La talpa #6: Non avrai altro dio all’infuori di me

“E se non hai niente in cui credere

Non avrai niente che puoi perdere, sì, tranne te

Le mie incertezze, andate in cenere

Non voglio il mondo che tu mi vuoi vendere”

Qualcosa in cui credere, Marracash

Nella società di oggi vi è una latente ma riconoscibile tendenza al trascendente. Sempre più spesso sui social media, sui canali informativi tradizionali, nel dibattito politico e culturale si parla di religione, spiritualità e sacro. Di fronte a questo dibattito non bisogna porsi con l’atteggiamento e la postura dei critici oltranzisti. Illuministi mangiapreti che escludono ogni forma di trascendenza. Maschera dietro la quale si nascondono i più ferventi e nichilisti liberali. Di fronte a questo dilagante tentativo di appropriazione della simbologia cristiana e dei suoi temi, da papa Trump messianico e taumaturgico all’Anticristo di Thiel, la dimensione spirituale dell’esistenza non deve, proprio per l’interesse che suscita nei potenti della terra, essere considerata secondaria rispetto a quella logica, positivistica e immanente, ma deve godere della stessa considerazione.

Il rifiuto di ogni spiritualità trascendente ha caratterizzato, almeno in apparenza, l’età moderna di secolarizzazione, convincendo gli uomini di poter determinare una temporalità basata sulla razionalità e sulla politica slegata dal senso morale e religioso. Lo hanno fatto, i moderni, con senno di poi. Facendo parte di un partito di massa, con uno Stato solido alle spalle che garantisca esercito e burocrazia, di un’associazione umana composita, articolata, radicata in un territorio e in una realtà definita, si sono percepiti e sono stati soggetti del cambiamento che volevano si realizzasse. Oggi, nell’incertezza del futuro che verrà, incapaci di territorializzarci, atomizzati nella nostra solitudine e contemporaneamente cittadini globali interconnessi, siamo irrimediabilmente destinati a subire un destino scelto da altri. Quello che accade è al di fuori del nostro controllo. Ma siamo destinati ad essere vittime? O esiste una via d’uscita? Le laicissime culture politiche del secolarismo novecentesco si sono fatte fautrici, in realtà, di una religiosità alternativa: civile, laica, fascista e antifascista, comunista e nazista, proponendosi di ristabilire l’ordine andato in frantumi dopo la morte di Dio, fallendo però definitivamente a metà anni Settanta, soverchiate dal riflusso nel privato e dal credo della società dei costumi pienamente realizzata. Le conseguenze economiche della pace hanno avuto brevi effetti sulla società occidentale. Ben presto, con la crisi di Bretton-Woods e la fine del mondo bipolare della Guerra fredda, si è imposto un modello di spiritualità e di religiosità subordinato al nuovo modello economico tardocapitalista. La morte della religione antifascista è la pietra angolare su cui si è fondato il mondo di oggi, revisionista e individualista.

La ragione neoliberale della società post storica propone quindi una spiritualità fatta di animismo, fumi, credenze orientali e manifesting. È l’individualismo postmoderno che applica pratiche teologiche e spirituali che garantiscono la salvezza, vedi realizzazione, solamente dell’individuo come monade separata da tutti gli altri. Sono religioni individuali, basate sul culto di sé stessi, della propria migliore versione futuribile, aggiornata e finalmente slegata dalla contingenza dalla quale è ancora vincolata. La religione dell’efficienza e dell’abbandono d’ogni vincolo. 

In Italia e in tutto il mondo occidentale il rapporto con la religione e il sacro è sempre più stretto, in particolare nelle giovani generazioni. Lo dicono i numeri che, per quanto risicati, indicano l’uscita da una lunga stagione di stallo, aumentando in Francia (+20%), in Italia (89 a Milano solo l’ultimo anno) e nei Paesi Bassi, le conversioni di adulti al cattolicesimo. Che sia questo un modo per contravvenire alle incertezze del mondo attuale (vedi sentirsi meglio con la propria incapacità di incidere), darsi un orizzonte di speranza ultraterrena per vivere con serenità la propria sopravvivenza terrena (vedi premunirsi contro l’avvento dell’Apocalisse), venire a patti con le contraddizioni del mondo moderno (vedi delegare la scelta ad altri e deresponsabilizzarsi), dietro ognuna di queste motivazioni si cela, io credo, il desiderio più o meno inconsapevole di affidarsi a qualcosa di più grande di sé. D’altronde chi è disposto a pronunciarsi in favore dell’individuo oggi? Gli ultimi venticinque anni di crisi non ci hanno forse trasmesso un certo senso di impotenza? L’impossibilità di intervenire nella realtà ha costretto l’uomo ad un’esistenza da talpa dalla quale può risorgere solo con l’aiuto di uno strumento che lo riunisca attorno a qualcosa che vada al di là di sé stesso. Al nichilismo segue sempre una reazione opposta che cerca di ridare significato a ciò che lo ha perso. La religione, e più in generale il sacro, condividendo simboli e ritualità, ha questo preciso obiettivo. Le religioni secolari e civili di cui sopra, che hanno svolto questo ruolo parzialmente e inconsapevolmente, avendo loro perso l’afflato messianico e universalista che le animava, vengono accantonate, e a loro si preferisce una riscoperta delle religioni monoteistiche tradizionali, la cui forza e simbologia sono sempre a disposizione di chi ha bisogno di una fede. Tutto purché venga ridimensionata l’idea che il singolo possa determinarsi da sé. Sullo sfondo di questo discorso si aggira uno spettro che assilla gli uomini e la loro temporaneità: chi o che cosa detiene il potere di agire? Chi in sostanza è sovrano del proprio destino e possibilitato ad incidere sulla realtà? Riscoprire che l’uomo ha dei limiti e dei confini di azione, spaziali e temporali,  potrebbe paradossalmente  consentire di tornare ad agire nel contesto nel quale il potere dell’azione necessaria si sostituisce alla volontà dell’azione libera. Il tempo dell’io-sovrano liberale, onnipotente, proprietario della propria vita, sta terminando nel fragore del mondo globalizzato in fase di riordino. Ad esso si sostituirà il tempo delle dittature digitali, capillari e pervasive, con privilegiate bolle di libertà illusorie, oppure il tempo di una riscoperta appartenenza ad una causa comunitaria che liberi l’uomo dall’unico vincolo che lo trattiene, la paura della morte e della solitudine, a cui contravvenire solo con un discorso escatologico fondato sulla riqualificazione dell’azione condivisa e anti egoistica.

