Alle 2:30 di notte del 28 febbraio 2026, il presidente Donald Trump è apparso su Truth Social in un video di otto minuti. Dietro di lui, le bandiere americane. Davanti a lui, una dichiarazione di guerra che non chiamava tale, mentre in Iran, i missili stavano già cadendo.
Da quel momento, il Medio Oriente, ed il mondo intero, non è più lo stesso. Non perché le crisi siano nuove — la regione è in fiamme da decenni — ma perché questa volta la più grande potenza militare del mondo, congiuntamente al suo alleato più stretto, ha scelto di colpire direttamente il cuore di un regime da più di 90 milioni di persone, uccidendone la guida suprema, affondandone la marina e distruggendone le difese aeree. E lo ha fatto senza una dichiarazione di guerra formale al Congresso, senza un mandato ONU, e — secondo fonti del Pentagono riferite ai parlamentari in sessione riservata — senza prove concrete di un attacco iraniano imminente contro forze o interessi americani.
Per capire come si è arrivati all’escalation del 28 febbraio, bisogna tornare indietro di almeno due mesi. La spirale era prevedibile, quasi certamente programmata dagli apparati americani. Nel dicembre 2025 l’Iran era in gravi difficoltà interne: proteste di massa in oltre cento città, la più grande ondata di dissenso dalla Rivoluzione del 1979. Il rial in caduta libera, l’economia strangolata dalle sanzioni, le infrastrutture al collasso. Il regime di Khamenei aveva risposto con una violenta repressione, migliaia di arresti e migliaia di morti tra i manifestanti secondo le stime. Trump, il 13 gennaio 2026, aveva pubblicamente incoraggiato gli iraniani a «continuare a protestare» aggiungendo che «l’aiuto è in arrivo».
A gennaio, Trump annunciava l’invio di un’ armada nel Golfo — la portaerei USS Abraham Lincoln e altre unità navali — con una retorica di forza che lasciava poco spazio all’immaginazione. Il 6 febbraio si sono tenuti colloqui indiretti a Muscat mediati dall’Oman: un «buon inizio», dissero entrambe le parti, salvo che le distanze restavano abissali. Da una parte gli USA chiedevano zero arricchimento dell’uranio, la fine delle violenze contro i manifestanti iraniani e l’allentamento dei rapporti con i gruppi paramilitari nella regione; dall’altra l’Iran rivendicava il suo «diritto inalienabile» al programma nucleare, alla sua indipendenza e sovranità. Il 27 febbraio, la miccia: l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha annunciato l’impossibilità di verificare le reali condizioni del programma atomico iraniano, dichiarando che molto probabilmente importanti quantità di materiale fissile erano state nascoste dall’Iran all’indomani della “guerra dei 12 giorni” del giugno 2025. L’IAEA ha dichiarato di non poter garantire che il programma nucleare iraniano fosse «esclusivamente pacifico». Quella sera, il ministro degli Esteri dell’Oman aveva annunciato un «passo avanti» diplomatico, con Teheran dimostratasi disposta ad un accordo. Nonostante ciò, Trump ha comunque ordinato gli attacchi .
L’Operazione Epic Fury ha portato a centinaia di azioni combinate tra forze americane e israeliane in avanti. Gli obiettivi principali – le difese aeree iraniane, i centri di comando e controllo, le basi dei Guardiani della Rivoluzione, le infrastrutture militari – hanno subito incessanti salve di bombardamenti, anche se gli incidenti non sono mancati – vedasi l’attacco alla scuola elementare di Minab. Il compound della Leadership House a Teheran è stato colpito nella prima ondata. Il mattino del 1° marzo, i media di stato iraniani hanno confermato ciò che i servizi di intelligence israeliani avevano fatto trapelare già da ore: l’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran dal 1989, era morto per le ferite riportate nei bombardamenti. Tra i morti confermati nella campagna di decapitazione portata avanti dalla coalizione israelo-statunitense anche il capo di stato maggiore, il capo dell’intelligence del comando di emergenza, il responsabile dell’ufficio militare di Khamenei, oltre a vari vertici della struttura politico-militare iraniana e membri della famiglia del defunto Ayatollah.
