Piovre #3: La generazione dei balletti

Questa dovrebbe essere una rubrica di satira. Mi sforzo sempre di guardare le cose che succedono nel mondo con un’ottica divertente – e divertita – ma spesso fallisco. È che il mondo a volte sa essere veramente un posto orrendo. La verità è che le ultime due settimane sono state stranamente complicate per me – immagino anche per molte altre persone. Quindi scrivo questa cosa senza la pretesa di far ridere o di trovare un punto di vista originale. La scrivo e basta, senza pensarci troppo (mi scuseranno tutti i miei appassionati lettori, tutti e tredici, di cui comunque almeno sette sono io che rileggo l’articolo maniacalmente, per vedere se ho messo bene le virgole).

Spesso mi succede, quando capita una cosa che causa particolarmente scalpore nell’opinione pubblica, di pensare che nessuno ci capisca mai un cazzo delle cose. È un pensiero che accolgo nella mia testa con una giusta dose di contraddizione, perché convivo con questa realtà contrastante di egocentrismo tossico misto alla consapevolezza che comunque io non sono un cazzo. Però è così, mi succede di pensarlo, leggendo i giornali, guardando la televisione, parlando con le persone. I fatti delle ultime settimane mi hanno riportato all’interno di questa dinamica. In ogni caso, mi sembra assurdo che, all’interno del parlare politico della nostra società, ci si ritrovi sempre a dire le solite banalità. Non ne faccio una questione di posizioni ideologiche, credo realmente che si tratti di un problema di tutti, da qualsiasi parte provengano – e chiaramente anche mio.

Al di là di tutto quello di cui si è già ampiamente discusso, le manifestazioni, la copertura mediatica criminale della stampa circa la situazione del Sud, i cosiddetti “maranza” – termine, peraltro, carico di un certo odio razziale, come “negro”, ma che si continua a utilizzare abbastanza impunemente – sarebbe banale, a questo punto, mettersi a blaterare della destra, questa chimera, oramai capro espiatorio di tutti i mali contemporanei. Pratica che, devo dire, appartiene a una certa sinistra “compagna”, pallida e inconcludente, che, appena l’aria tira giusta, comincia ad abbaiare e ringhiare contro il fascista di turno.
Mi rendo conto che questa posizione sia di fatto controversa, ma trovo fondamentalmente illogica e controintuitiva la tipica reazione di sdegno nei confronti dei comportamenti della polizia. C’è ancora bisogno di stupirsi se trenta uomini enormi, corazzati, con gli scudi, i caschi e i manganelli si mettono a picchiare indistintamente i manifestanti – pacifici o no – durante i cortei? Capisco che il punto sia quello di denunciarne i soprusi – per non dire i reati – ma mi colpisce la facilità con la quale alcuni esponenti della suddetta sinistra si stupiscono del fatto che le forze dell’ordine utilizzino la violenza. Si chiamano forze dell’ordine proprio per questo, perché ti forzano all’ordine, un ordine che chiaramente ha deciso qualcun altro per te. Questo è quello che accade quando appalti a persone che hanno il quoziente intellettivo di un gibbone il monopolio della violenza. Parlo chiaramente per esperienza personale, ma la maggior parte delle persone che conosco che hanno partecipato a concorsi per entrare in polizia o in finanza o nell’arma erano le stesse che a scuola si masturbavano agli ultimi banchi dell’aula. E stranamente, quando questi soggetti scendono per strada, armati di tutto punto, manganellano invece che parlare. Pazzesco, fanno esattamente quello per cui sono stati addestrati.
Credo che la storia del nostro Paese ce lo abbia già tragicamente insegnato: lo Stato, quando può, ti ammazza, e poi si appunta al petto le stelline. Non serve mica distruggere la città, basta tenere in mano un estintore o spacciare il fumo. E credo che ai signori e alle signore che siedono nei palazzi di Roma, che siano di destra o di sinistra, convenga così. Lo Stato moderno non è Stato di diritto, è Stato di repressione. Quando la violenza è legalizzata, sta bene a tutti.

