Con la recente uscita nelle sale de La grazia (2026) si riaprono le porte del processo mediatico che più appassiona i cinefili italiani: il caso Sorrentino. I capi d’accusa sono ben noti: autoreferenzialità stilistica e un linguaggio ormai stanco e privo di contenuti significativi. Da La grande bellezza (2013) in poi, la critica è sempre stata divisa, interpretando ogni nuova realizzazione come la conferma definitiva della sua grandezza, o viceversa come la prova che il successo del 2014 non fosse ripetibile. In questo inizio di anno, il pubblico italiano scalda una volta ancora i motori, ulteriormente galvanizzato dal ritorno da protagonista di Servillo, ormai alla settima prova col regista.
La biografia giovanile di Sorrentino risulterà familiare a coloro che avessero seguito le avventure di Fabietto Schisa in È stata la mano di dio (2021). L’arco narrativo del film si chiude sulle note di Pino Daniele, mentre il protagonista, diretto a Roma, si incammina a grandi passi verso il suo desiderato avvenire cinematografico. Il tradimento a Napoli e a Capuano, su cui verte l’ultima sequenza del film, appare però subito smentito dall’uscita del primo lungometraggio di Sorrentino. L’uomo in più (2001) è il ritratto di due uomini ormai allo sbaraglio, che oltre al nome condividono una sorte che ormai pare aver voltato loro le spalle. Un film che pulsa di vita, anche grazie ai due talenti cristallini di Toni Servillo, qui alla prima collaborazione con Sorrentino, e Andrea Renzi, entrambi freschi della fruttuosa esperienza di Teatri Uniti.
Giusto il tempo di bearsi del successo a Venezia che, fatti armi e bagagli, Sorrentino si trasferisce nell’algida Lugano, dove un Toni Servillo irriconoscibilmente trasformato interpreta un consulente finanziario glaciale, orgogliosamente convinto dell’inamovibilità della sua routine, fatta di dosi di eroina mensili nella triste solitudine di un albergo elvetico. Un’opera riuscitissima, come conferma anche l’accoglienza entusiasta della Croisette, oltre che una prova del talento del regista, capace, subito dopo il melenso e dolceamaro esordio, di lavorare con una materia tanto scarna e minimale come quella di Le conseguenze dell’amore (2004).
Segue L’amico di famiglia (2006), accolto tiepidamente dalla critica; acclamatissimo, invece, Il divo (2008), caricaturale ritratto di Giulio Andreotti, raffigurato qui come archetipo dell’uomo di potere. Forte del Premio della giuria a Cannes, Sorrentino trova il coraggio per mettersi alla prova sul piano internazionale con This must be the place (2011), grottesca avventura di una ex-rock star incapace di dismettere i panni del suo personaggio di scena. Solo due anni dopo arriva la consacrazione forse definitiva, con La grande bellezza (2013), omaggio all’amatissimo Fellini e a Roma, sua patria d’adozione. Un Servillo indimenticabile nel ruolo del protagonista Jep Gambardella, il personaggio sorrentiniano più riuscito, e una scrittura sopraffina gli valgono l’Oscar, riportato in Italia dopo ben 15 anni (di Benigni l’ultimo).
Con La giovinezza (2015), ritorno sulle Alpi di Titta de Girolamo, e Loro (2018), seconda biopic politica dopo la parentesi andreottiana, la critica e il pubblico, forse non privi di malizia, si mostravano stanchi di un linguaggio a detta di molti fin troppo consolidato, quasi prevedibile. Da non dimenticare l’esordio nel mondo delle serie con The young pope (2016) e The new pope (2020), indiscutibilmente i prodotti più riusciti della fase post-Oscar. Non volendo essere a nostra volta maliziosi, resta tuttavia innegabile che soltanto con il ritorno nella cinquina dell’Academy il regista sembra ritrovare slancio artistico. È stata la mano di Dio (2021) porta gli inconfondibili segni dello stile sorrentiniano, ben riconoscibile nei personaggi del Munaciello, di San Gennaro o in certi grotteschi membri del clan Schisa. Eppure tutto si fa minuscolo di fronte al dramma del povero Fabietto, vero cuore pulsante della narrazione. Un film delicatissimo e quanto mai necessario: sarà forse stata l’aria di Napoli, forse il ritorno alle tematiche giovanili (in contrasto col gerontocomio della maggior parte della sua produzione precedente), ma Sorrentino appare rinato e pronto a lanciarsi verso nuove sfide creative. Il successivo Partenope (2024), nonostante la scelta di mantenere la cornice campana e l’aria di gioventù, smorza presto gli entusiasmi e riporta a galla i dubbi insidiosi e le critiche petulanti.
