Piovre #31: Tele-Meloni Plus

A me dispiace che Berlusconi sia morto prima che i podcast diventassero le piattaforme mediatiche che sono adesso. Immaginatevelo: Silvio ospite in uno di quei podcast da maschi alpha, che trattano di trading online e imprenditoria freelance, a raccontare barzellette sessiste, a dispensare consigli su come fare i soldi con le mafie e a spiegare il funzionamento della pompetta per il cazzo.
Che sogno…
Ad ogni modo, a me già i talk politici in televisione stanno sul cazzo, li guardo giusto per farmi due risate e per sfogare tutto l’odio che la società mi impone di reprimere. Non sono grande fan dei podcast, devo ammettere, soprattutto da quando molti si sono convertiti alla politica e gli altri sono diventati sostanzialmente il MediaShopping di YouTube: marchette continue di libri, film, progetti e servizi online di miliardari – che sinceramente non capisco che bisogno hanno di farsi fare ulteriore pubblicità – zero contenuti, solo l’egocentrismo di gente improponibile, manca veramente Giorgio Mastrota che ti vende il nuovissimo pacchetto premium di quel cazzo di NordVPN, che dio santo è ovunque, sta conquistando il mondo!

Comunque, sono reduce dalla visione della puntata di Pulp Podcast con ospite Giorgia Meloni e, al di là del prodotto in sé, mi ha divertito la risposta mediatica della cosa. A parte la reazione di vecchi giornalisti bavosi, che demonizzano il lavoro di due – Fedez e Marra – che tecnicamente non sono giornalisti. Ma anche realtà un po’ più frizzanti, come YouTrend, che in un post Instagram di ieri ci ha fatto sapere che «a Pulp la parola più usata da Meloni è “diciamo”, usata 43 volte». Informazione di necessità direi nazionale, mi domando come mai non c’abbiano messo il segreto di Stato.
No, la questione è che il fatto che la politica abbia subodorato l’occasione di allargare il proprio elettorato, colonizzando anche gli spazi appartenenti a quella parte di società che della politica non gliene frega un cazzo è, non dico preoccupante, ma quantomeno meritevole di attenzione. Banalmente, l’ospitata che fece Trump da Joe Rogan e in altri podcast machisti statunitensi fu in qualche modo una bella trovata elettorale del suo staff, che evidentemente trovò una soluzione efficace al bisogno di intercettare una demografica specifica, ovvero quella dei giovani uomini, che verosimilmente usufruiscono di prodotti del genere. Come Trump, Meloni ha fatto la stessa cosa: apparire in piattaforme che, in primo luogo, gli esponenti delle opposizioni faticano ancora ad esplorare, tranne qualche eccezione (lo stesso Pulp ha ospitato Nicola Fratoianni e Carlo Calenda – anche se Calenda non so se intenderlo propriamente come un avversario politico di Meloni), ma che soprattutto sono prodotti consumati principalmente da un pubblico giovane, non interessato a determinati argomenti e probabilmente appartenente a quella categoria di cittadini che a votare non ci vanno. Questo è un particolare importantissimo, perché spiega in qualche modo la strategia mediatica di Meloni, che si rivolge al partito dell’astensionismo perché i sondaggi mostrano che una maggiore affluenza potrebbe aumentare la percentuale del Sì.

In ogni caso, l’intervista è stata di uno sterile “palpabile” – rimanendo in tema – soprattutto sulla questione referendum: nessuna opzione di contraddittorio, nessuna domanda sulla scelta dell’esecutivo di privare i fuorisede del voto nella città di residenza, nessun chiarimento sulle uscite sgangherate della Testa di Gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, è un plotone d’esecuzione», o del deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia: «Utilizzate anche il solito sistema clientelare».
Un’occasione decisamente mancata, ma si capisce perché: uno dei tratti caratteristici di Meloni è proprio il rapporto conflittuale che ha con la stampa, sicuramente non si sarebbe concessa a Pulp per farsi mettere alle strette con domande scomode, che avrebbero urtato la sua immagine di donna politica forte e autorevole; dall’altra parte, immagino che né Fedez né Marra avevano il desiderio di indisporre la presidente e rischiare di creare un incidente e probabilmente, con il timore di un dietrofront dello staff di Meloni – e di non poter capitalizzare l’opportunità concessa dalla premier, parliamoci chiaro – hanno decisamente addolcito il tenore dell’intervista. Poi l’hanno pure venduta come un momento di libero dialogo e dibattito costruttivo, ‘sti accattoni!
A questo punto mi viene da pensare che prenderà anche lei una percentuale editoriale sul ricavato del video…