A me Giuli sta simpatico. Nel senso, piano, non mi ci andrei a fare una cena assieme, sia chiaro, devo dire che non digerisco bene se mentre mangio ho nelle orecchie sproloqui infiniti su divinità pagane e pratiche esoteriche. No, più tipo che se fosse un personaggio di un film penserei: “Ah però, guarda che bella caratterizzazione!”. L’avete visto quel video dove sta tipo in una grotta, a suonare il flauto di Pan? A un certo punto tira fuori un tarallo e attacca un missile sul tempo, la ciclicità della vita, l’uroboro…
Ecco, magari una cena no. Una canna…
Sono state settimane abbastanza movimentate per il Ministero della cultura, che come sempre si rivela essere il più instabile di tutti nell’attuale esecutivo – il che la dice lunga sul rapporto che il nostro governo ha con la cultura. La scorsa settimana sono saltate le teste di Elena Proietti, segretaria personale del ministro, e Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica del Mic, La prima è stata licenziata dopo aver appeso Giuli all’aeroporto, prima di una trasferta istituzionale a New York del mese scorso, senza avvertire né lui né lo staff, gesto che il ministro avrebbe interpretato come un segnale di disimpegno e questo avrebbe causato la rottura del rapporto di fiducia tra i due. C’è da dire che in un’intervista per Repubblica di qualche giorno fa, Proietti aveva negato il licenziamento – che invece era stato confermato da fonti vicine al Ministero – e ha commentato la sua condotta poco professionale affermando di aver avuto una colica renale. Situazione quantomeno losca, ma tipica delle dinamiche di questo governo, in cui le cose avvengono sempre in maniera poco trasparente, per evitare di mettere in imbarazzo la matrona. Roba diversa è il caso di Merlino, a cui viene imputato di avere avuto informazioni sulla vicenda dei finanziamenti pubblici negati per il documentario su Giulio Regeni, prima che la stampa ne venisse a conoscenza, e di non averle condivise con il ministro, che si è dovuto accollare lo scandalo e i giornali.
Ora, di per sé la notizia di due licenziamenti all’interno di un ministero non è esattamente sconvolgente, ma i due casi nascondono una bella pestata di merda: Proietti e Merlino, infatti, sono entrambi ben inseriti in Fratelli d’Italia, lei più in contesti locali – cioè in Umbria –, ma lui era proprio l’anello di congiunzione tra Giuli e Meloni, data la sua vicinanza al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Fazzolari, “braccio destro” – per così dire – della premier. Una brutta rottura, proprio nei giorni delle controversie di Venezia.
La presenza del padiglione della Russia alla Biennale di Venezia aveva causato una quantità infinita di polemiche già lo scorso mese e non solo l’opinione pubblica si era divisa in due, ma anche le istituzioni nazionali e soprattutto quelle europee avevano fatto quadrato, al punto che la Commissione europea ha revocato i fondi di sovvenzione destinati alla Biennale – un grande classico. La decisione era stata giustificata dal presidente di Fondazione Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, come «un pretesto per consentire il dialogo e agevolare il processo di pace attraverso l’arte» – e poi la marmotta che confeziona la cioccolata. Sarebbe stato il quinto anno di assenza della Russia dall’iniziativa, censura che è in atto anche in altri contesti – non solo quello della Biennale – dal 2022. La decisione però ha trovato controversie anche all’interno dell’organizzazione stessa, andando in contrasto con un’altra decisione presa, ovvero quella di estromettere la Russia dalla premiazione, pur partecipando regolarmente con il proprio padiglione. A questo punto, di fronte all’accusa di doppiopesismo emersa da alcune parti dell’opinione pubblica, la giuria ha deciso di estromettere dalla premiazione anche Israele, fondamentalmente per le stesse ragioni. Invece Qatar, Arabia Saudita, Siria, Cina, Turchia, Egitto, Marocco e Somalia tutti i premi che vogliono, i soliti stati amici democraticissimi – un grande classico pt.2. Questo ha causato la reazione non solo di alcuni esponenti della cultura israeliani, che hanno accusato la Biennale di antisemitismo – un grande classico pt.3 –, ma direttamente del ministro Giuli, che era già stato critico nei confronti della partecipazione della Russia e che ha preso le difese di Israele – un grande classico pt.4 –, tanto che nei padiglioni di Venezia il 30 aprile sono spuntati quattro ispettori del Ministero della cultura, con l’incarico di fare chiarezza sull’accaduto. T’immagini, a un ente 130ennale, autonomo per scelta proprio di Mussolini, commissariato dai meloniani? Non ci si capisce un cazzo in Italia, comunque eh… Di tutta risposta, la giuria della Biennale ha deciso di dimettersi. Dunque, a pochi giorni dall’apertura della rassegna – avvenuta lo scorso sabato – il povero Buttafuoco ha dovuto fare i conti con i vertici del governo, che evidentemente si aspettavano da lui un comportamento un po’ più servile – un grande classico pt.5 –, e ha annunciato che le premiazioni di quest’anno avverranno in maniera “popolare”, cioè saranno i visitatori stessi a decidere quale sarà il padiglione vincitore, entro la fine dell’esposizione, prevista per novembre. Hai visto, una cosa di sinistra!
Allora, questa questione che la cultura in Italia sia in mano alla sinistra è una cosa che non stupisce, nel senso, se poi la destra riserva ai propri intellettuali trattamenti del genere… Il bello è che Buttafuoco è lì proprio grazie a chi oggi è a Palazzo Chigi, che pensava forse di riuscire ad addomesticarlo in qualche modo. Di nuovo, non stupisce che altri intellettuali di destra, come Marcello Veneziani, Giordano Bruno Guerri o Franco Cardini, abbiano rifiutato qualsiasi tipo di coinvolgimento con gli affari di Stato dell’attuale legislatura. Oh, badate bene, io comunque credo che la Biennale sia un luogo gonfio di facce di cazzo e che proponga un’idea di cultura che rimane una roba da elitari bavosi, e pure quelli che ve ne prendono parte dall’altra parte – a “s i n i s t r a” – siano personaggi discutibili, che soffrono di un feroce onanismo e che fanno a gara di cazzolunghismo. Quindi, di base, se domani scoppia un incendio a Ca’ Giustinian… Però, non facciamo gli antipatici, la cultura è di tutti, anche di chi si sveglia la mattina e si appella all’Illuminismo – e si infila le scope nel culo.
Ad ogni modo, il 2 maggio il governo Meloni è ufficialmente diventato il secondo governo più longevo dell’età repubblicana di questo Paese. Certo che tra Delmastro, Piantedosi, Santanché, adesso pure Giuli.
Cade a pezzi, cazzo.