La talpa #7: Il disagio per la rappresentanza moderna

Per qualche ragione mi ero messo in testa di scrivere questo pezzo sulla riforma del sistema elettorale approvata alla Camera dieci giorni fa. Poi però ho pensato che forse non ho voglia di dedicare troppo tempo a questa legge, dato che, vista la velocità con cui si fanno riforme elettorali in Italia, se va bene verrà usata una o due volte, sempre che la Corte costituzionale non la rada al suolo prima. Così, la mia mente si è allontanata dal nuovo sistema elettorale e mi sono messo a riflettere sulla sovranità popolare, sulla rappresentanza, sul concetto moderno di democrazia, e su quello che queste idee significano per me oggi.

A livello teorico, la limitazione costituzionale del potere sovrano è la chiave per definire e comprendere la democrazia moderna. Era così per Hans Kelsen. Il suo ragionamento parte dall’idea che, in un sistema parlamentare democratico, il principio di maggioranza serve ad assicurare la protezione delle minoranze, perché già presuppone la loro esistenza, e quindi il loro diritto a esistere. Questa protezione è garantita nella forma dei diritti fondamentali riconosciuti dalla costituzione, cioè da un accordo preliminare tra ogni potenziale maggioranza e ogni potenziale minoranza. Ma, affinché questo equilibrio possa funzionare, vale a dire affinché maggioranza e minoranza possano giungere a tale accordo e a convivere in base ad esso, è necessario che queste siano in grado di comprendersi reciprocamente. Ciò richiede una società culturalmente omogenea, soprattutto per quanto riguarda la lingua. Quindi, secondo Kelsen, il principio di maggioranza acquista pienamente significato soltanto all’interno di un corpo nazionale omogeneo, cioè all’interno dello Stato nazione così come è emerso dalla modernità. 

In effetti, l’aspirazione all’unificazione del corpo politico è centrale nella modernità politica, inizialmente come risposta alle guerre di religione del XVI e XVII secolo, che causarono la fine dell’ordine politico ereditato dal Medioevo. Questo periodo di guerre civili europee terminò con il Trattato di Westfalia del 1648, che inaugurò un nuovo ordine internazionale: un sistema nel quale gli Stati si riconoscevano reciprocamente come entità sovrane. Sul piano interno, per timore delle disgregazioni provocate dai conflitti religiosi nel corso di più di un secolo, l’obiettivo hobbesiano dello Stato moderno divenne dunque l’unificazione del corpo politico, allo scopo di impedire la possibilità della guerra civile.

Carl Schmitt ha interpretato questo processo attraverso la categoria di unità politica, data dalla distinzione amico nemico. Se il nemico politico è qualcuno con il quale ci si può scontrare fino al caso concreto della soppressione violenta, l’amico non può essere legittimamente combattuto con la forza. La modernità considera i sudditi, e in seguito i cittadini, dello Stato come un’unità politica pattizia: sono amici, cosicché i potenziali nemici si trovano esclusivamente al di fuori dei confini dello Stato. La guerra civile viene quindi impedita attraverso la neutralizzazione del politico, vale a dire mediante un divieto completo della violenza politica. Ciò significa che il potere sovrano dello Stato deve detenere il monopolio della violenza, esercitata esternamente attraverso l’esercito e internamente attraverso la polizia: poiché non può esserci spazio per un’ostilità interna, qualsiasi atto domestico di violenza politica viene ridotto a un crimine. Per questa ragione, tutti i conflitti tra gruppi o individui devono essere civili, nel senso che devono essere risolti attraverso gli strumenti del diritto. Questo é l’ordine concreto di cui il potere sovrano è garante. L’essenza del Sovrano moderno sta esattamente nella sua capacità di stabilire un ordine giuridico capace di neutralizzare la politica e impedire la guerra civile. Lo Stato è incentrato sul Sovrano, che è il solo rappresentante della moltitudine, tenendo così insieme il corpo politico. In questo senso, la sovranità coincide con lo Stato moderno stesso. Essa è la decisione originaria, quotidianamente rinnovata e mantenuta attraverso l’azione governativa, giudiziaria e amministrativa, che crea un ordine giuridico concreto, dove legalità e legittimità coincidono. 

Gianfranco Miglio diceva che lo Stato, così come è stato plasmato dalla modernità, è un’entità astratta che diventa concreta distanziandosi sempre più dal monarca che inizialmente incarna il Sovrano. Come configurazione concreta del potere, lo Stato moderno ha fin dalla sua nascita una forza inclusiva, dovuta alle proprie dinamiche di centralizzazione amministrativa e di neutralizzazione dei conflitti interni. Ne consegue che la democrazia moderna è semplicemente una forma della modernità politica, fondata sulla medesima concezione della sovranità. In pratica, consiste nella democratizzazione dello Stato così come è emerso dalle guerre di religione. Con la Rivoluzione francese, l’entità che detiene il potere sovrano viene spersonalizzata attraverso la decapitazione simbolica e materiale del re, mentre una parte del corpo politico, il popolo, che in precedenza ne costituiva soltanto una parte giuridicamente definita, si proclama intero, assume il controllo dell’unità politica e diventa la nazione sovrana. 

