Con un tempismo quanto mai perfetto, in questo inizio di aprile, esce nelle sale italiane Los domingos, diretto da Alauda Ruiz de Azúa, miglior film dell’ultima tornata del Premio Goya. Le celebrazioni pasquali appena concluse, ironia della sorte, fanno da cornice ideale per la tematica principale della narrazione: la fede. Siamo a Bilbao, in una famiglia della media borghesia spagnola, ancora ipocritamente attaccata a un’eredità cattolica ormai incancrenita. Ainara, una giovane diciassettenne come molte altre, rientra da una gita scolastica; la viene a recuperare in auto la zia Maite. Il soggiorno presso il convento di suore dove la classe ha passato una settimana le è piaciuto moltissimo, ma al rientro, apparentemente, nulla sembra cambiato nella sua quotidianità di adolescente. Oltre alle lunghe ore di lezione, alle relazioni amicali e amorose, alle prime adrenaliniche bevute, tuttavia, Ainara vive dentro di sé un conflitto che non pare toccare nessun altro dei suoi coetanei. Il soggiorno al monastero l’ha scossa non poco, piantando in lei un seme insidioso: quello della vocazione. L’annuncio ai parenti è un fulmine a ciel sereno, di cui, d’altronde, la giovane, con la sua tensione esitante, sembra essere preventivamente consapevole. Seguendo la ragazza si incontrano piano piano tutti i membri del piccolo universo borghese della sua famiglia. Un padre vedovo, cinico e, forse solo all’apparenza, disinteressato alla figlia maggiore, ma di certo scleroticamente legato al tradizionale ruolo di pater familias, che sente il dovere di incarnare in quanto uomo più anziano della casa. La sua eccessiva preoccupazione per le finanze familiari e i suoi vuoti appelli a un certo decoro fanno a pugni con la sessantottina riottosità della zia Maite, laica e pragmatica, all’apparenza – forse per virtù di sesso – sinceramente preoccupata per la scelta della nipote. Nei confronti di quest’ultima, d’altronde, sembra voler ricoprire il ruolo lasciato vacante dalla morte della madre, ruolo che pare assumere a stento nei confronti del proprio figlio, affidato spesso alle cure dell’ormai detestato marito.
A Ruiz de Azúa, chiaramente, non interessano le psicologie semplici e le modalità nettamente definite, e lungo tutto il corso della narrazione, in effetti, non è possibile distinguere chiaramente i «buoni» dai «cattivi». Lungi dall’essere una mancanza, la pellicola si nutre di questa ambiguità, sospendendo rosselinianamente il giudizio e lasciando spazio a tutte le possibili letture, anche quelle più distanti tra loro, fino all’incoerenza più totale. Un passo indietro calcolatamente voluto dalla regista, che rinuncia al ruolo di deus ex machina e lascia spazio alle individualità polivalenti dei personaggi, la cui Fede nei propri principi è fonte di tensione continua. Se il padre sembra in sostanza disinteressato, il vero contrasto si consuma tra il fervore anticlericale della zia Maite e la criptica riservatezza dell’entourage di preti e suore che circondano Ainara. E se l’insistenza del giovane e aitante prete con cui Ainara spesso si confida – si guardi bene, non casualmente ben più di quanto lo faccia con la sua famiglia – potrebbe apparire genuina, lo spettatore si trova spesso a dubitare della bontà dei suoi intenti.
D’altro canto, i religiosi paiono innegabilmente ben più inclini ad ascoltare la giovane, almeno più di quanto non lo faccia la determinata zia o l’assente padre. La verità intima di Ainara rimane fondamentalmente incomprensibile agli occhi dei suoi parenti, i quali, di contro, ripongono una fiducia cieca nella propria lettura dei fatti. La zia è certa che la scelta della nipote sia frutto delle manipolazioni meschine di cui è vittima all’interno del suo liceo, dove è convinta che i religiosi approfittino della sua fragilità. I consiglieri spirituali sembrano invece riporre più speranza nella genuinità della scelta della giovane, ma, d’altronde, non potrebbe essere altrimenti: la scelta della clausura rappresenta, in un certo senso, la più perfetta vita cristiana, soprattutto di fronte a una chiamata che la stessa Ainara confessa di sentire.
