Piovre #1: Obbligo di frequenza

Quando cazzo finisce l’estate? No, perché fanno 30 gradi a ottobre e io vorrei smettere di sudare, possibilmente. Anche perché, nella colata di cemento che è Roma, uscire di casa significa mettere in serio pericolo la mia vita. E la mia dignità (oltre che la suola delle mie scarpe).
L’altro giorno sono rientrato a casa e il mio coinquilino mi fa:
– “Ma sei andato a correre, scusa?”.
– “No, sono sceso un attimo a compra’ il tabacco”.
Questa cosa del sudore la dovremo affrontare come società, prima o poi. Non ho mai capito perché, se sudi, la gente in giro ti guarda come se ti fossi sborrato addosso. Poi parli con le persone: “No, ma che caldo fa oggi? Insopportabile!”. E poi sono sempre asciutti. Sempre perfettamente asciutti, cazzo, tutti quanti, questi bastardi ingrati. Magri del cazzo! Io nel frattempo sto boccheggiando, appoggiato a una ringhiera, mentre mi asciugo con i fazzoletti come fanno i vecchi. Il mio è un rapporto geriatrico con il caldo. Per capirci, sudo così tanto che, se è estate e non ho un ventilatore, non posso cacare. È una tragedia totale.
Ho comunque provato ad affrontare la cosa con filosofia. Li avete mai visti i telegiornali degli anni ’90? Che bellezza, questi mondi fatati, bollini rossi a 28 gradi, piogge a settembre. Ho passato l’estate a guardarli, mi è sembrato un buon palliativo alla masturbazione. E comunque dicevano le stesse cazzate di adesso: “Bere molta acqua, mangiare frutta fresca ed evitare di uscire nelle ore più calde”. Rimango perplesso: non ho mai capito come una pesca possa salvare qualcuno dall’infarto.
Ad ogni modo, sono sopravvissuto anche quest’anno e ora sono pronto per il meritato premio: l’autunno (che poi è esattamente come l’estate, solo senza costume e con i sensi di colpa lasciati in arretrato, perché ad agosto ti sei bevuto troppe Peroni 66).

Ci avevano raccontato che la fine del mondo sarebbe stata un evento apocalittico. Di fronte al collasso climatico e alla Terra che si scioglie, credevamo che la società si sarebbe fermata in un’estasi di panico collettivo. E invece no. La verità è che la tragedia del riscaldamento globale non è l’estinzione di massa, è l’obbligo di frequenza. Fuori il mondo va a fuoco, e comunque il nostro problema principale resta incastrare le nostre ore di alienazione quotidiana, per dare un senso alle nostre inutili vite fallimentari.
L’ultimo report dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che oltre 2,4 miliardi di lavoratori (tipo il 70% della forza lavoro mondiale) sono regolarmente esposti a livelli di calore pericoloso e che lo “stress termico” comprometterà l’equivalente di 80 milioni di posti di lavoro entro il 2030, a causa del calo della produttività. Cioè, abbiamo normalizzato l’apocalisse, declassandola a “calo di produttività”. L’eco-ansia si è fusa con l’ansia da prestazione, creando un ibrido psicologico meraviglioso: la consapevolezza che moriremo tutti, ma la speranza di farlo in ferie, perché comunque quest’anno ho preso la Naspi, preferirei stare a mollo, in quel brodo del cazzo che è diventato il Mediterraneo.
Così, di fronte alla crisi umanitaria più disastrosa della storia, la società ha risposto nell’unico modo che conosce: rimettendo la sveglia alle 7:00. Perché comunque la benzina sta a 2,20, quindi si fotta il mondo e chi lo popola.
Io di mio, non avendo neppure un lavoro, credo che opterò per la più stoica delle soluzioni: la corda, il gancio e lo sgabello.