Non è una sorpresa che l’annuncio dell’uscita de La grazia (2025) sia stato accolto con reticenza: sarà, come lamentano alcuni, l’ennesima stravaganza estetizzante del regista napoletano, o se tratterà di un buon prodotto cinematografico? In altre parole, Paolo Sorrentino è un regista finito o ha ancora qualcosa da dire? La risposta è che sì, qualcosa da dire lo ha ancora, e La grazia lo certifica inequivocabilmente. Il talento di Servillo certamente gioca a favore del regista, ma la qualità del soggetto, tutto di pugno dell’autore napoletano, è indubitabile.
La performance di danza contemporanea, il Papa motociclista in dreadlock e l’ironia pungente di Coco Valori rimandano al consolidato immaginario sorrentiniano, qui nella sua variante romana, con tutto l’ecosistema clerico-politico che abbiamo imparato a conoscere in La grande bellezza e nel dittico papalino. Ma come nelle sue opere più riuscite, questi elementi si limitano a fare da decoro: il vero protagonista è la politica, fatta di saloni di rappresentanza e di vuote formalità, che contrastano con i conflitti degli uomini che la vivono. Con Il divo ben in mente, Sorrentino ci mostra infatti la cosa pubblica nella sua veste di macchina disumana e disumanizzante. Così, se il suo Andreotti, reso ancora più alieno dai tratti caricaturali, non era mai alienato, ma anzi sopravviveva in virtù della sua non-umanità, ecco che Mariano De Santis, fin troppo umano, si mostra incerto e titubante in un ambiente che ormai da tempo lo ha stancato. Prima dell’agognato riposo, tuttavia, il destino gli ha affidato due compiti gravosi: firmare da un lato le domande di grazia di due condannati per omicidio, dall’altro una proposta di legge per l’eutanasia. Le complicazioni del potere e della giustizia, fino ad allora pane quotidiano dell’impeccabile giurista De Santis, paiono ormai interessarlo ben poco: lo possiede una democristiana indolenza, e il momento fatidico della firma viene rimandato giorno dopo giorno. Ma più che da un attendismo cattolico-popolare, il suo atteggiamento sembra originarsi da una crisi ben più intima e profonda, che nulla ha a che vedere con la politica nazionale. De Santis pregusta ormai da tempo il ritorno alla libertà e alla vita civile, dove dismessi i panni ufficiali, potrà tornare a respirare, ma soprattutto potrà dedicarsi alle questioni personali, in primis il mal digerito tradimento della moglie, di cui è vedovo da anni. Il Presidente della Repubblica lascia quindi il posto all’uomo comune, che puerilmente non ha nessuna voglia di impegnarsi in decisioni che implicano conseguenze enormi. L’ingerenza della macchina pubblica sulla vita intima individuale viene qui mostrata in tutta la sua complessità. De Santis si trova ad essere sia vittima che carnefice: anziano stanco e desideroso di ritirarsi dai suoi impegni professionali, e al contempo istituzione vivente. Il potere, sembra dire ancora una volta Sorrentino, opprime tanto chi lo subisce quanto chi lo esercita. Ma, come afferma la figlia Dorotea, che più volte nel film si fa voce della coscienza del padre, arriva il momento in cui non resta che domandarsi: «Di chi sono i nostri giorni?». Si tratta di una domanda allo stesso tempo tragicamente complessa e quanto mai banale. Ma questa banalità leggera, questa grazia, che De Santis sembra da tempo aver dimenticato, è anche l’unica soluzione possibile al dilemma che gli si staglia di fronte.
A conti fatti possiamo affermare che il gioco vale la candela. Uscendo dalla sala non si grida al capolavoro, ma superando gli ultimi faticosi trenta minuti, un po’ ridondanti, non si riesce a restare indifferenti a tanti e significativi dilemmi. Perciò, per chi non fosse del tutto convinto, sì, La grazia è un film da recuperare assolutamente e sì, Paolo Sorrentino ha ancora effettivamente qualcosa da dire.