Piovre #29: La simmetria anale di Pucci

Io ‘sta roba di Pucci ammetto che me l’ero persa. Non per posa, ma più che altro perché, ogni volta che leggo o sento o vedo qualcosa inerente a Sanremo, nel mio cervello avviene un ammutinamento generale di neuroni. In altre parole: non me ne frega un grandissimo cazzo. O meglio, me ne frega, ma nella misura in cui, nelle settimane a cavallo del Festival, la mia misantropia subisce un picco esponenziale e quindi mi sento più legittimato a odiare il prossimo. Perché alla fine io sono una persona tollerante. È anche il mio modo di aderire a degli standard culturali autoimposti, per i quali, per permettermi di rompere i coglioni ai miei amici su Israele, Stati Uniti e miliardari pedofili, devo per forza odiare il calcio, la carbonara, l’Inno di Mameli… Anche perché, ve lo immaginate uno che prima vi attacca un missile fatale sul capitalismo e poi se ne esce con la lista degli artisti in gara?
Pensandoci, forse la posa centra un po’…

In ogni caso, in Italia Sanremo è tipo la Quaresima: è un percorso lungo, duro, pieno di sofferenze e penitenza. Esistono molte analogie tra le due cose: profonda ritualità, rivelazioni ansiogene, vestiti tendenzialmente buffi… e basta, in effetti, ora che ci penso, solo ‘ste tre cose. Comunque, ogni anno arriva febbraio e comincia il pathos, con Carlo Conti che per settimane somministra sadicamente piccole informazioni sulla nuova edizione, con la sapienza del vecchio uomo di spettacolo – o dello psichiatra che prescrive il metadone ai tossici del SerT – e il Paese resta in astinenza, incaprettato davanti al televisore e al cellulare.
Ma non mancano le contestazioni. Quest’anno, infatti, pare che la questione sia stata più travagliata del solito. Il supplizio è cominciato quando, sui canali ufficiali di Conti, è stato pubblicato un video, in cui venivano presentati i co-conduttori di una delle serate, ed è uscito fuori il nome di Andrea Pucci. Il comico, a sua volta, ha ufficializzato la cosa su Instagram, con la compostezza che la faccenda richiedeva, postando sostanzialmente la foto del suo culo, con la scritta: «Sanremo… Sto arrivando». La percepite la sagacia del comico, l’irriverenza del satiro? Pucci è uno così, che non le manda a dire, uno senza peli sulla lingua – e pure sul culo, a quanto pare. Ora, se solo penso che, nel conteggio dei culi nudi visti in vita mia, che già è depauperato, c’è pure quello di un coso milanese di sessant’anni, viene voglia di lavarmi gli occhi con lo spirito.
Come ti sbagli, l’affare Pucci è diventato una questione di Stato: dopo le vagonate di merda ricevute sui social, per via del suo repertorio misogino, razzista e discriminatorio, il comico ha deciso di fare un passo indietro e rinunciare all’ingaggio. E ora che ci penso, evidentemente la foto su Instagram era un selfie. Una specifica similitudine tra la faccia e il culo di Pucci, una peculiare forma di simmetria anale.

Ora, sarebbe il caso di fare un ragionamento. Nella comicità anglosassone esiste un termine, punching down – letteralmente “colpire in basso” – che sta ad intendere tutte quelle battute intenzionalmente cattive, nei confronti di persone o categorie represse e discriminate, che magari fanno anche ridere, ma di fatto tengono in piedi un apparato ideologico retrogrado, fondato su pregiudizi novecenteschi, dal quale una buona parte degli esponenti della cultura vorrebbe emanciparsi. Il politicamente corretto, di fatto, serve a questo, a creare un contraddittorio, una cultura più responsabile e cosciente dei mutamenti della società. Qualcuno si chiederà dov’è che si traccia la linea, dov’è il limite, e probabilmente una risposta che possa mettere d’accordo tutti non esiste, anche se forse basterebbe essere più attenti a quello che determinati gruppi sociali quotidianamente ci chiedono. Stranamente, però, gli individui che sembrano più contrari a tutto ciò sono gli stessi che vorrebbero continuare a chiamare le donne “troie”, gli africani “negri” e le persone omosessuali “froci”. Quindi forse una linea da tracciare esiste. Non si tratta di censura, come la politica istituzionale vuole far passare, ma di un sistema di responsabilità, per cui si paga per ciò che si dice pubblicamente. Motivo per cui credo che Pucci abbia sbagliato a tirarsi indietro, sarebbe dovuto salire sul palco dell’Ariston e avrebbe dovuto affrontare le conseguenze della propria comicità.
Il problema forse è che, per alcune persone, tra manifestare il proprio pensiero e offendere qualcuno passa una differenza sottilissima. La libertà di espressione non significa dire quel cazzo che ti pare, ma è il dovere di riconoscere tutti, con i loro termini e le loro misure. Se le tue idee sono xenofobe, omofobe, transfobiche o misogine, quelle non sono idee, sono reati, ed è logico che tu venga boicottato per un evento che, tra le altre cose, è pagato comunque con i soldi dei contribuenti (scusate la reminiscenza grillina).

Detto questo, mi permetto di avanzare un dubbio: ma la “sinistra” in Italia perché si batte per Sanremo, che è tra le cose più conservatrici del Paese? Il festival che censura gli attivisti anti-genocidio, che non ammette digressioni politiche, satiriche, ideologiche. Non dovremmo semplicemente eliminarlo per sempre dal palinsesto nazionale?
Chiedo…