Nella teoria dello Stato della prima modernità, il diritto traeva la propria legittimità dalla capacità originaria di ordinamento propria dello Stato stesso. Al contrario, nella società premoderna, tale legittimità derivava dalla corrispondenza del diritto positivo con il diritto naturale. Concretamente, sia nella società premoderna che nello Stato assoluto della prima modernità, la rappresentanza negli organi intermedi avveniva, a seconda dell’assemblea considerata, per ceto sociale o per mestiere, e il mandato dei rappresentanti era vincolato. Ciò significa che potevano esprimersi soltanto su questioni molto specifiche e decidere, in un senso o nell’altro, in conformità all’indicazione ricevuta dai propri elettori. La democrazia moderna si discosta da questo modello e considera il rappresentante non come il portatore degli interessi di una specifica parte della società, ma come colui che rappresenta la volontà unitaria del sovrano, cioè del popolo.

L’impianto ideologico dei sistemi politici democratici ruota attorno a questo concetto di rappresentanza. Secondo Miglio, questa sovrastruttura è il risultato del tentativo della borghesia del XVIII e del XIX secolo di interpretare il rapporto di obbligazione politica come un contratto di scambio, riducendo il rappresentate a colui al quale viene affidato l’esercizio di una funzione. Ciò non implica che il rappresentante debba essere limitato nella sua azione rappresentativa, la quale è invece concepita come generale. La teoria democratica moderna è infatti incompatibile con il vincolo di mandato e adotta pertanto un sistema di mandato libero, nel quale, una volta eletto, il rappresentante può votare liberamente su qualsiasi proposta di legge, indipendentemente dagli interessi particolari di coloro che lo hanno eletto.

Pertanto, l’idea che nella democrazia moderna la sovranità appartenga al popolo significa che in esso risiede il potere costituente e che da esso deriva la legittimità della produzione legale parlamentare. In altre parole, il potere democratico è legittimato dalla volontà del concetto universale di popolo. Ma ciò implica che questo potere debba presentarsi come qualcosa di astratto e formale. Lo Stato legislativo parlamentare è un sistema politico nel quale il potere non è evidente, perché pretende di essere governato da norme impersonali. In altre parole, le leggi non governano, ma sono valide soltanto in quanto norme. Ciò significa che questa forma di Stato si realizza sempre attraverso la separazione tra la legge e la sua applicazione giuridica, tra il potere legislativo e quello esecutivo. In esso, la vita pubblica non è più caratterizzata da idee quali l’obbedienza, poiché vengono applicate soltanto norme impersonali e valide. In pratica, significa che la volontà del popolo sovrano consiste essenzialmente nel rappresentarsi come universale, vale a dire nell’eleggere i propri rappresentanti affinché agiscano attraverso la forma universale della legge.

Ora, se è chiaro che questa è una costruzione ideologica, la via che il Novecento ha preso per renderla concreta sono stati i partiti, intesi strutture politiche deputate a creare una dialettica sociale, che sono poi chiamati a ricomporre per via rappresentativa all’interno del quadro istituzionale. Devo dire che ultimamente in me la convinzione della possibilità di questa concretizzazione è venuta meno. Carlo Galli ha scritto già nel 2011 un libricino sul Disagio della democrazia, dove descrive questo sentimento come “uno spaesamento che rischia di essere costante e insuperabile, ma non produttivo”. Forse è per questo non sono riuscito a scrivere un pezzo sul nuovo sistema elettorale: mi sono reso conto che attualmente il mio interesse per il parlamentarismo italiano è bassino. Sai com’è, visto che io e i miei coetanei non contiamo nulla a livello politico e demografico, è normale che io stia avvertendo un po’ di scollamento sociale. Non solo io. Quello che voglio dire è che l’inverno demografico che stiamo vivendo dà un peso peso politico sempre minore alle esigenze dei giovani adulti, le cui rivendicazioni politiche non sono certo le stesse degli ultracinquantenni. É fisiologico. Non avendo peso numerico, la popolazione più giovane viene progressivamente marginalizzata nelle scelte di governo, e con essa le sue necessità. Questa mancanza di prospettive economiche e morali per la fascia più giovane della popolazione mina la coesione sociale. E se il legame che tiene unita la collettività si dissolve, il corpo politico rischia di disgregarsi.