“Si dirà che ciò che ogni singolo può cambiare è ben poco, in rapporto alle sue forze. Ciò che è vero fino a un certo punto. Poiché il singolo può associarsi con tutti quelli che vogliono lo stesso cambiamento e, se questo cambiamento è razionale, il singolo può moltiplicarsi per un numero imponente di volte e ottenere un cambiamento ben più radicale di quello che a prima vista può sembrare possibile”.
Antonio Gramsci, Introduzione allo studio della filosofia. Che cosa è l’uomo?, Quaderno 10 (XXXIII) § 54, in Quaderni dal carcere del carcere, vol. 2, Valentino Gerratana (a cura di), Einaudi, Torino, 1975, p. 1346
Con queste parole, in un passo dei Quaderni, Gramsci parlava della capacità dell’uomo che agisce secondo la filosofia della praxis e delle sue capacità di cambiare il mondo. Per Gramsci era possibile modificare l’ordine delle cose esistenti solo agendo in masse che perseguono un telos comune. Abbiamo pensato ad alcune armi che possono essere e che sono già state utilizzate collettivamente per raddrizzare le storture della realtà e plasmarla razionalizzandola. Inizialmente, questo articolo voleva discutere di due fenomeni: quello del sabotaggio e quello della diserzione. Abbiamo deciso di concentrarci solo sul primo: l’articolo prenderà una struttura bipartita, rifacendosi alle due motivazioni che ci hanno portato a compiere questa scelta e tralasciando la diserzione per focalizzarsi sul sabotaggio come arma della filosofia della praxis ossia della filosofia negativa.
Come provare, da piccole mosche inermi in un ecosistema di bestie feroci, a fermare, rallentare o anche solo scalfire l’attività bellica degli Stati nel conflitto internazionale odierno? Sin dai primi anni duemila il movimento no-global fu artefice di campagne di boicottaggio nei confronti di prodotti e di aziende che finanziavano la guerra. Se è ormai buona abitudine diffusa per un certo strato della popolazione evitare Mc Donald’s e simili, non è possibile districarsi completamente dall’immensa quantità di marchi che oggigiorno finanziano guerre in tutto il mondo. Il “boicottaggio da supermercato”, se non viene inteso in una più ampia emancipazione dalla catena di produzione, è fine a se stesso e purtroppo sterile. Fa eccezione il caso in cui il fenomeno supera le aspettative e prenda una dimensione fino a quel momento inimmaginabile come è successo lo scorso anno in Turchia con il boicottaggio di KFC e Pizza Hut che sono stati costretti a chiudere svariate sedi per mancanza di clientela.
Qui però vogliamo prendere in esame un boicottaggio più efficace e dirompente, quello che vede degli attivisti entrare direttamente nei luoghi di fabbricazione delle armi o nei palazzi dell’esercito, per sabotare macchinari bellici o armamenti, in modo da distruggere concretamente gli strumenti di morte che le grandi fabbriche belliche producono.
Questo tipo di boicottaggio è solo un primo stadio della reale potenza distruttrice ed assieme creatrice di quest’arma. Esso infatti si limita a distruggere o bloccare temporaneamente un luogo di produzione di profitto, non è in grado di renderlo proprio, bensì si trova costretto a disfarsene subito dopo il concludersi dell’azione. Una seconda fase, anch’essa di blocco, è quella dello sciopero: in questo caso il lavoratore si ferma e, non agendo, causa un danno economico che, se generalizzato, può essere anche in grado di fermare un paese. Terzo momento, superiore, è quello in cui i lavoratori hanno appreso il funzionamento e le tecniche della riproduzione del capitale; avendole fatte proprie, essi sono in grado di paralizzare e danneggiare a tempo indefinito una sezione, una linea di produzione o anche addirittura un intero comparto industriale. È il caso, più raro, di lavoratori altamente specializzati che possono quindi prendere in mano le redini del processo produttivo ed interromperlo a proprio piacimento senza il rischio di essere sostituiti.
Nel primo caso rientrano le azioni che hanno portato Palestine Action ad essere messo al bando in Gran Bretagna con l’accusa di terrorismo. Il documentario che ne racconta le imprese è stato ormai oscurato per proteggere gli attivisti da ulteriori persecuzioni giudiziarie. Tutto è nato con una dozzina di ragazzi che hanno deciso di intraprendere una campagna di boicottaggio contro Elbit Systems, azienda produttrice di sistemi informatici e armi, nonché partner di Israele. Non solo, i componenti di Palestine Action hanno sanzionato svariate aziende che collaboravano con Elbit Systems o che ne erano clienti o gli fornivano servizi. Sono attivi dal 2022 e hanno compiuto un assalto alla fabbrica di Thales Uk, nel quartiere Govan di Glasgow, filiale della multinazionale francese specializzata in sistemi di difesa aerei. Essi hanno compiuto danni per oltre un miliardo di pounds, ottenendo inoltre il sostegno della popolazione locale mentre la polizia circondava la fabbrica per evacuarla. Una delle componenti del gruppo ancora in libertà si esprime così nella frase che fa da chiusura al documentario che narra le gesta del collettivo: “Penso che la Palestina sia sempre stata un punto di riferimento quando si parla di giustizia sociale e politica, ma quello a cui stiamo assistendo ora è un movimento che non è limitato ad un unico spazio, è ovunque, è istituzionale, è sistematico, è internazionale e penso che, al momento, non ci sia nulla di più potente: and there is no going back there’s only moving forward”. Questa forza, questa potenza e questa capillarità delle azioni intraprese in tutto il mondo a favore della liberazione del popolo palestinese ci aiuta a comprendere meglio le parole di Gramsci sulla possibilità di modificare l’esistente e razionalizzarlo quando si tratta di azioni di massa compiute da individui consapevoli e critici.