Tuttavia, l’Iran non ha accettato passivamente il suo destino, e ha invece risposto attivamente all’aggressione. Migliaia di missili balistici (da crociera in minor quantità) e droni kamikaze si sono abbattuti su Israele, sulle monarchie del Golfo, ree di ospitare basi americane, e su altre infrastrutture di Washington nella regione. Come espresso da diversi funzionari iraniani, il paese si prepara per questa eventualità pressochè dalla rivoluzione del ‘79; sapendo di essere inferiore sotto ogni punto di vista agli americani e rispondendo attraverso le più classiche tattiche di guerra asimmetrica, nella quale le parti più deboli utilizzano metodi non convenzionali – guerriglia, terrorismo, cyberattacchi o l’uso di droni – per colpire le vulnerabilità del nemico più potente e cercando di annullarne la superiorità.
Il 4 marzo, il Senato americano ha bocciato con 47 voti contro 53 la risoluzione che avrebbe imposto a Trump di ottenere l’autorizzazione del Congresso per continuare le operazioni militari. E’ invece di pochi giorni fa la notizia che il Senato ha confermato la possibilità di riprendere, nell’eventualità di un fallimento delle trattative, le operazioni in Iran da parte del presidente senza la necessità di approvazione da parte del Congresso. I poteri del presidente non prevedono espressamente la possibilità di entrare in guerra. Tuttavia, la prassi americana iniziata all’indomani della Seconda guerra mondiale vede una progressiva erosione del principio costituzionale che autorizza esclusivamente il Congresso a decidere per l’entrata in guerra. Se la legalità dell’azione militare rientra nei ranghi costituzionali americani, non si può dire che la stessa sia altrettanto giustificabile sul piano del diritto internazionale. Questa è una guerra legittima? La risposta, scomoda quanto necessaria, è che dipende a chi si chiede.
Sul piano del diritto internazionale non esiste alcuna giustificazione. Non c’è stata una dichiarazione di guerra formale, non c’è stato un mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, come fu durante la prima guerra del golfo, non c’è stata un’autorizzazione del Congresso americano nel senso tradizionale del War Powers Act. Nessun pericolo imminente per le basi e gli interessi americani nella regione era stato identificato. Eppure, l’operazione è stata portata avanti. Un’iniziativa dal forte sapore neocon, un preventive strike (colpire il nemico per fermare al principio ciò che in futuro potrebbe rappresentare una minaccia); dottrina che, al contrario del preemptive strike (ovvero attaccare il nemico quando esso rappresenta già una minaccia concreta), risulta difficile da legittimare sulla base del diritto internazionale. Questa tendenza all’ampliamento del concetto di sicurezza da parte americana nasce per l’appunto alla fine della guerra fredda, durante il momento unipolare che ha consentito agli americani di ampliare per l’appunto la gamma delle motivazioni di intervento con la National Security Strategy del 1999. Tuttavia, questa tendenza sembrava essersi arrestata dopo gli impantanamenti in vari teatri, Iraq e Afghanistan su tutti. Nonostante ciò, questa tendenza sembra riproporsi prepotentemente con questo intervento in Iran.
Sul piano della realpolitik, un Iran indebolito dalle proteste interne, privato dei suoi proxies, con un programma nucleare che avanzava nonostante i bombardamenti del giugno 2025, rappresentava, secondo alcune frange dell’establishment statunitense, un importante finestra di opportunità per giustificare un attacco verso il regime dell’Ayatollah. E Washington ha cercato la giustificazione necessaria ad attaccare. Trump è stato chiaro dal principio: noi bombardiamo finché lo riterremo necessario, ma starà al popolo iraniano fare il passo decisivo. Una exit strategy molto discutibile da parte statunitense, infatti ribaltare un regime rimasto al potere per quasi 50 anni si è dimostrato impossibile.
L’altro attore coinvolto nell’attacco è Israele. Non è mai stato un segreto che l’Iran fosse l’avversario principale dello stato ebraico nella regione, e la sistematica eliminazione dei proxies iraniani nella regione – Houthi, Hamas e Hezbollah – sia stata una strategia di prevenzione prima dello scontro con il leader di questi gruppi: la Repubblica Islamica. Gli attacchi mirati ai vertici, tra cui quello all’Ayatollah Khamenei, sono stati condotti dagli israeliani, come già era accaduto lo scorso giugno. Israele, al contrario di Washington, non sembrerebbe avere interesse per il cambio di regime in Iran, sapendo bene che un regime fondamentalista iraniano giustificherebbe future azioni militari nella regione. L’unica preoccupazione sarebbe il raggiungimento dell’arma atomica iraniana, unico vero repellente all’egemonia militare israeliana in Medio Oriente. Su questo punto tengo particolarmente a soffermarmi. Dall’inizio del conflitto, e persino dagli attacchi dello scorso giugno, l’argomento del possesso dell’arma atomica da parte iraniana è stato centrale. Non ho mai ascoltato o letto nessuno che ci dicesse una cosa fondamentale su questo argomento: avere l’arma atomica non corrisponde obbligatoriamente al suo utilizzo sfrenato ed ingiustificato. Uno stato che possiede l’arma atomica rimane un attore razionale che sa benissimo che essa rimane l’ultima spiaggia, un qualcosa da cui non si torna indietro. L’arma atomica è fondamentalmente uno strumento di protezione, ed è chiaro che a qualcuno nella regione questo non andrebbe bene, altrimenti la sua libertà di manovra sarebbe drasticamente ridimensionata.
