IFDR #9: La tragedia di Amleto, principe di Los Santos

Ho versato il corrispettivo, in pixel, di litri e litri d’inchiostro abbozzando possibili incipit per questo articolo. Nessuno mi convinceva. Ognuno credo, a causa anche del mio essere a tratti prosaico, finiva col tradire lo spirito che invece mosse gli autori del presente lavoro trattato, Grand Theft Hamlet. Leggere queste tre parole una accanto all’altra potrebbe generare diverse reazioni. Gli appassionati di videogiochi potrebbero incuriosirsi, mentre gli estimatori del teatro shakespeariano (che chiaramente costituiscono una fetta importante del nostro pubblico) potrebbero provare perplessità. Il titolo di questo documentario del 2024 è evidentemente il frutto della crasi di due opere artistiche ben note ai più: il videogioco Grand Theft Auto e la rappresentazione teatrale Amleto

Si suole considerare il teatro e il videogioco come due mondi che non possono essere paragonati. Il primo si è affermato come espressione massima dell’arte, anche a fronte di una storia plurisecolare, mentre il secondo è una novella forma artistica, e per alcuni in realtà non è nemmeno ascrivibile al gruppo delle sette arti. Ed è a fronte di queste premesse che risiede l’elemento più dirompente e di merito del presente documentario, ovvero aver permesso il dialogo e la commistione tra l’alto e il basso, tra il moderno e l’antico, creando un’opera inedita che favorisce tanto uno quanto l’altro. Viene offerto un nuovo tipo di palcoscenico al teatro, che spesso finisce col soffrire della sua stessa istituzionalità finendo con lo scollarsi dal contesto popolare, soprattutto se si considera un certo tipo di demografia. Il videogioco invece viene nobilitato ed elevato a espressione artistica oltre ogni ragionevole dubbio, e anzi, offre la possibilità di sperimentare e osare come non si potrebbe fare nella vita reale (salvo avendo budget più che hollywoodiani). Nella scena del monologo di Amleto, l’interprete del delfino di Danimarca, muovendosi in un mondo digitale, ha modo di recitare stando a cavallo di un dirigibile che attraversa i cieli di Los Santos (la città fittizia, ispirata a Los Angeles, nella quale è ambientato Grand Theft Auto).

Questa commistione, però, è solo parziale perché il videogioco rimane sempre nella sola dimensione del medium e non della forma di creatività in sé e per sé. Esso funge da semplice palcoscenico, quindi assolve al ruolo di luogo e non-luogo in cui poter recitare. Questo non squalifica o mina l’originalità e peculiarità del prodotto, che ha il merito di aver “tolto” il teatro, come detto, dagli ambienti istituzionalizzati, restituendolo alla gente e assolvendo così a una sorta di funzione divulgativa del teatro stesso.

L’idea di mettere in scena Amleto nel mondo online di Grand Theft Auto, come si evince dallo stesso documentario, è nata quasi per caso. Credo che sia proprio la spontaneità, mischiata a tratti all’incoscienza, che permetta di osare e di sperimentare come in questo caso. Siamo durante il periodo pandemico, il mondo è bloccato e vige l’obbligo di rimanere nelle proprie case. Sam e Mark sono due amici e fanno gli attori. A causa della chiusura dei teatri si trovano senza lavoro e con lunghe giornate da riempire. Decidono di spenderle giocando online in compagnia. Un giorno, scorrazzando per le strade dell’immaginaria Los Santos, incappano in un teatro all’aperto. Sarà la noia o la frustrazione dello stop forzato, ma si accende in loro una scintilla, e pensano a come sarebbe utilizzare lo spazio digitale del videogioco per fare quello che le contingenze del mondo impedisce loro di fare: recitare. La scelta dell’opera è stata allo stesso modo spontanea e quasi scontata, Amleto. Il filo, nemmeno troppo celato, che unisce questi due mondi così diversi è proprio la violenza che diviene via per la sublimazione e per l’estasi. Inizia così la ricerca degli interpreti, tra i conoscenti e gli utenti incontrati online, incuriositi dalla stramba iniziativa o già amanti dell’opera. 

È interessante osservare il processo che conduce alla realizzazione dello spettacolo. Grand Theft Hamlet è il documentario che ripercorre la preparazione, le prove e le difficoltà che poi hanno condotto alla prima, e per ora unica, messa in scena dell’Amleto nel mondo di Los Santos. La narrazione è incentrata su Sam che interpreta Amleto ed è uno dei due registi, insieme alla moglie il cui avatar ricopre il ruolo di regista. La narrazione non esce mai dallo schermo, ma si muove sempre tra le strade di Grand Theft Auto. Noi non conosciamo mai direttamente le persone reali dietro agli avatar digitali, ma soltanto i loro nomi e le loro voci. Sappiamo solo qualche generica informazione detta durante le presentazioni in sede di audizione, ma a parte questo non conosciamo nulla di loro, nemmeno i loro volti. L’unica cosa che li accomuna con certezza è che tutti sono videogiocatori. Nel mondo virtuale del gioco, trovano un luogo altro, che permette loro di rilassarsi, di sfogarsi e di evadere dalla vita reale e dai suoi problemi. Nel non-luogo digitale di Los Santos è permesso di «muoversi» senza mai abbandonare le mura della propria stanza. Tale affermazione è banalmente vera, ma ci permette di puntualizzare la dimensione sicura e circoscritta nella quale i nostri attori si muovono. Ogni documentario si propone di restituire nel modo più fedele possibile la realtà, o meglio, quel particolare spiraglio della realtà che si decide di descrivere e presentare. Il formato documentaristico è in tensione verso il superamento della finzione intrinseca al film tradizionale. Questo è il fine ultimo, ma è totalmente chimerico nella misura in cui decidendo di riprendere uno spaccato del mondo si finisce per alterarne l’entropia e sfigurare il naturale fluire degli eventi. Avviene così un paradosso in Grand Theft Hamlet. Il lavoro, come detto, si muove nei soli spazi virtuali, in uno spazio altro dalla vita reale, ma è proprio questa percezione di scollamento dalla realtà da parte degli attori che consente loro una rappresentazione libera da filtri. Gli interpreti, compresi gli autori stessi, sono consapevoli di star partecipando a un documentario, ma l’assenza di una camera che li riprende in quanto persone reali, a favore dei loro «alter ego» online, permette interazioni genuine nelle quali si può parlare della propria vita. Il teatro riacquista, in un foro inedito e con modalità originali, la propria funzione di catarsi. Non più per il pubblico, ma per gli stessi attori, che scoprono o riscoprono il dramma di Amleto, e in questo trovano uno specchio della propria condizione o una finestra a cui affacciarsi verso l’altro. Nonostante si affronti il dramma personale di un principe danese, esso è portatore di valori e sentimenti universali che finiscono ineluttabilmente per parlare all’altro. L’opera non è però mera interlocutrice, ma è appunto anche finestra verso l’esterno, verso l’altro. Si creano tra gli attori rapporti reali che trascendono la semplice realtà virtuale (dopo i festeggiamenti al night club virtuale, Sam e Mark dicono che dovrebbero vedersi nella realtà ora che lo spettacolo è stato fatto). È così che, grazie all’anonimato di cui abbiamo parlato, viene a crearsi in Grand Theft Hamlet uno spazio sicuro nel quale confessarsi senza venire giudicati.