Il 20 maggio scorso, sui canali ufficiali di Itamar Ben Gvir, esce fuori un video: le immagini mostrano il trattamento riservato agli attivisti della Global Sumud Flotilla, rapiti in acque internazionali dalle forze militari israeliane e detenuti illegalmente nel porto di Ashdod. Si vede il ministro, scortato da alcuni militari, che si aggira tra gli attivisti, inginocchiati a terra e immobilizzati con delle fascette. Urla: «Welcome to Israel!», poi li insulta, li deride, li chiama “terroristi”, e alla fine aggredisce una donna, strattonandola per la testa. Nulla di nuovo, insomma, in effetti questo video non è poi così diverso da quelli pubblicati dallo stesso ministro in occasione delle altre missioni della Flotilla.
Quello che è cambiato è stata stranamente la reazione della politica internazionale e soprattutto quella dei rappresentanti del governo italiano.
Lo scorso settembre, la posizione della nostra presidente del Consiglio nei confronti della Flotilla era come minimo di scetticismo. In una dichiarazione rilasciata all’agenzia Vista, durante una conferenza stampa a New York, Meloni diceva: «Tutto questo è gratuito, pericoloso, irresponsabile […]. Non si può rischiare l’incolumità delle persone per fare iniziative che, diciamoci la verità, sembrano prevalentemente fatte non per consegnare gli aiuti, ma per creare problemi al governo». Le solite manie megalomani di protagonismo (o di persecuzione) della nostra premier. E non è che da settembre ad oggi – o comunque fino a qualche giorno fa – la posizione del governo sia cambiata poi troppo. A inizio mese, in un intervento durante la presentazione del libro Dalla parte delle divise, il presidente del Senato La Russa definiva le iniziative della Flotilla come «manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico. Se poi hai la fortuna che magari ti fermano per quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato, beh… È il massimo che puoi aspettarti e aspirare». Sai no, la classica “fortuna” di quando vieni rapito e torturato. D’altronde, quali sono le fortune della vita, se non trovare 50 euro per strada, vincere al superenalotto e essere arrestato, rinchiuso in una cella e bastonato per giorni da un gruppo di militari? So’ botte di culo, quelle, ti deve dire bene!
Comunque, è sicuro che, dopo i fatti della settimana scorsa, la postura del nostro governo è decisamente cambiata. In una nota congiunta di Meloni e Tajani della settimana scorsa, si legge: «Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono inaccettabili. È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona», posizione poi confermata dalle parole del ministro Crosetto, che in un’intervista ha dichiarato: «È una cosa di cui avrebbe dovuto vergognarsi e non sicuramente esaltarsi o sorridere […]. Noi non abbiamo l’abitudine di catturare nessuno illegalmente in acque internazionali e forse dovrebbe imparare qualcosa da noi, dal nostro modo di accogliere tutte le nazionalità». Ouch, la tocca piano Guido (anche se, vabbè, noi paghiamo i libici per uccidere i migranti nel Mediterraneo, però ok).
Comunque fa piacere sapere come la politica italiana solo adesso si sia accorta dei modi di Ben Gvir, come se i suoi comportamenti siano cambiati dal giorno alla notte.
Chi è Ben-Gvir? Itamar Ben Gvir nasce nel 1976 da una famiglia conservatrice di ebrei mizrahim (cioè quegli ebrei originari dei Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, quindi non ashkenaziti). Vive gli anni dei primi governi di destra del Paese, quelli di Menachem Begin, degli accordi di Camp David con l’Egitto, dell’occupazione di Gerusalemme Est e dei primi territori in Cisgiordania. Da subito milita in Kach, il partito di estrema destra del rabbino Meir Kahane, poi bandito nel ’94, dopo l’attentato nella moschea di al-Khalil (Hebron), a opera di uno dei suoi militanti più radicali, Baruch Goldstein (piccola digressione: Ben Gvir ha poi raccontato che, durante il primo appuntamento con quella che poi sarebbe diventata sua moglie, Ayala, invece di scegliere un buon ristorante, ha deciso di portare la poverina alla tomba di Goldstein… L’ultimo dei romantici). Nel 1995, durante le manifestazioni contro i trattati di pace di Oslo, il diciottenne Ben Gvir viene ripreso mentre mostra la placchetta metallica del logo della Cadillac del primo ministro Yitzhak Rabin, poi dichiara alle telecamere: «Siamo arrivati alla sua macchina, possiamo arrivare anche a lui». Poche settimane dopo, Rabin viene assassinato da Yigal Amir, estremista della destra radicale israeliana e compagno di militanza di Ben Gvir. A questo punto, l’esercito israeliano decide di non arruolarlo, per via delle sue posizioni decisamente troppo estremiste, quindi lui si dedica alla carriera universitaria: studia legge e diventa avvocato, con l’obiettivo di difendere in processo i coloni accusati di violenze contro i palestinesi, tra cui Amiram Ben-Uliel, che nel luglio 2015 aveva ucciso una famiglia palestinese (padre, madre e figlio di 18 mesi), dando fuoco alla loro abitazione. Nel 2019 diventa il leader di Otzma Yehudit (Potere ebraico), partito ortodosso ultranazionalista, di chiara ispirazione kahanista e nel 2022 viene nominato ministro della sicurezza nazionale.