E poi le vetrine. Non c’è niente di strano circa il fatto che si faccia demonizzazione del vandalismo. Non mi aspetterei mai, né dall’attuale governo, né dal resto del Parlamento, né tantomeno dalla cittadinanza media, una lettura un po’ più sofisticata di quella che è stata fatta finora, che di sofisticato ha semmai la forma e nient’altro. Ci tengo comunque a dire che i vetri che sono stati rotti a Milano appartenevano, guarda un po’, a quei soggetti economici privati che sono parte attiva del malato gioco speculativo delle nostre realtà urbane, le stesse aziende che, pur fatturando miliardi, sottopongono i propri dipendenti a stipendi da fame, per le logiche dei dividendi apicali. Chi diceva, in questi giorni, che “se manifesti per i lavoratori, allora non distruggi i negozi” probabilmente non conosce il misero valore di una busta paga di chi lavora per Celine o per Foot Locker. All’appello non sono mancati chiaramente i sionisti McDonald’s, Burger King e Carrefour, per evidenti ragioni, e pure Feltrinelli, libreria spacciata per baluardo della cultura italiana, ma, in verità, l’ennesima realtà familistica fagocitatrice, che negli ultimi decenni ha monopolizzato l’editoria italiana, insieme a Mondadori.
Sia chiaro, io non penso che la gran parte di chi ha lanciato le pietre contro le suddette vetrine fosse consapevole di tutto questo, anzi. La cosa che più mi ha stupito di queste settimane è stato proprio l’abisso intellettuale percepito ascoltando le varie dichiarazioni dei manifestanti. Universitari che parlano come il segretario generale della NATO, di fianco a ragazzini talmente massificati, da aver perso qualsiasi forma di coscienza, sia politica che personale. Della serie: “Se non bruci la banca, sei un coglione”. Nel mezzo, il nulla. Il vuoto pneumatico. Questo dovrebbe farci riflettere sul fenomeno dell’erosione della classe media, che finora avevamo giudicato solo da un punto di vista economico, cetuale, ma evidentemente la cosa è sfociata anche nell’opinionismo e nella consapevolezza sociale e di classe.
Non fraintendetemi, non sto dicendo che chi non ha mai letto Marx sia un idiota, è semplicemente l’ennesima vittima di un sistema che marginalizza i corpi, e quindi le menti. Non a caso, i figli di seconda o terza generazione, respinti ai margini dei nostri tessuti sociali, vivono talmente al di fuori dalla realtà, che si convincono che la più grande aspirazione di vita sia calzare il nuovo paio di scarpe Nike, che costa più o meno un sesto dello stipendio dei loro genitori. Non che la prole italianissima viva contesti intellettivi tanto migliori, stuprata dal soft power mediatico e abbandonata alla tragica involuzione delle aura battle di alcuni quartieri romani.
Non che dalla classe intellettuale del nostro Paese sia arrivata la smentita di tutto ciò. Chiusi nei loro uffici polverosi, immersi nella carta e nell’inchiostro dei loro libri, gli intellettuali italiani si sono arroccati nella stessa tesi di sempre: “Le ragioni di milioni di manifestanti oscurate dalla violenza di pochi stupidi. Però vanno capiti”. Allora, facciamo a capirci: se uno compie un’azione, o è stupido, dunque è mosso dall’irrazionalità, o ha una ragione. Quindi, o sono stupidi o vanno capiti, una delle due. Ma non mi aspetto tale elasticità mentale da un branco di sessantenni e oltre, che da decenni monopolizza il dibattito pubblico nazionale con facce rugose e capelli bianchi, a sfavore della nostra generazione.
E poi dobbiamo sentirci fare la paternale dal figlio illegittimo del Duce. Viva il pluralismo.

Infine, il movimento. Non sono una di quelle persone aride – che per giunta fanno parte anche della redazione della nostra rivista – che pensano che manifestare sia inutile, in qualsiasi caso. Sarà che Sottosuolo è nata dai contesti della buona borghesia milanese. Comunque non sono di questo avviso, anzi, non nascondo una certa emotività ogni qual volta le strade e le piazze si riempiono di persone, di cartelli – e anche di sanpietrini. Manifestare ha un’unica ragione d’essere: sentirsi parte, mettere insieme le menti e i corpi e poi agire. E forse il problema è proprio questo: agire. La sinistra extraparlamentare, specialmente in Italia, da anni porta avanti una politica di consapevolezza. Parlare, in continuazione, di tutto, educare, senza però mai fare realmente. Ripartire dal dialogo, per non arrivare a un cazzo. Una posizione contemplativa, ennesimo sintomo della rottura del principio di rappresentanza politica, tipica degli ultimi anni.
L’anno prossimo, nuovamente, centinaia di migliaia di elettori regaleranno il proprio voto al primo offerente, in mancanza di alternativa, nella speranza di un ricambio generazionale, che temo non avverrà come speriamo. Come se poi questo possa di fatto cambiare qualcosa. Alla faccia della democrazia occidentale, che, invece di pensare ai bisogni di tutti, crea maggioranze monopolistiche per gli interessi di alcuni. La nostra è una democrazia monca sulla carta e inesistente nella pratica. È realmente una democrazia una democrazia che reprime come vuole qualsiasi sentimento di dissenso e standardizza le coscienze in maniera assolutistica? È realmente una democrazia una democrazia che si difende dietro il primato della legge, ma che non ha mai attuato pienamente la propria Costituzione? È realmente una democrazia una democrazia che smantella sistematicamente da trent’anni lo stato sociale? È realmente una democrazia una democrazia che ha gradualmente spostato la sovranità dal popolo ai mercati? La nostra è una democrazia di carta, quella che scarabocchiamo nel seggio con la matita una volta ogni due o tre anni, poi finisce là.
Alla crisi dell’identità strutturale della nostra cultura politica, la risposta di quei movimenti che, in realtà, sono ricchi di quelle singolarità valide che potrebbero organizzare forme di dissenso sistematiche, organizzate, partitiche, è: “Siamo acqua” o “Bruciamo tutto” – cambia in base al tasso di umidità, evidentemente. Cioè, in sostanza, annacquiamoci o inceneriamoci. E intanto si scende per strada, carichi di una consapevolezza sterile, costruita su internet e sui social. L’importante è mettersi a urlare, senza prendere una reale iniziativa, aspettando che i nostri rappresentanti, dall’alto dei loro interessi – che non sono i nostri – si rendano magicamente conto, mettendosi ad ascoltare servilmente tutto quello che abbiamo da chiedere, e che i capitali internazionali dirottino secoli di storia, smettendo di comprare le nostre politiche, spacciandocele per progresso. Noi nel frattempo rimaniamo mansueti, cullati da anni di pacifismo liberista, bloccati nelle difficoltà delle nostre vite, dei nostri sogni, delle nostre carriere, impegnati a ballare la techno e a bere gin tonic in piazza, per dimostrare la nostra consapevolezza dei problemi del mondo, dalla crisi climatica al genocidio palestinese – con uno sprezzante cattivo gusto, tipicamente occidentale.
Siamo la generazione dei balletti.