Zeinot #8: L’impero colpisce ancora

Premessa: solitamente la rubrica viene pubblicata il martedì, tuttavia il possibile scontro tra Iran e Stati Uniti che si prospetta in queste ore non lascia la possibilità di aspettare fino al giorno prestabilito.

Osservando il sistema internazionale contemporaneo possiamo notare come le velleità imperiali delle grandi potenze mondiali siano riemerse più forti che mai con un ritorno al concetto di sovranità e stato nazione. Le grandi civiltà, o imperi, del nostro sistema sono in subbuglio, tentando di creare delle nuove ed ermetiche sfere d’influenza. Dalla Russia in Eurasia, alla Cina e all’India in Estremo Oriente, passando dall’Iran, e persino la Turchia. Stati con secolari, se non millenarie, esperienze imperiali alle spalle, che cercano di emergere sempre più veementemente sul panorama internazionale. Da poco più di un anno noi italiani ed europei stiamo assistendo a nostre spese il nuovo portamento imperiale americano. Un Impero che non ha mai voluto definirsi tale, ma che più di ogni altro nella storia domina in lungo e in largo il nostro pianeta; un impero che vuole spezzare quelle voci che lo sottovalutano e lo definiscono in declino.

Nell’ultimo numero della rubrica ci eravamo lasciati con l’intervento americano nel conflitto tra Israele e Iran, terminato proprio in seguito all’intervento di Washington e il bombardamento dei principali centri nucleari della Repubblica Islamica. In questo lasso temporale così tanti avvenimenti si sono succeduti in ogni singola regione del mondo che sarebbe impossibile raccontarli tutti. L’evoluzione ed il mutamento del sistema internazionale rimangono un moto perenne che non lascia tregua, non lascia spazio a lunghi periodi di riflessione. E questi primi mesi del 2026 non sono stati da meno. Nascono nuovi scenari, mentre le partite strategiche già aperte non riescono a trovare una soluzione unanimemente accettata. 

Tuttavia, un catalizzatore in questo caotico processo di mutazione geopolitica lo possiamo indicare, colui che più di ogni altro si ritrova ad essere il fulcro della politica internazionale: Donald Trump. Tante, forse troppe volte è stato al centro della rubrica, ma non resta che accettarlo. La segretaria di stato di Bill Clinton, Madeleine Albright, definì gli Stati Uniti come “la nazione indispensabile”; uno stato che, benché si definisca isolazionista o in ritiro da diversi teatri strategici, non può esimersi dal giocare, direttamente o indirettamente, ogni singola partita geopolitica sulla faccia della terra. Proprio gli Stati Uniti hanno inaugurato questo 2026 flettendo i muscoli, lanciando un chiaro messaggio ai quattro angoli del globo. La cattura del presidente venezuelano Maduro, ora detenuto al Metropolitan Detention Center di Brooklyn, operazione strategico-militare pressoché perfetta, anche quando soppesata con la schiacciante differenza di potere tra Washington e Caracas, ha stupito un po’ tutti. Nei mesi precedenti abbiamo assistito alla concentrazione di forze e ad azioni nel mar dei Caraibi, nonostante ciò, un’operazione del genere difficilmente sarebbe stata immaginata. Una chiara è semplice dimostrazione di potenza, mascherata dalla necessità di porre fire al “narco-terrorismo” venezuelano.

Risulta chiaro come i principali motivi dell’intervento americano non possano essere quelli ufficialmente dichiarati. Washington ha deciso di lanciare un messaggio chiaro, una sorta di memorandum, all’emisfero occidentale in primis, e in secondo luogo al resto del mondo. Il primo avvertimento va ai paesi del continente sudamericano che “hanno scherzato troppo con il fuoco”. Il Venezuela era la preda più facile, quella su cui costruire un pretesto: il narcotraffico, nonostante sia stato evidenziato anche da diversi esperti – vedasi il procuratore di Napoli Nicola Gratteri – è uno dei paesi dell’America Latina meno coinvolti nelle tratte oceaniche del traffico di stupefacenti. Tuttavia, la storia mostra come la reale o presunta complicità di questi paesi sudamericani nel rifornimento di droghe negli USA non sia mai stato un vero fattore per la retaliation americana. Già nel secolo scorso, nel periodo di attività dei più famosi narcotrafficanti, che grazie alle serie TV – di produzione statunitense – abbiamo imparato a conoscere, i tentativi americani di fermare le operazioni erano limitati, con variazioni di coinvolgimento a seconda del comportamento di questi soggetti. Per dirla in parole povere, finchè si trattava di fare arrivare esclusivamente le sostanze sul territorio statunitense l’interesse era relativamente limitato. L’intervento diretto sul territorio di questi paesi è stato riservato solo in determinate circostanze, che se analizzate evidenziano un filo conduttore: la volontà di costoro di allontanarsi dalla condizione forzata di soggezione al dominio emisferico americano, ripudiando il controllo o peggio ancora, chiedendo la collaborazione di attori esterni alla regione.

