Penso che il semplice pensare a un tale quesito e aver la malsana idea di volgerlo verso la propria persona sia già di per sé un atto tanto irresponsabile quanto complesso. Elaborare una risposta che si spinga oltre al monosillabico lo è ancora di più. L’amore è spesso al centro dei miei pensieri, e non soltanto in relazione a un eventuale partner o frequentazione: parlo proprio del sentimento in quanto tale, e di tutto ciò che gli ruota attorno. Questa mia propensione a divagare con la mente sulla questione mi ha portato spesso a volerne parlare in un articolo, ma sono sempre stato frenato. La questione amorosa è forse quella che ha trovato, trova e troverà sempre nelle arti un foro per esser rappresentata, ma il fatto che molti si abbeverino a questa fonte rischia di svalutare l’argomento stesso, anche a fronte di un prodotto valido. La mia reticenza è venuta meno quando, qualche settimana fa, mi sono «imbattuto» in uno dei film più noti ad aver trattato tale questione. Mi riferiscono a When Harry Met Sally (1989), di Rob Reiner. L’agire umano ha il suo motore primo nel caso e nelle contingenze del vivere quotidiano. Siamo, nella maggioranza delle circostanze, mossi da una sola di queste due, ma può succedere che vi sia una loro concomitanza che ci fa sembrare necessario e impellente compiere una data azione. Questa è la sensazione lasciatami dalla visione di questo film; quindi, non ho potuto esimermi dal trattarlo, sperando di rendergli onore.
Molti, anzi moltissimi avranno visto o quantomeno sentito parlare della commedia di Reiner, ma per mia deontologia professionale ne presenterò una stringata sinossi. Le vicende ruotano intorno al rapporto tra Harry Burns (interpretato da Billy Crystal) e Sally Albright (interpretata da Meg Ryan). I due si conoscono durante un viaggio in macchina verso New York, dove si trasferiranno entrambi per studiare, ma dopo l’esperienza decidono di non dar continuità alla conoscenza. Si rincontrano, per caso, a distanza di dieci anni (escluso un fugace e casuale incontro in aeroporto) e, anche complice un periodo sentimentale complicato per entrambi, intessono un rapporto di amicizia. Mi piacerebbe non spingermi oltre nel presentare la trama, ma il titolo stesso del mio articolo fuga ogni dubbio sullo sviluppo della storia, che si conclude, dopo molte peripezie, con la presa di consapevolezza da parte di entrambi che a unirli è un sentimento amoroso dal quale non possono sottrarsi in alcun modo, pena la propria e altrui sofferenza.
Se il titolo da me scelto per la presente trattazione mi si è ritorto contro (non volendo io fare anticipazioni di sorta), il titolo del film invece mi offre un ottimo gancio per spiegare la scelta argomentativa. Il titolo della commedia è When Harry Met Sally, ovvero «Quando Harry incontrò Sally». L’attenzione viene sin da subito posta sul loro primo incontro, e questo aspetto è ancora più marcato se consideriamo la traduzione italiana del film, che è Harry ti presento Sally. Questo riprende il primo dialogo tra i due, il primo momento in cui si incontrano, ancor prima di potersi dire qualcosa e di sapere qualcosa sull’altro. La frase viene detta da Amanda Reese, che era la fidanzata di Harry, un’amica di Sally, e ne sarà Galeotto involontario (nessuno dei due, a distanza di cinque anni, si ricorderà il suo nome). Il titolo funge in tal maniera da dichiarazione d’intenti rispetto alla trama. Harry è la metà perfetta di Sally, per riprendere il mito degli androgini di platoniana memoria. È come se il sentimento fosse stato sempre presente, ma non vi fosse stato, almeno inizialmente, il giusto terreno per permetterne lo sviluppo e la fioritura. Insomma, la persona giusta incontrata al momento sbagliato. Il film si conclude coi protagonisti che, intervistati, raccontano di essersi sposati e ripercorrono le fasi del proprio rapporto a partire dai loro incontri. La prima volta si sono odiati. La seconda volta nemmeno si sono riconosciuti. La terza occasione è quella in cui sono diventati amici e, dopo una parentesi di lontananza, la quarta volta si sono innamorati. Il percorso del loro rapporto è stato tortuoso e costellato da rovesci, ma in qualche modo «predeterminato», come se il destino avesse un piano per loro. Non sembra in questi termini una storia originale e brillante, ma lo è il modo in cui viene raccontata. Reiner introduce l’elemento dell’imprevedibilità, intrinseco al vivere di noi tutti. Infatti, seppur si tratti di una vicenda di finzione, che segue un copione, una sceneggiatura già scritta, la storia tra Harry e Sally non risulta mai forzata in un senso o nell’altro, ma soprattutto l’amore tra i due non nasce immediatamente proprio perché, come nella vita, vi sono contingenze e aspetti che sfuggono al nostro controllo. Questi finiscono in tal maniera per condizionare il nostro presente, come anche il nostro futuro.