Questo è quel che la riscoperta da parte di molti giovani adulti della religione cattolica nasconde: la necessità di addentrarsi in quella dimensione trascendente e impersonale dell’umano che è stata svalutata dal credo neoliberale, il quale ha predicato una religione dell’individuo mentre in realtà lo ha diminuito, svilito, rimpicciolito. Non comprendere l’importanza e le potenzialità di questa tendenza allontana quella massa di giovani che stanno avvicinandosi alla religione cattolica e che ad essa si convertono, trovando nel suo verbo quello che la società attuale non sa loro offrire, quel linguaggio, quel vocabolario apostolico che predica il perdono, la misericordia, l’incontro, il dialogo, la comprensione reciproca e l’accettazione di sé stessi. Parole rivoluzionarie nella società dell’abbandono e dell’obsolescenza programmata, dello svincolo e dello scarto. E l’adesione alla religione cattolica, coadiuvata dall’estrema popolarità che papa Francesco e l’attuale si stanno guadagnando tra i giovani, non è da considerarsi un evento straordinario. L’inclinazione verso il trascendente, che comporta simultaneamente la diminuzione dell’uomo a oggetto della storia e del tempo, reale agente nella società solo quando accomunato ad altri uomini, e la postulazione di una dimensione trascendente dell’essere a cui la comunità umana debba ispirarsi, potrebbe essere lo strumento necessario nella definizione di una politica umana che non cede alla cieca ideologia e alla più arrendevole delle inerzie ma che produce una comunità in cui intenzione e azione convivono pacificamente in armonia, dispiegandosi concretamente nei corpi intermedi che la società post storica rifugge e denigra.

In una società europea che ritorna a parlare di guerra, riarmo, economia e algoritmi, i pontefici e la cultura cattolica sono gli unici che cercano di riportare l’umanità al centro del discorso politico, ristabilendo la dignità di quest’ultimo. Raccogliendo l’invito di Leone XIV nella Magnifica Humanitas: abbiamo, come ogni generazione, “il compito di dare forma al nostro tempo”. Tutt’altra storia sono invece i pastori protestanti che si assiepano attorno a Donald Trump nei primi giorni della guerra in Iran, il quale non a caso sta combattendo a distanza con Prevost, conservatore ma pop, per il primato dello statunitense più apprezzato. Ristabilire un contatto proficuo con la cultura cattolica permetterebbe di acquisire da un lato quel linguaggio della conciliazione, della convivenza e del compromesso che oggi sbiadisce nel panorama politico europeo e mondiale, dall’altro imparare a postulare una politica e una coscienza temporale condivisa che si ponga oltre la dimensione terrena immediata. Senza dover obbligatoriamente aderire al suo dogma, che in molti aspetti rimane conservatore, retrivo, troppo anti razionalistico, antimoderno e anti illuministico. Il ruolo della donna, il progresso umano, la partecipazione delle masse alla politica, sono concetti della modernità che la religione cattolica rifiuta, almeno nelle sue correnti più reazionarie. Eppure essa può aiutarci a comprendere che una certa dose di conservazione è ben più rivoluzionaria del finto progresso, finalizzato allo sviluppo tecnologico, all’onnipotenza del mercato e allo strapotere della moneta sull’iniziativa umana. Riportare al centro della politica l’uomo è la giusta intuizione che la Chiesa cerca di perorare con forza ormai da secoli. Reimparare alcuni concetti umani non deve però condannarci all’indolenza, alla passività, alla cieca accettazione della realtà. In essi bisogna ritrovare, ponendo al centro l’uomo, la volontà e la forza di contrastare le ingiustizie e le disuguaglianze. Attingere dal vocabolario della cristianità per rimpinguare un’azione politica laica e slegata dalla religione cattolica non è idea originale. Da essa bisogna rubarne simboli e parole aggregatrici per creare una religione civile che rifondi i motivi dell’appartenenza comune ad una causa più ampia persino dell’intera comunità che per essa si batte.

Non bisogna illudersi, quindi, che la trascendenza sia l’unica dimensione da recuperare, o che sia la dimensione ultima dell’esistenza. Continuiamo a camminare sui piedi. Il recupero del trascendente è finalizzato anche a ripristinare la dignità dell’immanente, che ora ritorna a convivere con il suo contrappunto spirituale, influenzandosi e limitandosi a vicenda. Una società babelica è destinata alla rovina. Una città che invece sappia costruirsi sull’unità nella diversità, rapportandosi con il trascendente accettando i limiti che esso impone, e riscoprire l’azione situata e contestuale della propria dimensione collettiva, può porre fine alla crescente disuguaglianza, alla mancanza di senso e alla catarsi distruttrice dell’inevitabilità del conflitto e della guerra. 

IFDR #24: Il sapore della vita in Abbas Kiarostami 

                                                                                             «[…] Ma nebuloso e tremulo dal pianto Che mi sorgea...