce che gli studenti rimangano sempre delusi, alla meglio, se covavano aspettative, e, al peggio, inorriditi e schifati dalla storia per come viene loro insegnata. Ma non c’è da biasimare nemmeno gli insegnanti. Spesso e volentieri gli insegnanti di storia sono costretti ad insegnare anche altro, e più frequentemente avviene il contrario, insegnanti di lettere e filosofia che sono costretti a insegnare la storia che è sempre stata loro indigesta e non possono che trasmetterla con i metodi distorti che a loro volta hanno imparato nel passato. Tutto questo per il grande peccato originale della scuola italiana: mantenere alcuni rimasugli dell’eredità della riforma gentiliana della scuola. L’esistenza della cattedra inscindibile di Storia e Filosofia pone la filosofia al di sopra della storia, che ne è ancella, subordinata e storpia discepola. Alla storia non sono concessi l’autonomia e il riconoscimento che merita. Questo perché la storia non ha un linguaggio proprio e quindi la possibilità d’intendersi autonoma.

Negli anni dell’università, se si frequenta il corso di laurea in storia, i residui di questa impostazione rimangono nei corsi generali della laurea triennale. È propriamente dalla magistrale che i professori iniziano a parlarti con insistenza della contemporaneità crociana della storia. Allora la storia non è più per come te l’hanno raccontata, cioè ricordarsi date eventi e personaggi, metterli in fila e discernere cause ed effetti. La storia non sono i fatti ma la loro interpretazione, il loro ricordo e la loro memoria, il loro racconto, il diverso modo in cui li si può intendere e li si può piegare a proprio piacimento, di come il passato sia fatto sì di eventi reali e concreti, ma che sia di fatto un’astrazione, un’invenzione che ogni volta viene modellata e rimodulata in base alle necessità. Questo è, lo dico da storico, la storia. Chi lo nega è in malafede e cerca di vendervi uno di quei sistemi storiografici inventati di cui sopra, facendolo però passare come assoluto, inevitabile, necessario, insostituibile. Il compito dello storico è quello di mantenersi a debita distanza da ognuno di questi, dall’avvertire le possibili influenze che esse possono avere sulla sua indagine, il più possibile imparziale ed equidistante dalle parti. Questo documento del ministero indica senza compromessi a chi appartiene la sovranità storiografica del mondo: al famigerato occidente di cui tutti parlano senza ben sapere a cosa si stiano riferendo.

Non sto auspicando che fin dalle elementari si dica ai bambini che tutto è costruito dall’uomo e che nulla è certo e senza fine e uguale per sempre e per tutti. Che si dica ai bambini: “guardate che è solo un trucco!”, sembra prematuro. Ma bisogna iniziare a trasmetterlo prima che si arrivi alla magistrale di Scienze Storiche: troppo pochi ci arrivano. In troppi rimangono intrappolati nella narrazione per cui la storia non è modificabile e serve per capire chi è buono e chi è cattivo, per esprimere giudizi inoppugnabili e definitivi su chi ha fatto questo e chi ha subito quest’altro. La storia rimane così un racconto fantastico, privo di fondamento perché privo di dibattito e contraddittorio. In questo modo la storia è percepita come noiosa (o odiosa), se si è stati così incapaci da farla passare come tale, mentre è invece divertente e infinitamente ricca di vita, nonostante parli di morti. Far capire che la storia per come l’abbiamo sempre imparata altro non è che la cosciente selezione di eventi e interpretazioni che giustificano e legittimano il mondo in cui viviamo, ma che non è l’unico modo in cui si può intendere il presente e la storia, dovrebbe essere la priorità degli insegnanti di storia. La scoperta rivoluzionaria che si compie studiando la storia, proprio venendo meno quel carattere d’immutabilità che ci hanno insegnato imprescindibile, risiede nella comprensione della libertà che la conoscenza storica ci dona quando rinunciamo alle narrazioni univoche della realtà.

Un erroneo insegnamento della storia non solo impedisce una sua effettiva comprensione, del suo contenuto, della sua forma e delle sue potenzialità, ma è anche è il primo modo che il potere utilizza per comunicare una certa idea del mondo trasmettendo l’idea di un’univoca e inappellabile storia, non più multiculturale ma occidentale, non più libera dalle costrizioni di una narrazione legittimante ma incastrata nella sua ragnatela. L’egemonia politica quindi culturale passa obbligatoriamente anche dalla creazione di programmi d’insegnamento che riflettano la prospettiva che il potere adotta sulla realtà passata per giustificare sé stesso nel presente e nell’azione politica futura. Questo documento ne è manifesta ed evidente dimostrazione. In un momento disordinato come quello attuale, dominato da guerre e conflitti senza fine, il governo italiano, che di questo mondo partecipa, e di cui ancora vuole goderne i frutti più privilegiati, non ha alcuna intenzione di perdere il posto che si è faticosamente conquistato con decenni di sudditanza e sovranità limitata. Allora compatta il fronte interno costruendo un’egemonia solida tramite la propaganda di guerra e la legittimazione dello status quo, culturalmente superiore, dell’occidente di cui fa parte. 

Le indicazioni generali riportate su questo documento non possono essere ignorate, specialmente nelle parti che più esplicitamente definiscono il carattere superiore della cultura italiana, europea ed occidentale con l’evidente obiettivo di creare una narrazione politica della storia: univoca, esclusiva, retriva, egemonica e mendace. La scuola non è esente, ma ha un ruolo centrale nella definizione di un’idea di Italia e di occidente che corrispondano alle necessità della fine dell’era americana. Ed è per questo che il governo italiano attribuisce una particolare importanza all’apprendimento di un passato che le permetta di piegare, quando le sarà più necessario, la volontà altrui alla propria.