Dal conflitto non ne sono sicuramente usciti bene nemmeno Russia e Cina, grandi alleati del regime iraniani, tuttavia incapaci di difenderlo effettivamente. La Russia ha reagito con la condanna verbale ormai rituale, aggiungendo però un dettaglio significativo: il Ministero degli Esteri di Mosca ha avvertito il 4 marzo che la centrale nucleare di Bushehr era «sotto minaccia» dai bombardamenti americano-israeliani, con esplosioni udibili vicino al suo perimetro. Mosca si posiziona come custode della sicurezza nucleare globale, senza però impegnarsi militarmente. Il Trattato di Partenariato Strategico firmato a gennaio – vent’anni, nessuna clausola di mutua difesa – si è rivelata esattamente quello che era: carta. La Cina invece affronta una crisi economica immediata e concreta: le tariffe per il trasporto di petrolio dal Golfo verso Pechino sono incrementate drasticamente. Non va dimenticato il deliberato bombardamento israeliano del complesso di South Pars, il più grande giacimento di gas mondiale, gestito congiuntamente da Iran e Qatar, dal quale formalmente la Cina ha abbandonato la sua partecipazione dopo le sanzioni statunitensi del 2019, ma che in realtà rappresenta un importante investimento di Pechino nella regione. Nel 2025 dallo Stretto di Hormuz ha transitato circa il 50% della fornitura cinese di gas, petrolio e derivati. Pechino ha condannato gli attacchi, ha ribadito il rispetto della sovranità iraniana, e sta cercando di proteggere le proprie forniture energetiche attraverso canali alternativi; se per un verso il “suicidio” reputazionale americano rappresenta un tesoro immenso per la Cina, per un altro si può notare come la passività cinese possa risultare a tratti snervante per i suoi partner più stretti. Gli eventi di questo 2026, partendo dal distacco forzato con il Venezuela fino alla crisi iraniana, lasciano trapelare per lo più l’immobilismo e l’incapacità cinese di difendere i propri interessi vitali nel mondo. La strategia cinese potrebbe essere riassunta nelle parole di Napoleone: non interrompere mai il tuo nemico mentre commette un errore. Attenzione però che il nemico non può sbagliare all’infinito.
Mentre scriviamo, la guerra è in pausa, almeno fino al 21 di aprile. Nonostante ciò, le azioni militari non sembrano comunque fermarsi nella regione. Israele non ha mai smesso di combattere in Libano, contesto dove ormai sembra evidente la volontà di Tel Aviv di eliminare Hezbollah una volta per tutte, almeno come attore militare, e nel frattempo ha occupato il sud del paese sino al fiume Litani. Anche gli Stati Uniti, pur avendo cessato le operazioni aeree verso l’Iran, come mostrano i principali strumenti di tracciamento aereo disponibili, continuano ad accumulare ed organizzare mezzi militari nella regione per un’eventuale ripresa del conflitto.
Giungere a delle conclusioni in questo momento in cui la guerra è ancora in stallo risulta complicato, soprattutto perché il modo in cui è stato portato avanti questo conflitto non risulta coerente con la strategia americana di lunga durata: evitare la bipolarizzazione (o addirittura tri-polarizzazione) del sistema internazionale mantenendo un distacco importante in termini di potenza con i competitor. L’Iran si trova sicuramente in una posizione centrale nello scacchiere geopolitico mondiale: un asset fondamentale per l’asse russo-cinese per motivi diversi, geografia e risorse su tutto. La Cina certamente soffre profondamente la volatilità della domanda di petrolio e l’instabilità dei mercati regionali, d’altronde come tutta l’Asia e non solo. Ciononostante, questi temporanei vantaggi americani non sono sufficienti per giustificare l’immensa perdita di prestigio e risorse militari subita da Washington in questo mese.