Come dicevamo, un’altra forma di boicottaggio è quella dello sciopero: i lavoratori incrociano le braccia e, non lavorando, agiscono formando un blocco che intacca il processo di produzione del capitale. È a tutti gli effetti una mancata azione che provoca un danno economico, come nella protesta ben riuscita di venerdì 3 ottobre: giornata di sciopero che ha causato una perdita pari all’8% del Pil su tutto il territorio italiano. Un altro caso della seconda forma di boicottaggio, quella della non-azione, è quello dei dockers di Fos-sur-Mer, porto commerciale di Marsiglia, che hanno fermato nella prima settimana di giugno tre containers di armamenti diretti ad Israele: dapprima si sono rifiutati di caricare delle parti di fucili automatici su un battello diretto ad Haifa e, successivamente, hanno bloccato le azioni di carico sulla nave di altri due container pieni di componenti di armi. Similmente hanno agito i camalli di Livorno: il 30 settembre la nave portacontainer Virginia della ditta israeliana Sim attraccava al terminal Darsena del maggiore porto toscano con la necessità di scaricare e caricare svariati moduli. Tra quelli da caricare ne erano stati individuati alcuni che sembravano portare delle armi, dalla misura di dieci piedi, allora il GAPL (Gruppo autonomo portuali di Livorno), assieme al sindacato di base Usb e successivamente alla CGIL, ha proclamato uno sciopero sino a data da definirsi. La minaccia di bloccare l’intero porto e le relative operazioni commerciali è stata di un’efficacia davvero inaudita: il prefetto ha avuto contatti con il capitano della nave Virginia e, di comune accordo, è stato deciso che partisse senza aver svolto le previste operazioni di imbarco e sbarco.
In merito al terzo stadio di boicottaggio esso implica la partecipazione di lavoratori altamente specializzati che fermano punti nevralgici della produzione, siano essi il collaudo, i software, l’elettricità o simili grazie alla tecnica di blocchi estesi seppur con pochi operatori coinvolti. Questo sciopero ha la particolarità di essere messo in atto da operai o lavoratori che hanno fatto proprie le innovazioni tecnologiche indispensabili alla produzione e non possono quindi essere sostituiti come avverrebbe con dei banali operai non specializzati. Hanno dalla loro parte questa sviluppata capacità lavorativa che gli permette di non subire alcun effetto da parte del processo di “continua costituzione di un esercito industriale di riserva o di una popolazione eccedente”. Questo processo, analizzato da Marx nella famosa sezione VII del primo libro del capitale, permette al padronato industriale di sostituire senza sforzo i lavoratori in sciopero o eversivi. Vogliamo citare a proposito due casi, uno meno recente ma più esteso ed uno invece dei giorni nostri relativo alla produzione di materiale bellico. Il primo riguarda lo sciopero della fabbrica di Mirafiori bloccata a più riprese negli anni Settanta. Compiuto da alcuni reparti tecnici che svolgevano azioni cruciali come, ad esempio, il montaggio di trasmissioni o collaudi finali, il che impediva di completare i veicoli facendo sì che si accumulassero migliaia di auto incomplete nei piazzali e bloccando così tutta la produzione a monte tramite un ingorgo a valle. Secondo caso è quello della fabbrica di armi Leonardo Aerostrutture di Grottaglie e altri siti, dove gli operai specializzati hanno bloccato la produzione delle sezioni fusoliera per il modello Boeing 787, intimoriti dalla diminuzione della domanda per questi aerei militari.Anche in questo caso, essendo quella delle fusoliere del settore aviatorio una filiera altamente specializzata, e grazie anche ad un’adesione integrale allo sciopero, i lavoratori hanno potuto ottenere le loro richieste di aumento delle condizioni salariali e rassicurazioni sulla non chiusura dello stabilimento.
II.
“Per la filosofia della praxis, l’essere non può essere disgiunto dal pensare, l’uomo dalla natura, l’attività dalla materia, il soggetto dall’oggetto; se si fa questo distacco si cade in una delle tante forme di religione o nell’astrazione senza senso […] Questa unificazione non è un atto speculativo ma un fatto storico: si realizza nella storia reale, attraverso l’attività umana collettiva, la prassi”.
Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere
“Il pensiero ‘corrisponde’ alla realtà solo se trasforma la realtà stessa comprendendone la sua struttura contraddittoria. […] La non accettazione, la rivolta, costituisce il processo del pensiero così come dell’azione”.
