Le testate dei giornali negli ultimi mesi hanno avuto un protagonista indiscusso: gli Stati Uniti d’America e le sue ingerenze in fatto di politica estera. Non è opinione di pochi che tanto affannarsi sia il sintomo più evidente di un declino ormai innegabile: l’egemonia di cui il paese ha goduto dalla Caduta del Muro è messa in dubbio da un mondo ogni giorno più complesso e articolato. Una crisi tanto esterna quanto interna, che rende sempre meno credibile la narrazione tutta ottimismo e progresso che il paese ama raccontare, e raccontarsi, di sé, e che si riflette su innumerevoli piani, incluso, si capisce, quello culturale.
Il cinema, spesso arma prediletta al servizio della retorica dominante, ha già ampiamente dimostrato in passato – si pensi in maniera particolare al rapporto tra Nuova Hollywood e gli stravolgimenti politici degli anni Sessanta e Settanta – come nei momenti di tensione sappia trasformarsi nel critico più spietato, capace come nessun altro di sottolineare le contraddizioni della classe dirigente. Osservando i titoli statunitensi più apprezzati degli ultimi cinque anni non si può fare a meno di notare come tutti abbiano avuto una certa propensione a mostrare la profonda crisi del paese. A Nomadland (2020), sei candidature e tre statuette agli Oscar, potrebbe essere riconosciuto tranquillamente il primato di questa nuova scuola americana della crisi. Il racconto delicato di una perdente, che si rifiuta di impietosire, ma che, al contrario, si contrappone chiaramente all’ideale del self-made man a stelle e strisce. Nessuna traiettoria di redenzione finale per il personaggio di McDormand, ma la parabola deprimente di una donna nella periferia americana. Ugualmente insignificante è la prorompente disavventura di Mikey Madison, spogliarellista determinata a tutto pur di scalare i gradini di una società sfrontatamente ingiusta, pirotecnica protagonista del pluripremiato Anora (2024). Dello stesso anno il moderno kolossal The brutalist (2024), ineccepibile monito di come il marcio sopravviva anche alla luce dei capitoli più luminosi e ricchi di speranze della storia – come quel secondo dopoguerra nel quale impotente si muove László Tóth, fallito architetto di origine polacca, approdato negli USA con enormi speranze, ben presto polverizzate da una realtà violenta e volgare.
La critica del passato, è scontato dirlo, può essere un’arma utile all’analisi critica del presente, ma ugualmente efficaci si dimostrano le fughe in avanti verso il futuro: ecco che nello stesso anno fa tanto parlare di sé anche il distopico Civil War (2024), ritratto di un paese lacerato da una guerra interna, tanto improbabile quanto facilmente e spaventosamente immaginabile agli occhi dello spettatore d’oggi. Nell’ultimo anno da segnalare il terzetto Bugonia, Una battaglia dopo l’altra e Eddington, tutti e tre accolti caldamente dalla critica e impantanati nei gironi di un assurdo e inquietante complottismo postmoderno, dove la chiara verità e la giustizia, tanto invocate dai grandi della storia yankee, appaiono come favole infantili.
Spogliarelliste, disoccupate, terroristi: sono questi falliti di professione i nuovi protagonisti del cinema hollywoodiano. A questa Corte dei miracoli in salsa USA, l’inizio del 2026 aggiunge un nuovo e bizzarro elemento: Marty Mauser, ventenne ambizioso che lavora come commesso nella bottega di scarpe dello zio. Il ragazzo ha un sogno: diventare, grazie al ping-pong, un’icona di successo mondiale. Si fiuta già la complessità di tale proposito: se nel suo sport, è vero, non ha rivali – eccetto il misterioso giapponese Koto Endo – i suoi sogni di gloria devono far fronte all’irrilevanza quasi totale della disciplina nel mondo, e in particolar modo nel suo paese natale. A narrare la sua vicenda uno degli enfant prodige della scena hollywoodiana dell’ultimo decennio: Josh Safdie, ormai separatosi dal fratello Bennie, fresco del non fin troppo convincente Smashing machine (2025), al fianco del quale aveva confezionato due prodotti di rara potenza cinematografica come Good times (2017) e Uncut gems (2019). Si tratta in entrambi i casi delle catastrofiche parabole di due uomini incapaci di accettare la realtà della loro miseria, arrivando ad essere tragicamente ridicoli nella loro ostinazione, destinata a portarli verso un fallimento annunciato sin dall’inizio.
