Supponiamo che uno spettatore immaginario, comodamente appollaiato sulla sua poltrona, una sera decida di godersi un bel film. Questo nostro spettatore, pensate un po’!, è particolarmente esigente, e desidera guardare un film che abbia delle caratteristiche molto specifiche. Ha un’incredibile voglia di vedere un road movie, ma allo stesso tempo anche un racconto di formazione non sarebbe male, perché il viaggio è intrigante, ma anche assistere alla crescita psicologica ed emotiva di un giovane personaggio è particolarmente affascinante. Inizia allora ad immaginarsi il ragazzo: magari uno studente impacciato, introverso, che pensa solo allo studio e non ha il coraggio di dichiararsi ad una ragazza! Certo, verso la fine del film potrebbe chiamarla per proporle un incontro, a testimonianza del suo cambiamento… Cambiamento che dovrebbe certamente arrivare grazie alla presenza di una o due figure di riferimento, che aiutino il giovane studente a conoscere la vita, a tuffarsi fra le onde improvvise del viaggio, mentori a loro modo smaliziati e ubriachi di vita. Non c’è dubbio, sarebbero proprio delle belle canaglie, ma benevole, e porterebbero avanti l’eterna gita di tappa in tappa con un «facciamo quest’ultima cosa e poi ti riaccompagno a casa!» a ogni giro di boa, e con la possibilità di dirsi addio ad ogni semaforo – diligentemente ignorato. E magari sullo sfondo l’Italia, con le sue contraddizioni, i suoi sorrisi tentatori e i suoi pasticci. A quel punto, dopo tutte queste fantasticherie – che immaginazione, il nostro spettatore! – potremmo piombargli in casa, a costo di spaventarlo, per fargli un enorme favore: rendergli noto che esistono non uno, ma ben due film che rispettano le sue dettagliate esigenze, e che, arrivato a questo punto, potrebbe vederli entrambi. Parliamo, ormai s’è capito, del Sorpasso di Dino Risi (1962) e de Le città di pianura di Francesco Sossai (2025). Dopo la doppia visione, suggerita da Sossai stesso, il nostro spettatore potrebbe tornare su queste righe, per approfondire certo i punti in comune, ma anche le importanti differenze che corrono fra le due pellicole, a partire dalla loro gestazione.
Partiamo, com’è giusto, dal Sorpasso. Inizio estate 1962; Dino Risi ha appena finito di girare La marcia su Roma, in estremo anticipo sulle tempistiche previste, tant’è che i contratti per attori e attrezzatura sono validi fino ad agosto compreso. Il lavoro appena concluso è stato estremamente soddisfacente ed il feeling fra Risi e Gassman (co-protagonista insieme a Tognazzi nella Marcia), è ottimo: non resta che fare un altro film. Risi si rimbocca le maniche e insieme a Scola e Maccari, in soli quattro giorni, trasforma un embrione di soggetto, Il giretto, nella sceneggiatura del Sorpasso. È tutto pronto, manca solo l’attore per il personaggio di Roberto, il giovane studente che Gassman, alias Bruno Cortona, trascinerà per mezza penisola, fra Roma e la Toscana; paradossalmente Risi ha già a disposizione la controfigura, dal fisico adatto al personaggio: giovane, esile, biondo. Bisogna trovare un attore che presenti queste caratteristiche fisiche, unite ad un temperamento mite e discreto. Dopo un colpo di telefono in Francia, accorre Jean-Louis Trintignant: si gira. Nasce così uno dei più grandi capolavori del cinema italiano, capostipite del genere del road movie e fenomeno di culto anche oltreoceano, tanto da diventare fonte d’ispirazione per il soggetto di Easy Rider di Dennis Hopper.
Le città di pianura nasce in maniera completamente diversa, con una genesi estremamente lenta e meditata. Sossai concepisce il soggetto sei anni prima dell’inizio delle riprese, anni durante i quali girovaga per il grande Veneto dimenticato – o meglio, ignorato – lasciando alla pellicola la libertà di prender vita a partire dai luoghi stessi, prima interiorizzati e poi “scritti”. Sono luoghi che Sossai conosce bene, calli e campagne fra le quali è cresciuto, che ha imparato ad amare e odiare, e che con questo film può insieme celebrare con tenerezza ed estinguere una volta per tutte da sé. D’altronde il film, fra le altre cose, è un personalissimo studio del paesaggio veneto, che non ignora le bellezze architettoniche – fondamentale ovviamente la Tomba Brion – ma che non dimentica ciò che vi cresce e deperisce attorno. L’affresco rinascimentale che Giulio commenta nella casa del conte rappresenta un Veneto ideale, sospeso fra montagna e laguna, che ignora le città di pianura della terra di mezzo: è proprio su queste città, sul Veneto abbandonato e trasandato, che si sofferma Sossai.