Il conflitto tra etica secolare e religiosa si configura, dunque, come l’asse portante della narrazione, e per certi versi pare rimandare a certe dispute delle pellicole di Dreyer, il quale, memore della lezione kierkegaardiana, mostrava il problema della fede nella sua essenza più pura e intima, in quanto dilemma dell’io per eccellenza. Dunque, la fondatezza o meno di tale chiamata e, in generale, della fede della giovane, è una questione che concerne solo lei stessa, checché i suoi parenti si affannino a investigare. E se le tentazioni della carne, alle quali Ainara pare cedere di fronte alle avance di un giovane e bel compagno di coro, paiono farla vacillare, o forse rinsavire, questo evento si configura da subito come una questione secondaria ai fini della narrazione. La talentuosissima Blanca Soroa incanta lo spettatore delineando perfettamente una psicologia complessa, fatta soprattutto di moti intimi e poco evidenti. Per questo il pianto sconsolato che sfocia nella più sentite delle preghiere alla fine del funerale della nonna appare così insopportabile. Ma per la gran parte del film, a muovere la protagonista sono conflitti troppo profondi per trapelare in superficie: la sua rivoluzione è sempre pacata e senza esagerazione, eppure quanto mai radicale. A dimostrazione di ciò il collasso totale delle poche certezze borghesi della sua famiglia di fronte a una scelta così poco convenzionale, ma anche lo sgomento con cui lo spettatore esce dalla sala. Nella conclusione, l’autrice, dopo aver mostrato una possibile soluzione del conflitto, rimescola con immenso piacere le carte in tavola e, nel più classico degli stravolgimenti narrativi, vanifica ogni speranza di redenzione per i personaggi del film. La zia, incapace di ogni possibile dialogo con la controparte, si chiude nelle sue presunte certezze razionali, abbandonando la nipote alle tanto temute grinfie religiose. Il padre, avendo ormai dato il suo consenso alla figlia, pare volerla supportare affettuosamente, salvo poi mettere tutto in dubbio infrangendo le promesse fatte alla madre sul letto di morte e mostrandosi di nuovo come un uomo meschino e esclusivamente interessato al profitto personale. Ainara, dal canto suo, ormai liberata da ogni dubbio e priva di ogni apparente sensibilità, si congeda dalla famiglia, impassibile di fronte alla crisi isterica della zia, e si inchina, simbolicamente ed effettivamente, alla chiamata religiosa, ormai accettata senza alcuna riserva. La fede, sembra in fondo dire l’autrice con Dreyer, è un momento estremamente personale della vita di ognuno e, non limitandosi alla sua definizione religiosa, un’esperienza comune a tutta l’umanità. Essa, anche quando riposta lontana dalla superstizione, deve a un certo punto sospendere ogni possibile dubbio e, appunto, avere fede. Questa sospensione rappresenta un motivo importante di conflitto, come mostrato egregiamente dalla regista della pellicola, attraverso l’inconsistenza delle scelte dei personaggi, scelte che, dal momento stesso della loro concezione, risultano volutamente personali e parziali. La presa dei voti di Ainara, tanto complessa, quanto radicale, la porta all’inevitabile scontro con la famiglia, proprio perché, come ogni scelta di fede, essa è parziale e personale e, dunque, non può trovare alcuna validazione che nella profondità del proprio io e confliggere con quella degli altri. In questo senso Alauda Ruiz de Azúa potrebbe dirsi un’autrice rosselliniana, che sceglie consapevolmente di disegnare una realtà sempre contraddittoria e mai universale. La scelta della tematica religiosa, sulla quale il regista romano ha lungamente insistito, ne è la conferma inequivocabile. Evitando, sui passi del suo mentore, di invogliare allo spettatore una lettura unitaria, Ruiz de Azúa confeziona un film ricco di pathos e conflitto, la cui visione, estremamente scomoda allo spettatore, lo lascia in una crisi profonda, ma ricca di fertili spunti di riflessione.