Di queste due opere, in Marty Supreme rimane la scelta di affidare il ruolo di protagonista a una grande presenza maschile: allo stralunato Pattinson e al grottesco Sandler segue un superlativo Timothée Chalamet. I tratti fanciulleschi dell’attore di Chiamami col tuo nome sono qui esasperati al limite della ripugnanza, in modo da farlo apparire come una sorta di adolescente mal approdato all’età adulta: brufoli, peluria mal rasata e abiti goffamente larghi fanno a pugni, o meglio, a racchettate, con le smisurate ambizioni del protagonista, il quale non pare che credere alla certezza del suo successo: è una questione di tempo. Come nei due film precedentemente realizzati, Josh Safdie contrappone a tanta forza individuale un mondo che sembra andare con altrettanta convinzione contro questa enorme fiducia. Ma più aumentano i fallimenti, più i protagonisti safdiani appaiono determinati a credere in se stessi, diretti verso un muro che appare ben in vista a tutti salvo che a loro. Lo spettatore non può che restare in ostaggio di uno stato di tensione per tutta la durata dei film, incalzato dal ritmo e dall’intensità della narrazione.
Mauser gioca sulla linea sottile tra il visionario e l’idiota, riuscendo alle volte a convincere il malcapitato di turno ad imbarcarsi nella sua impresa. Ma la verità è che l’assurdità del suo proposito, confermata dai continui e catastrofici fallimenti, non gli lascia che la sua fiducia in se stesso, di nuovo, non chiaramente identificabile come idiozia o visionarietà. Il giovane newyorkese si crea una narrazione a cui non è disposto a rinunciare: ne va della sua intera esistenza. Una vita comune, sembra dire, lui non la potrebbe vivere. Allora ecco che ogni piccola o grande malefatta è giustificabile di fronte all’imperativo della propria conservazione, anche a scapito di ferire, metaforicamente o fisicamente, gli unici malcapitati che gli si mostrano affezionatamente fedeli. Machiavellico e determinato, Marty non è affatto l’eroe da lieto fine che ci si potrebbe immaginare, e il regista si diverte a mettere lo spettatore in crisi durante il corso del film creando un personaggio a dir poco insopportabile. Ma il cinema di Safdie non conosce compromessi e tregue: ecco allora che quasi karmicamente l’odio verso l’infimo protagonista viene messo in dubbio da quel mondo assurdamente crudele di cui si parlava. Tanto da arrivare a non sperare più in alcun modo in una possibile redenzione del protagonista.
Al di là dell’amato e sadico gioco con cui il regista ama torturare il pubblico pagante, Chalamet incarna in maniera inequivocabile il paradosso di fondo dell’ideologia del suo paese d’origine. La redazione dei Cahiers du cinéma sembra concordare, scegliendo come copertina del numero di febbraio l’inquadratura che mostra il volto sorridente del protagonista a fianco della sua racchetta a stelle e strisce. Mauser è il prototipo dell’americano ideale, il trionfo della propaganda idealistica di cui è stato nutrito fin dalla culla, vittima e carnefice del suo spietato idealismo: parola d’ordine, primeggiare a ogni costo, senza voltarsi per fare il conto delle vittime. La cieca ambizione e l’ideale sono l’unico obiettivo, la giustificazione universale di ogni possibile bassezza morale e, soprattutto, sono contrari alla vita, propria e degli altri – anche intesa nella sua forma più terrena e biologica. Chiamando a sproposito in causa la dialettica platonica, infatti, a ben vedere gli unici due momenti di tregua dalla disastrosa sequela di fallimenti del protagonista sono quelli che più si allontanano dalla dimensione ideale, per ancorarsi alla fisicità dei protagonisti: ecco allora in apertura il successo della fecondazione, e la gioia della nascita del figlio nel finale. Momenti di sconvolgente banalità, volutamente esasperata dal sottofondo degli Alphaville in apertura e dal più classico dei pianti nella scena finale. Ma ecco che, forse, quella banalità si rivela la chiave per rompere l’incantesimo che imprigiona il protagonista e – volendo in suo onore azzardare un poco – perché no, una nazione: abbandonando una volta per tutte l’infantile pretesa di diventare i primi della classe e unendosi al coro dei pianti di bebè che accompagnano i titoli di coda.