Se in Altri cannibali (il suo primo lungometraggio, del 2021) il bianco e nero si adeguava perfettamente al carattere del Veneto ed al dramma esistenziale che il film voleva rappresentare, nelle Città di pianura il colore diventa strumento fondamentale tanto quanto le forme, a loro volta decisive per il racconto visivo dell’architettura e delle sue implicazioni filosofiche. Il giovane Giulio ed i mentori Doriano e Carlobianchi volteggiano – o barcollano – fra le verdi campagne impregnate di una grana densa, pesante, al ritmo del lampeggiare rosso e pigro dei semafori. La nebbia sembra avvolgere tutto, forme, luci, voci e colori, dando al Veneto un’aria di grande città fantasma, e al viaggio una sorta di torpore angoscioso, che pian piano assume caratteri sempre più dolci. Forme, colori e rumori sono talvolta attutiti, talvolta invece capaci di emergere dall’appiattimento, tramite uno sguardo che non esalta né disprezza. Tutto questo è orrendamente meraviglioso, soprattutto per lo spettatore che conosce e vive la provincia (veneta e non) o per chi ha imparato a capirla tramite autori come Celati o Trevisan, fondamentali per lo stesso Sossai. Ma la provincia non è solamente il paesaggio; ci sono anche i lavoratori, il silenzio, l’assenza di stimoli, la birra bevuta nei bar in cui suonano Krano o i Laguna bollente, attori di una scena musicale viva e capace di raccontare perfettamente paure e identità venete.
Dalle Città di pianura emerge un’Italia ben diversa da quella del Sorpasso. È un’Italia spossata, delusa, distrutta dagli stessi italiani, come dice Carlobianchi al turista tedesco all’inizio del film. La crisi del 2008, alla quale si allude più volte nel film, è stata la stoccata finale, l’ultima di una lunga trafila iniziata già durante la fase del presunto benessere degli anni ’50 e ’60, rappresentata con estrema lucidità nel Sorpasso. Giulio, Doriano e Charlie White sembrano tre viaggiatori intenti ad esplorare le grandi città fantasma americane della corsa all’oro, abbandonate dai cercatori, fra saloon veneti semideserti e grandi praterie che trasudano bruma. Doriano e Carlobianchi sono tra i pochi superstiti di quei vecchi sognatori, ancora all’inseguimento della venuzza d’oro, sempre brillante, sempre un miraggio, ma ormai liquida: l’ultima birra. Perché il Veneto non è l’America, il sogno ameritaliano era già morto sulla Lancia, insieme a Roberto, nel film di Risi, e l’ultima bevuta può fungere solamente da anestetico. Quel bere così identitario e necessario diventa allora consolazione, pretesto per stare insieme, per abbandonarsi compassionevolmente a battute, qualunquismi e sentenze sul senso della vita. Tutto questo si ritrova nelle parole di Carlobianchi al padre, che lo rimbrotta dopo l’infinita notte con Doriano e Giulio: «Siamo troppo vecchi per crescere».