L’ idea che sottende alla trama del film è quindi quella del Lebenslangerschicksalsschatz. Non spaventatevi, nonostante la lunghezza e il sapore teutonico di questa espressione, non si tratta di un concetto hegeliano. Essa proviene da un’altra opera di finzione a me cara che parla anch’essa di amore, How I met your mother (2005-2014), serie televisiva ideata da Craig Thomas e Carter Bays. Questa parola non esiste realmente nella lingua tedesca, ma è il risultato di una lunga crasi, e il suo significato è «il regalo del destino di una vita». Viene pronunciata da un uomo che fugge dal proprio matrimonio perché si rende conto che la donna che sta per sposare non è il proprio dono del destino, ma soltanto un qualcosa che si avvicina a quello che davvero desidera. L’uomo aggiunge di non dubitare a tal proposito, perché il solo dover pensare a se si è incontrato il proprio Lebenslangerschicksalsschatz o meno significa che ciò non è ancora capitato. È un qualcosa che ti riempie e ti svuota allo stesso tempo. È una sensazione che non si sviluppa col tempo, ma si crea istantaneamente. Infatti è significativo e, a parer mio, non totalmente casuale, che entrambe le opere citate abbiano nel titolo la parola «met»: basta l’istante in cui si incrocia l’altrui sguardo per capire se l’altro è quel regalo del destino di una vita.
Se questo concetto, tanto semplice quanto complesso, funge da collante tra le due opere, vi è una differenza tra le vicende di Harry e Ted, il protagonista di How I met your mother. Quest’ultimo riesce a capire sin da subito, in modo consapevole, che Tracy (quella che sarà la madre dei suoi figli, attorno alla quale sembra ruotare l’intera narrazione) è il suo dono di una vita, e questo sentimento trova la via per sublimarsi istantaneamente, senza esitazione, come un fiume in piena che travolge ogni cosa al suo passaggio. La commedia di Reiner, al contrario, aggiunge l’imprevedibilità del vivere alla classica storia d’amore. Harry e Sally devono aspettare oltre dieci anni per vedere concretizzarsi questo loro sentimento, perché non è sufficiente incontrare l’altra persona, ma occorre che la vita di entrambi sia orientata nel modo corretto per accogliere un qualcosa di tanto unico, ma, come detto, anche dirompente e perciò potenzialmente distruttivo se non si asseconda la corrente. Qualcuno diceva che gli occhi sono lo specchio dell’anima, e il modo in cui Harry guarda Sally parlare mentre sono seduti al diner, lungo la strada per New York, non lascia dubbi di sorta. Lui ha capito che lei è speciale. Lui ha capito che lei è diversa da qualunque altra persona incontrerà, nonostante ordini in modo bizzarro l’insalata e anche se sceglierebbe Henreid a Bogart in Casa Blanca. Tuttavia non è ancora il momento giusto. Gli antichi greci ci hanno insegnato che il fato è più grande di ogni uomo. Il loro destino era già stato deciso e si realizzò quando Harry incontrò (per la prima volta) Sally.
Klaus, lo sposo fuggiasco, non dubita che incontrerà quella persona, poiché è come se tutti avessimo questa nostra metà (risuona sempre il mito degli androgini) da qualche parte nel mondo; tutti possono incontrarla, ma il quando e il dove è ignoto. Lebenslangerschicksalsschatz unisce la dimensione del destino, il quale sottintende chiaramente una predeterminazione «“cosmica»” degli eventi, ma anche quella del regalo, ovvero qualcosa di concesso e che non è dovuto. Harry e Ted incontrano l’altra persona perché si muovono in un orizzonte narrativo fittizio, ma questo incontro è solo una possibilità. Esso rappresenta solo uno dei possibili scenari poiché si potrebbe non incontrare mai questa persona oppure non si è in grado di riconoscerla come tale in modo così evidente e al di sopra di ogni ragionevole dubbio. I più disillusi potrebbero pure sostenere che un qualcosa del genere non esiste. Oppure si ha la fortuna di incontrare questa persona, ci si riconosce come due metà complementari di un tutto che va oltre il semplice vivere, ma questo ci ricorda che non siamo in un film, rimanendo imbrigliati e vincolati alle contingenze della vita. Converrebbe allora aspettare, col rischio di condurre un’esistenza come quella di Vladimir ed Estragon. Vi è infine la questione che l’amore è come il tango, servono due persone per poterlo ballare. Potrebbe succedere di sentire che l’altro è il proprio regalo del destino, ma che questo percepito sia solo come «un’allucinazione»? Forse questo è lo scenario più infame in assoluto, ma del domani non v’è certezza, figuriamoci dell’amore e di quella persona che potrebbe o dovrebbe esserci anima gemella per il resto della vita.
La mia volontà con questo articolo era quella di creare uno spazio di dialogo col proprio io. Questo tema si lega a doppio filo col vissuto e le annesse emozioni di ciascuno di noi, per questo è difficile analizzarlo, anche solo nell’intimità del guazzabuglio del proprio cuore. Spero che da oggi inizierete a interrogarvi sulla questione, anche correndo il rischio di esser socratici nell’approcciare il tema. Troverete risposte magari in altre domande che prima o poi scopriranno da sé la via verso la propria soluzione senza nemmeno interpellarvi in merito. Questa sopraggiungerà, ma non saprete quando e dove questa epifania avverrà. Potrebbe succedere nelle parole di un uomo tedesco incontrato alla banchina di una stazione dei treni o negli occhi di qualcuno intento a ordinare una torta alle mele specificando che la vuole calda e che il gelato deve esser alla fragola e servito a lato.