Herbert Marcuse, Ragione e Rivoluzione: Hegel e il sorgere della “teoria sociale”
Che cos’è questa storia reale di cui parla Gramsci? Cosa intende Marcuse quando dice che il pensiero corrisponde alla realtà solo se la trasforma dopo non averla accettata? Quali sono le azioni concrete, la prassi che possiamo agire per cambiare il mondo intorno a noi? Noi crediamo che il boicottaggio e lo sciopero possano essere uno strumento che può portare ad un cambiamento nel mondo esteriore, nella realtà che ci circonda. Secondo noi il sabotaggio nelle sue tre forme può costituire una via per far traballare l’economia di guerra: esso è un’arma potente, efficace e difficilmente contestabile per la sua chiarezza. Se l’economia è essenzialmente politica, allora procurare un danno economico diventa un atto politico.
Siamo realmente in grado di scalfire le basi di uno Stato che si misura e conferisce valore in base alla quantità di profitto accumulato? Quando lo Stato si autovaluta in base a dei principii economici, allora minare il profitto di uno Stato ed il suo prodotto interno lordo equivale ad indebolirlo. Per Gramsci economia e politica sono un tutt’uno, così anche come soggetto e oggetto e pensiero e azione. Questo punto della teoria marxiana sembra essere stato colto anche da Herbert Marcuse. Non sono presenti citazioni gramsciane esplicite nei testi del filosofo berlinese; eppure, sembrano esserci svariati punti di contatto tra i due. Lo strumento concettuale che Marcuse utilizza è quello di filosofia negativa: Marcuse usa questa parola in opposizione a quella di filosofia positiva, una filosofia, cioè, che si adegua allo status quo senza criticarlo e che ritiene che la scienza maestra (intesa hegelianamente come filosofia) debba funzionare come strumento per conoscere la verità e metterla in discussione. La filosofia negativa è definita perciò come una serrata critica al mondo ed al suo ordine capitalista e, a parere di Marcuse, il primo a svolgere e portare a compimento questo tipo di ragionamento filosofico sarebbe stato proprio Marx, seppure il concetto fosse già presente in Hegel e nella sua identificazione del soggetto come assoluta negatività. Gramsci, dal canto suo, sviluppa in innumerevoli e talvolta confusi passi dei suoi Quaderni il concetto di filosofia della praxis e questo concetto è anch’esso utilizzato per riferirsi alla filosofia di Marx. Punto di distacco o quantomeno di scollamento tra i due è il fatto che Gramsci dà estrema rilevanza al tema dell’egemonia culturale di un dato pensamento filosofico, mentre invece Marcuse si concentra perlopiù sull’alienazione e sull’abolizione della proprietà privata come strumento per giungere ad una società di liberi individui. Cosa che per Gramsci è invece possibile solo in concomitanza con una trasformazione dell’ideologia dominante attraverso azioni concrete ed assieme a nuove razionalizzazioni filosofiche della realtà. In sintesi, i due differiscono nella trattazione dell’argomento, nell’approfondimento di alcune tematiche e nella genealogia ma non nelle linee fondamentali di proposta politica: ossia quella di interpretare il mondo con cognizione di causa per cambiarlo radicalmente.
Non staremo qui a descrivere quanto la guerra e le crisi siano tecniche di riproduzione del capitale che consolida così il proprio potere e quello degli Stati: è cosa acclarata e nota sin dai tempi di Machiavelli. Ci teniamo qui a far notare come il periodo in cui viviamo sia un periodo di estrema irrequietezza, di crisi e pericolo imminente. Sembra che i governanti non si rendano conto di quanto salato sarebbe il conto da pagare per una Terza guerra mondiale, eppure, fanno di tutto per andarvici incontro senza mostrarsi minimamente titubanti. Sembra davvero impossibile che non se ne rendano conto; ma non ne furono capaci neanche i potenti di allora quando si stava entrando nella Prima guerra mondiale. Gramsci, in un famoso passaggio del Quaderno 3, parla della crisi di autorità: essa si manifesta quando la “classe dirigente” diventa mera “classe dominante” e detiene esclusivamente la pura forza coercitiva: “ciò appunto significa che le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano ecc.” Sono proprio questi i momenti di crisi peggiori in cui si verificano i “fenomeni morbosi più svariati”. Marcuse, invece, mette in relazione la storia dell’Urss e la continuità dello stato di guerra che l’ha attraversata dal momento della sua nascita con la Rivoluzione d’Ottobre fino alla Guerra Fredda, sottolineando come un paese in stato di guerra sia naturalmente portato a pacificare il fronte interno attraverso la repressione e l’accentramento autoritario viste le contingenze militari che lo interessano. L’urgenza diventa sconfiggere il nemico e chi non è parte della guerra totale contro il nemico, chi si discosta, chi pratica una filosofia della praxis o negativa che dir si voglia è da mettere subito alla berlina senza se e senza ma. Non c’è spazio per il dissenso in un paese in guerra, o sei con noi contro il nemico o sei un nemico anche tu.
Ci aspettano tempi duri cari lettori per cui state pronti: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.
Immagine di copertina di Marco Venturini