Le speranze della generazione dei due mentori di Giulio erano figlie di un’Italia esaltata, quella del boom economico, quella del Sorpasso. Ma già nel film di Risi troviamo sia le luci che le ombre del presunto progresso, ed il contrasto fra esse, più o meno implicito per tutta la pellicola, esplode simbolicamente nel finale: all’apparente allegria sguaiata che domina fino all’ultimo sorpasso si oppone la tragicità della morte. I finali sono fondamentali sia in Risi che in Sossai, in maniera però opposta: se in Risi, come detto, la tragedia finale infrange l’atmosfera spensierata nella quale aveva calato lo spettatore, nelle Città di pianura troviamo un’atmosfera smorta, malinconica, che pian piano si addolcisce creando un dolceamaro che, soprattutto dopo il lieto fine, rimane addosso come miele. Da un lato troviamo la tragedia e dall’altro la speranza, da un lato la morte e dall’altro la vita, entrambe fondamentali per gettare una luce e dare un senso ultimo a tutto ciò che viene prima. In Sossai la scelta del lieto fine è affascinante anche per come gioca con le aspettative dello spettatore, soprattutto se quest’ultimo ha visto Il sorpasso e ricorda la morte di Roberto: l’incidente stradale è più volte suggerito con scene di guida notturne velocizzate e violente, in cui siamo buttati a capofitto fra le strade venete, con la macchina da presa che sembra guidata dalla mano ebbra di Carlobianchi, in realtà pigramente appoggiata sul volante.
Nel Sorpasso le zone buie del miracolo economico sono disseminate con discrezione, come fantocci inquietanti nascosti fra i gingilli del gran paese dei balocchi. Il fantoccio principale, quello nascosto meglio e allo stesso tempo posto costantemente davanti agli occhi dello spettatore, è lo stesso Bruno Cortona. Il personaggio di Gassman è infatti una maschera, tanto artefatta quanto spaventosamente verosimile, un’allegoria dell’Italia arrivista e affascinata dall’ideale del guadagno; un guadagno ed un benessere inseguiti con il paraocchi, come nella scena dell’incidente al quale assistono Bruno e Roberto: frigoriferi, tv, lavatrici – simboli luccicanti del miracolo economico – sono sparsi per strada, e Bruno si offre di acquistarli a poco per rivenderli, ignorando il cadavere dell’uomo morto nell’incidente. Il viaggio in macchina è esso stesso emblema dell’Italia del boom: è un viaggio senza destinazione, senza scopo, costellato da incontri effimeri, canzonette e fughe dalle proprie responsabilità. Risi rappresenta un’Italia che sembra vivere un eterno ferragosto, e che viaggia a bordo di una sportiva fiammeggiante, troppo rapida per soffermarsi sui problemi, fantasmi che la seguono in silenzio come ombre sull’asfalto bollente; un’Italia tutta impulsi, sogni vaghi e poi chissà. Certi fantasmi – inquinamento, alienazione, incomunicabilità – sono addirittura indirettamente ridicolizzati da Bruno con un’ironica frecciatina: «La solitudine, l’incomunicabilità, poi quell’altra cosa, quella che va de moda oggi… la… l’alienazione, come nei film di Antonioni. Hai visto L’eclisse? Io c’ho dormito, ‘na bella pennichella… Bel regista Antonioni!».
Certo, è facile guardare Il sorpasso e ridere quando bisogna ridere, e biasimare quando Bruno Cortona, diciamocelo!, esagera. Ma in fondo, nonostante tutto, i sogni di quell’Italia forse li abbiamo fatti anche noi, e forse, Cortona lo capiamo – o perlomeno lo riconosciamo. Risi questo lo sa. Il film inizia con la cinepresa che, dai sedili posteriori della Lancia, inquadra Gassman nello specchietto; niente è casuale: il terzo passeggero siamo noi spettatori, e per quanto possiamo crederci esentati, siamo coinvolti nel grande ritratto tragicomico dell’Italia del tempo. Nel film si potevano riconoscere i Bruno Cortona degli anni ’60, ma anche i Doriano e Carlobianchi delle Città di pianura, e forse anche Giulio, tutti inevitabilmente eredi di quell’Italia.
Tornando invece alla pellicola di Sossai, ciò che la rende estremamente potente è la capacità di tenere insieme numerose suggestioni, dal dramma della crisi economica alla tenera e squallida realtà di provincia, dalla parabola in positivo del film di formazione alla (tragicamente serena) accettazione del grigiore dell’esistenza. Giulio, alla fine del viaggio, impara due cose apparentemente opposte ma complementari: la necessità dello slancio vitalistico – uno slancio ben diverso da quello del Sorpasso, che infatti porta alla morte del Roberto appena convertito alla vita – e l’urgenza della compassione per se stessi, per i propri fallimenti, per un’esistenza che ci fa spesso vittime. Un’accettazione che forse prima o poi toccherà a tutti, affettuosamente riuniti intorno all’ultima bevuta.