Bel tipo, mi chiedo cosa ci sia tanto da stupirsi per uno come questo.
In ogni caso, non c’è comunque nulla di cui essere fieri dei comportamenti dei nostri politici, che hanno mancato per l’ennesima volta un’occasione per prendere le distanze da Israele. A parte che, dopo tre anni di genocidio, migliaia di morti, centinaia di migliaia di sfollati, feriti, amputati, bambini cecchinati in fronte o nei genitali, rovine, distruzione, fame e disperazione, il nostro governo di indigna per un tizio che urla e smanaccia? Ma siete matti? Al di là di questo, mi riferisco ad una precisa narrazione, che sta molto a cuore alla destra italiana, che la usa ogni volta che coscientemente evita di denunciare problemi sistemici: le “mele marce”. Quante volte, parlando di forze dell’ordine, manifestazioni violente, femminicidi – e altre questioni simili – si usano queste parole? Ecco, anche in questo caso, il punto di vista è lo stesso: il brutto e cattivo ministro estremista, che con la sua inaccettabile condotta mette in cattiva luce il governo democraticissimo del suo Paese. È la stessa narrazione che poi peraltro è stata utilizzata in questi giorni dalle istituzioni israeliane: il primo ministro Netanyahu ha definito il comportamento di Ben Gvir «non in linea con i valori e le norme israeliani» (poi comunque ci ha tenuto a specificare, come sempre, che «Israele ha tutto il diritto di impedire alle flotille provocatorie dei terroristi sostenitori di Hamas di entrare nelle nostre acque territoriali»); il ministro degli affari esteri Gideon Sa’ar – un altro peperino – ha condannato l’immagine di Israele che Ben Gvir mostra al pubblico (non i reati che ha commesso, ci mancherebbe), sostenendo che quello non sia il vero volto del Paese; anche il presidente Herzog ha parlato di «un processo terribile di imbestialimento» (lo stesso che mesi fa è stato immortalato mentre firmava i missili usati dall’Idf per bombardare Gaza, ma lui è un moderato d’altronde).
La verità è che Netanyahu, che fa parte del Likud, un partito teoricamente laico e di centro-destra, ha dovuto accogliere nella coalizione quei partiti ortodossi, religiosi, razzisti, ultranazionalisti e antiarabi, per garantirsi una maggioranza, seppur debole, e salvarsi il culo dalla magistratura per le accuse di corruzione, frode e abuso d’ufficio. E quindi ecco figure come Ben Gvir, Bezalel Smotrich, Avi Dichter o Michael Ben-Ari, che tengono per le palle il primo ministro e minacciano di far cadere il governo alla prima occasione utile, come peraltro è già successo nel 2023, quando questi personaggi hanno ricattato Netanyahu, che aveva pronti gli accordi di pace con Hamas per la restituzione degli ostaggi già poche settimane dopo il 7 ottobre. Ben Gvir – come lui anche gli altri – è semplicemente il risultato di questo processo politico, che ha portato la peggio feccia etnocratica e militarista nella Knesset. Non c’è da meravigliarsi, voglio dire, stiamo parlando dello stesso tizio che in parlamento porta una spilletta dorata a forma di cappio per promuovere la legge sulla pena di morte – stesso simbolo che poi ha fatto stampare sulla torta del suo 50esimo compleanno, il 6 maggio scorso –, è lo stesso ministro che ha stappato una bottiglia di spumante in parlamento quando poi quella legge è stata approvata.
Se Ben Gvir è una mela marcia, Israele è la strega cattiva. E noi siamo Biancaneve.