Sappiamo bene che dal 1821 la dottrina Monroe è il fondamento della politica estera americana. Secondo Washington, negli ultimi anni troppi paesi dell’emisfero occidentale hanno permesso l’infiltrazione economica e politica cinese sul proprio territorio, e quando gli Stati Uniti dicono basta pretendono di essere accontentati. Per anni la Repubblica popolare ha aumentato costantemente gli investimenti in America Latina, acquisendo porti, finanziando infrastrutture e influenzando governi. Chiaramente tutto ciò non può essere tollerato nel giardino di casa di Washington. Dall’insediamento di Trump assistiamo ad una necessità di ristabilire la totale egemonia emisferica, come testimoniato dalla nuova National Security Strategy, che pone come primo obiettivo la sicurezza nazionale da ottenere prima di tutto controllando l’emisfero di pertinenza. La riacquisizione dei porti panamensi, i dazi intermittenti ai vari paesi dell’America latina e al Canada, arrivando anche alla questione della Groenlandia sono da leggere in questa prospettiva: “questo è il nostro giardino e voi non potete stare”. Il Venezuela è stato l’avvertimento di cosa comporta la crescente collaborazione con Cina e Russia. Let one know, and all know – letteralmente avvisato uno, avvisati tutti: la Colombia, che da qualche mese a questa parte ha aderito alla Belt and Road Initiative e cerca lo smarcamento da Washington in favore di Pechino; il Cile che ha da poco firmato un accordo con la Cina per creare la più lunga rete di cavi sottomarini oceanici del pianeta; il Perù e il Brasile, che stanno favorendo il progetto cinese di una ferrovia di 5000 km attraverso l’Amazzonia, ideale per facilitare l’esportazione delle risorse di cui Pechino ha costante bisogno, aggirando il rischioso canale di Panama; la Bolivia, con i suoi accordi con Russia e Cina per le riserve di litio nel paese; ma non solo loro: Ecuador, Messico, Cuba, insomma tutti sono stati avvisati. La fame di potenza e risorse degli Stati Uniti è tutt’altro che in declino e non deve essere sfidata, menchemeno in casa sua.

Il consolidamento dell’egemonia emisferica non sembra però attenuare l’interventismo americano anche in altre regioni, prima fra tutte, come assistiamo in questi giorni: il Medio Oriente. La concentrazione di forze intorno all’Iran è spaventosa: quasi il 35% dell’intera flotta americana, tra cui l’immensaUSS Gerald R.Ford, sarà posizionata tra il mar arabico, il golfo persico e il mediterraneo orientale per essere in strike range del territorio iraniano. Senza dimenticare le innumerevoli basi aeree che dall’Europa fino alla penisola arabica minacciano la Repubblica Islamica. L’obiettivo dichiarato: spingere l’Iran ad abbandonare ogni tipo di utilizzo del nucleare civile e militare. Tuttavia, ritengo difficile che il vero motivo possa essere questo. L’Iran viene da mesi complicatissimi: rivolte interne sedate nel sangue, una pessima dimostrazione di forza nei giorni del conflitto con Israele e Stati Uniti nel giugno scorso.

Mappa illustrativa del concentramento di forze americane in Medio Oriente

Con queste premesse pensare che Washington possa intervenire per la questione nucleare risulta veramente difficile. Gli Stati Uniti conoscono benissimo la situazione di crisi iraniana, e non mi stupirebbe pensare che la minaccia della violenza possa servire ad inserire nell’ipotetico accordo alcuni elementi volti fondamentalmente all’esclusione economico-politica cinese dal paese e ad una conseguente diminuzione dell’approvvigionamento energetico verso Pechino. La Cina rischierebbe ricadute importanti da un eventuale ribaltamento politico iraniano, e in questo fantasioso scenario potrebbe essere persino la Cina a chiedere all’Iran di siglare l’accordo con gli Stati Uniti pur di non perdere un alleato, dopo aver assistito alla caduta di Maduro. La domanda che serve porsi non è se Washington userà la forza per coercere Teheran, bensì, se in un simile scenario, Pechino manterrà ancora il suo immobilismo.